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Da "Umanità Nova" n. 42 del 21 dicembre 2003

Il capitale è morte. Guerra interna e guerra esterna hanno lo stesso fronte


Giovedì 10 dicembre a Torino è morto un lavoratore della ex Iveco Ricambi, schiacciato da una macchina cui si accingeva a fare manutenzione ad inizio turno. Dal 1998 in avanti in tutti i comprensori del gruppo Fiat l'attività produttiva è stata spezzettata in una pluralità di società, sia del gruppo stesso che esterne. Attraverso lo strumento della cessione di ramo d'azienda, migliaia di lavoratori hanno cessato di essere formalmente dipendenti Fiat, pur continuando a lavorare nello stesso stabilimento all'interno del ciclo produttivo Fiat. Ben prima della legge 30 del 2003 che ha precarizzato totalmente il rapporto di lavoro, grazie a tutto lo strumentario già presente nel nostro ordinamento giuridico e alla cui creazione ha dato un contributo fondamentale l'Ulivo con il pacchetto Treu, i datori di lavoro avevano flessibilizzato ampiamente la forza lavoro, mettendola in condizione di essere ricattata: si pensi all'ampio uso di tutti i contratti di lavoro privi di stabilità (apprendistato, contratto di formazione lavoro, a termine, interinale, ecc.).

Non basta che il lavoro subordinato espropri il salariato di tempo, di ricchezza, di energie, di dignità, per lunghi anni; può anche accadere che il lavoro si porti via la vita intera in un colpo solo. Anziché il lento stillicidio che attende i più, in un attimo la fabbrica annichila il lavoratore.

Il bisogno muove i più a vendere la propria forza lavoro in cambio di un salario che dovrebbe soddisfare i bisogni primari e magari anche qualcuno voluttuario. Ma se il lavoro si porta via la vita intera goccia a goccia o in un colpo solo, non c'è equivalenza nello scambio: la morte non si baratta con nulla. Bisognerebbe riflettere sul rapporto tra morte e lavoro, non solo quando un lavoratore perde la vita in un infortunio, ma vedendolo come essenziale, nel senso che attraverso il lavoro, il capitale trasforma vita in astratto valore, estrae energia dalla vita per trasformala a proprio uso e consumo. Il capitale è morte.

Allora val la pena riflettere sul grado di assuefazione allo stato di cose presente che pervade la società davanti alla guerra e alla morte che a lei si accompagna. La guerra è normale, le stragi di civili fatto inevitabile: del resto, quanto effettivamente sappiamo o leggiamo o vediamo di ciò che veramente sta accadendo, ad esempio in Iraq o in Afganistan? Sicuramente in televisione poco o nulla. Si sa solo che la guerra è necessaria e giusta. Anzi, si tende a chiamarla "operazione di polizia internazionale": chi è contro la polizia? Allora si accetta a livello comunicativo che la realtà venga mascherata, utilizzando certe parole, bombardando di ipocrisia i mass media.

Come il legame tra potere, guerra e morte è costitutivo, così il legame tra capitale, lavoro e morte lo è altrettanto. Lo scontro quotidiano tra capitale e lavoro è una guerra a tutti gli effetti, metafora della guerra guerreggiata che oggi sconvolge poveri paesi cui è strappata vita, energia, libertà. La morte sul lavoro concentra in un attimo il lento processo di estrazione di vita, energia, libertà, cui tutti i lavoratori subordinati sono soggetti. La morte sul lavoro squarcia il velo di ipocrisia che copre il rapporto tra capitale e lavoro, denunciandolo come un rapporto di totale espropriazione. Morire sul lavoro non è una fatalità, è la norma, solo che di solito la morte avviene lentamente, in anni e anni di espropriazione delle energie del lavoratore.

Contro questo sistema di morte, fatto di guerra e sfruttamento a livello individuale e globale, ci si deve opporre con radicalità, sostenendo e stando accanto a tutti coloro che lottano per liberare la propria vita da ogni dominio e sfruttamento.

Simone Bisacca








 

 



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