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Da "Umanità Nova" n. 1 del 18 gennaio 2004

Parmalat
Agire locale e truffare globale

Dopo un mese dallo scoppio dello scandalo Parmalat si può dire che sia stato detto e scritto tutto quello che c'era da dire. È interessante tuttavia provare a sintetizzare quello che, ad oggi, è emerso dalla più gigantesca truffa organizzata dal dopoguerra in Italia e cercare di cogliere le prevedibili conseguenze sull'intero sistema finanziario italiano, che uscirà molto provato da questa esperienza.
In primo luogo occorre rilevare tre aspetti macroscopici dell'intera vicenda:
Il carattere artigianale e casalingo del castello di carta costruito dalla banda di Collecchio, arrivata a falsificare i documenti bancari scannerizzando la carta intestata della Bank of America e vendendola, per anni, come prova attendibile di liquidità inesistente.
La vasta rete di collusioni e complicità di cui queste scelte hanno goduto, con in prima fila il Gotha delle banche d'affari internazionali e prestigiose società di revisione e certificazione dei bilanci, tutta gente che lavorava alacremente per portarsi a casa lucrose commissioni e parcelle, senza andare per il sottile.
L'assoluta inadeguatezza dei sistemi di controllo istituzionali, a livello nazionale e internazionale, con un vergognoso e infantile gioco dello scaricabarile tra i diversi livelli di competenza, a partire dalle italiane Consob e Banca d'Italia, per arrivare agli uffici fidi delle banche commerciali.

Da questo mix di creatività parmigiana e sete di provvigioni bancarie è nato un crack di dimensioni straordinarie. La storia della Parmalat è lunga 40 anni, da semplice laboratorio artigianale della famiglia Tanzi, a multinazionale con 140 stabilimenti, 36.000 dipendenti, presenza in tutti i 5 continenti, fatturato (dichiarato) di 7,5 miliardi di euro, la quarta azienda alimentare a livello europeo. Di tutto questo tra qualche mese resterà ben poco. Come è potuto accadere?

Dei Tanzi sono ben note le frequentazioni politiche, l'amicizia personale di Calisto con De Mita, la costruzione dello stabilimento di Nusco per alimentare (è il caso di dirlo) la costruzione di un consenso clientelare tipico del vecchio regime Dc-Psi, poi l'alleanza con i nuovi poteri forti degli anni '90, come è classico per chiunque fa l'imprenditore e vuole crescere, senza avere i mezzi finanziari per farlo in autonomia. Sono state ricostruite le vicende oscure di Parmalat nel triennio 1988-90, quando l'azienda passò di mano, transitò per una strana finanziaria (Centro-Nord) legata al Monte Paschi (la banca dei DS), poi tornò in mano ai Tanzi in modo abbastanza inspiegabile e con fondi abbastanza sospetti. Forse è in quel "buco nero" (nome dato fantasiosamente ad una delle società fantasma del gruppo), in quel triennio di 15 anni fa, la spiegazione ultima di quello che avviene ora. Del resto, anche l'attuale inquilino di Palazzo Chigi ha un'origine imprenditoriale dai capitali oscuri, ma questo forse vale per tutti i parvenu del proscenio capitalistico, quando la crescita rapida si coniuga con l'utilizzo di metodi molto reprensibili sul piano etico, sociale, politico ed infine giudiziario. Il capitalismo è nato sulla rapina di risorse e non ha mai perso per strada il suo aspetto animale, mira esplicitamente all'estorsione di profitto e può evolvere, al massimo, fino alla teorizzazione della concorrenza leale, mentre i comportamenti pratici restano un'altra cosa.
Nel caso Parmalat abbiamo assistito, proprio dopo la fase del buco nero, negli anni '90, all'esplosione commerciale e produttiva, alla sua globalizzazione, con acquisizioni importanti in Canada, Sud Africa, Australia, Nuova Zelanda, pressoché tutta l'America Latina. La crescita nel settore del latte è stata segnata dalla progressiva acquisizione di aziende concorrenti, a cominciare dalla Centrale del Latte di Roma, privatizzata, comprata da Cagnotti e rivenduta alla Parmalat al doppio del prezzo nel giro di sei mesi. La quota del mercato del latte in mano alla Parmalat è arrivata al 30% nell'arco di poco tempo, ed oggi la filiera agro-alimentare che fa perno sul gruppo investe intere province, a cominciare dal quadrilatero Parma, Mantova, Lodi, Cremona. Ma la Parmalat aveva attaccato con politiche commerciali aggressive anche altri settori, come i succhi di frutta, i prodotti da forno, le acque minerali. La metodologia di crescita del gruppo ha sempre privilegiato forti investimenti pubblicitari, logiche di marketing innovative e costose, acquisizioni tramite indebitamento, stabilimenti modernissimi e tecnologicamente avanzati. Sul piano sociale, un modello di relazioni sindacali consensuale, contrattazione a pieno campo e pace garantita dallo scambio moderazione/occupazione. Sembrava un'azienda modello, un padrone che investiva, un gruppo che cresceva. Per investitori e risparmiatori il settore alimentare aveva sempre garantito un forte carattere difensivo ("la gente mangia sempre") e i multipli di bilancio di Parmalat venivano confrontati con i big del settore, Nestlè, Unilever, Procter & Gamble. Peccato che tutto questa costruzione fosse una rappresentazione fasulla, basata su una sistematica falsificazione dei bilanci che è durata per ben 15 anni.

