archivio/archivio2003/un01/unlogopiccolo

Da "Umanità Nova" n. 3 del 1 febbraio 2004

Nessuna frontiera, nessuna galera!


"A lungo termine, il capitalismo dovrebbe essere antirazzista, proprio perché è antiumano" (N. Chomsky)

L'antiumanità del capitalismo e dell'ordine statuale, anche nelle società che si definiscono democratiche, è senz'altro ben dimostrata dall'esistenza dei campi di concentramento ipocritamente definiti Centri di Permanenza Temporanea (CPT) e talvolta mascherati da centri di accoglienza, per la carcerazione sino a due mesi degli immigrati "irregolari" in attesa di espulsione coatta.
Si tratta, come non è mai abbastanza noto, di luoghi di detenzione per persone "colpevoli" soltanto di non avere un passaporto o un permesso di soggiorno, dove il livello dei diritti e delle condizioni di vita è persino inferiore a quello delle carceri. Luoghi che, secondo i principi fondamentali garantiti ad ogni essere umano, dovrebbero essere considerati fuorilegge come ha peraltro più volte denunciato Amnesty International; invece in Italia sono stati istituiti con leggi dello stato da governi, sia di centro-sinistra che di centro-destra, secondo le direttive stabilite dai trattati dell'Unione Europea.

Luoghi dove avvengono quotidianamente soprusi autorizzati e violenze legali, compresa la somministrazione di psicofarmaci o di manganellate secondo i casi, sorvegliati da forze di polizia ma anche con la partecipazione di civili, religiosi ed associazioni "umanitarie" che cogestiscono tali strutture rendendosi oggettivamente ed anche materialmente corresponsabili di simili orrori.
Talvolta la loro ubicazione è decentrata e lontana da occhi indiscreti, in altri casi è all'interno delle nostre città, a due passi dalle vetrine del consumismo e dalle routine della normalità borghese.
Contro le possibili evasioni vi sono muri, sbarre, fili spinati e blindati; ma la loro principale difesa è l'invisibilità agli occhi della stragrande maggioranza delle persone che non vogliono sapere e non possono credere.

Che non vogliono sapere e non possono credere, così come avvenne in Germania quando vennero istituiti i lager nazisti.
La giornata di lotta antirazzista del 31 gennaio appare quindi come la continuazione ideale e coerente della Giornata della Memoria, anche se sul piano istituzionale ci si guarda bene di evidenziare le analogie tra presente e passato, ed anzi l'antirazzismo democratico verso l'orrore concentrazionario di ieri finisce per coprire e legittimare la non meno inquietante realtà del presente.
Da parte sua il governo appare intenzionato a sviluppare ulteriormente l'apparato repressivo, quale elemento portante della sua politica xenofoba nei confronti del fenomeno dell'immigrazione: si effettuano rastrellamenti, viene praticamente annullato il diritto di asilo per i profughi, si continua a dare la caccia con unità militari alle carrette del mare cariche di disperati, si progettano nuovi campi in ogni regione e si vorrebbero persino affidarne in subappalto agli stati da dove partono i viaggi clandestini della speranza.

Di fronte a ciò, il movimento antirazzista e le associazioni dei migranti da anni cercano di denunciare pubblicamente la politica governativa e gli interessi economici che sottendono lo stato dell'apartheid in Italia, mettendo al primo punto delle loro iniziative la chiusura dei CPT e cercando in ogni maniera di impedirne la loro costruzione; ma è tutt'altro che una lotta semplice, perché ancora limitata a circoscritti ambiti di attenzione e a determinate aree di sensibilità sociale.
Da qui l'importanza di estendere la controinformazione e l'azione diretta solidale, ma anche quella di individuare altri punti del meccanismo infame delle espulsioni forzate, con il coivolgimento di altre forze. Da tempo e da più parti, ad esempio, si parla di intervenire nei momenti in cui gli immigrati vengono trasferiti dai centri di detenzione agli aeroporti e nei porti per essere di nuovo deportati nei paesi da cui sono fuggiti. In Italia, a differenza della Francia dove si è concretizzata la non-collaborazione dei lavoratori dei trasporti, di solito tali operazioni non sono state ancora privatizzate, ma vale la pena prendere seriamente in considerazione tale proposta, anche perché ogni macchina per funzionare ha bisogno di molteplici ingranaggi.

Anti













 

 



Contenuti  UNa storia  in edicola  archivio  comunicati  a-links


Redazione fat@inrete.it  Web uenne@ecn.org  Amministrazione  t.antonelli@tin.it