La banda di Collecchio ha dovuto fare fronte ad un indebitamento crescente e i livelli di profitto non erano tali da garantire un ritorno sufficiente dei nuovi investimenti. La strada intrapresa è stata quindi quella di autofinanziarsi attraverso un complesso meccanismo di false fatturazioni (fino a 5 volte il reale) tra società del gruppo (390 quelle individuate finora, di cui 140 off-shore, cioè posizionate nei paradisi fiscali). Contemporaneamente veniva gonfiata l'emissione di nuovi prestiti, che servivano in parte a rimborsare i vecchi, in parte a coprire perdite industriali delle società operative. Questa necessità di procurarsi continuamente nuovo denaro fresco è stata ampiamente soddisfatta dal sistema finanziario internazionale, che ha organizzato negli anni l'emissione di bond per oltre 7,5 miliardi di euro ed ha direttamente finanziato Parmalat con circa 3,1 miliardi di euro. In prima fila nell'organizzazione dei prestiti internazionali ci sono i colossi della finanza mondiale, oggi indagati dalle procure italiane e dalla stessa Sec americana: J.P.Morgan-Chase, Bank of America, Citigroup, Morgan Stanley, Deutsche Bank . Per quanta riguarda il finanziamento diretto le principali banche italiane: Capitalia (393 milioni), Banca Intesa (390), Sanpaolo Imi (300), Unicredit (190), e via a scendere tutti gli altri. Il bilancio era certificato dalla Grant Thornton prima e dalla Deloitte & Touche dopo, due società che rischiano di sparire come è successo alla Arthur Andersen dopo il crollo Enron. Per ora sono state arrestate 25 persone, tutto il top-management del gruppo, e sono partite anche le procedure di sequestro dei beni personali degli arrestati. È evidente che non possono essersi volatilizzati, tutti insieme, gli oltre 10 miliardi di euro che le società del gruppo hanno raccolto nel corso degli anni. Nell'aggiornamento quotidiano di questo autentico thriller di fanta-finanza compare talvolta la notizia che è stato trovato "il tesoro dei Tanzi". In realtà sui conti personali di padroni e manager sono state trovate sinora solo poche briciole, perché buona parte dei fondi stornati sono finiti in fiduciarie "schermate" dei paradisi fiscali, in attesa di essere recuperati con calma quando la bufera si sarà calmata. Questi fondi sono quasi impossibili da individuare e quantificare, nonostante si assista ad una inattesa collaborazione da parte delle autorità coinvolte (persino dalle isole Cayman), evidentemente in ansia per la propria sopravvivenza futura. Una parte del bottino Parmalat (la parte preponderante, a mio avviso) è comunque finita veramente male, in speculazioni avventate su strumenti finanziari quasi sconosciuti (ad esempio la vendita di opzioni sul rischio di fallimento della stessa Parmalat), messi a punto non certo dalle menti semplici dei ragioneri di Collecchio, ma elaborate dai più raffinati uffici studi delle banche d'affari, americane e non solo, specializzati nella finanza strutturata. Insomma, una realtà industriale potenzialmente solida, affondata dall'avvitamento speculativo della "finanza barbara".

Il crack Parmalat ha innescato una reazione politica guidata dal governo, che sfrutta l'occasione per schiacciare gli avversari ed azzerare il bilanciamento dei poteri contrapposti. In particolare Tremonti ha deciso di puntare al definitivo ridimensionamento della Banca d'Italia, spingendo Fazio a dimissioni "spontanee" nell'arco di qualche mese, cavalcando l'indignazione popolare seguita all'ennesimo default, dopo che già Argentina e Cirio avevano seriamente compromesso la credibilità della vigilanza sulle banche esercitata da Via Nazionale. La tesi governativa è che l'attenzione esclusiva di Bankit per la stabilità del sistema bancario e la fragilità degli strumenti investigativi e repressivi in mano alla Consob abbiano contribuito, insieme, al dilatarsi di fenomeni da criminalità finanziaria. Nessun esponente del governo ha rilevato che è stato proprio Berlusconi a volere la depenalizzazione del reato di falso in bilancio, proposta inizialmente per salvare Romiti dai guai delle tangenti Fiat, e finita per sanare a posteriori le irregolarità Mediaset. La Confindustria, che si spende pubblicamente per l'etica negli affari, è stata la prima, qualche anno fa, a pubblicare appelli con centinaia di firme insigni per salvare il suo "campione" da sicura condanna; del resto Calisto Tanzi ne è stato un autorevole Vice-Presidente, e non più tardi del 26 novembre ultimo scorso, 10 giorni prima dell'esplosione del crack, fu il suo giornale (Il Sole 24 ore) a firmare un contratto d'esclusiva con Parmatour per spostamenti e viaggi dei propri collaboratori.

Il problema della credibilità del sistema è comunque urgente: quanti bilanci falsi ci sono in giro? Quale sarà la prossima Parmalat? Come possono finanziarsi le imprese, se i risparmiatori continuano a collezionare bidoni?

La struttura debitoria delle principali aziende è infatti a livelli di guardia. Gli ultimi anni di tassi bassi hanno determinato due fenomeni complementari: a) le aziende si sono indebitate al massimo, e con scadenze lunghe, per sfruttare il momento favorevole; b) per coprirsi dai rischi (di cambio e di tasso) tutte le aziende hanno fatto ampio ricorso ai derivati. Tutto ciò è stato ampiamente favorito dalle banche, che guadagnano su entrambi i versanti (prestiti e derivati), ma questo meccanismo è sostenibile soltanto a fronte di rilevanti flussi di cassa futuri (che non sono mai certi), in grado di ripagare il debito, garantire solvibilità e assicurare profitti sufficienti agli azionisti. Non è affatto detto che tutto vada sempre bene, anzi.
La fuga da tutti i corporate bond che si è scatenata in queste settimane ed il restringimento dei crediti che le banche sono indotte a realizzare da questa impennata delle sofferenze vanno in una sola direzione: rendere dura la vita alle imprese che devono rifinanziarsi sul mercato. La difficoltà a reperire risorse può diventare fatale, soprattutto per quelle aziende che non sono ancora uscite da difficoltà non transitorie (es. Fiat).

È evidente dunque che, nella stessa logica di un capitale assai preoccupato degli sviluppi della situazione, occorre agire in fretta e correre ai ripari per restituire credibilità al sistema: un'unica Authority, con poteri forti, per vigilare su Borsa ed emissioni societarie, unificando magari Consob, Isvap e Convip. Lasciare a Banca d'Italia la vigilanza sulle banche, ma ridimensionare l'autonomia dell'Istituto, negando al Governatore l'attuale incarico a vita. Aumentare la dipendenza di Bankit dal Governo. Introdurre meccanismi più stringenti su bilanci, certificazioni, revisioni, ruolo dei sindaci nei Cda. Sanzioni pesanti, sul modello Usa, sugli amministratori che rubano o dichiarano il falso. Sono alcune delle modifiche allo studio: per sopravvivere il modello deve evolvere verso una struttura più trasparente.

Quale sorte toccherà a Parmalat? Il risanatore inviato da Mediobanca, Enrico Bondi, sta cercando di ricostruire il business del gruppo, sacrificando il grosso per salvarne una parte (la parte italiana). Saranno cedute tutte le partecipazioni estere, le società estranee al core business, le quote del mercato italiano che possono trovare dei compratori disposti a pagare cash. Una parte degli stabilimenti e degli occupati italiani sarà così in grado di ripartire. Per i risparmiatori che hanno investito nei bond (almeno 150.000 famiglie) ci sono scarse speranze di riavere qualcosa (una cifra tra il 10 ed il 20%, a seconda di quanto "bottino" tornerà a casa). Risibili e di pura facciata sono le offerte delle banche (es. Capitalia) di restituire i soldi investiti. Probabilmente si avvia a sparire la Banca d'Italia, così come la conosciamo, e con essa una filiera di banchieri come Geronzi, sintesi e mediazione tra politica ed affari (Capitalia ha finanziato nel tempo tutti i partiti e i giornali politici, Manifesto compreso).

Siamo ad una svolta importante nella struttura finanziaria ed industriale del paese, un passaggio che segnala un salto rilevante verso una modernizzazione capitalistica più matura, che brucia il valore di relazioni politiche e protezionismi di vecchio stampo e impone ai capitalisti un "risanamento" finanziario, selezionandone la qualità e la capacità di continuare a competere.
Non è detto che il sistema italiano sia in grado di reggere a questa prova senza altri, violenti, traumi.

Renato Strumia












 

 



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