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Da "Umanità Nova" n. 4 dell'8 febbraio 2004

Scuola. Boicottare la riforma


Il decreto di attuazione della riforma Moratti per la scuola dell'infanzia e il primo ciclo di istruzione è stato definitivamente approvato dal consiglio dei Ministri lo scorso 23 gennaio.

Giunge così a compimento un processo avviato da anni, sul quale si sono avvicendati con accanimento due governi di diverso colore, ugualmente ossessionati dalla volontà di introdurre nella scuola pubblica criteri di selezione, di riduzione dei saperi, di abbattimento di risorse finanziarie, di taglio del personale, di dequalificazione, di subordinazione dell'istruzione alle esigenze del mercato. Questo il terreno comune che caratterizzava l'impianto del progetto di riforma ulivista-cigiellina di Berlinguer e che costituisce l'asse portante, con le dovute variabili, della riforma Moratti.

Ripercorriamo qualche tappa.

La Moratti presenta i contenuti e le finalità del proprio progetto di riforma dei cicli a partire dal luglio 2001, attraverso il documento di Bertagna, che viene ufficialmente illustrato nel dicembre nel famoso Forum degli stati generali tenuto all'EUR in forma superblindata, tra le contestazioni di una enorme manifestazione, sostenuta sostanzialmente dagli studenti e dai sindacati di base, effettuata in un clima di forte tensione: era la prima manifestazione di piazza imponente che si teneva dopo Genova.

Nella primavera 2002 il Consiglio dei ministri approva il disegno di legge delega, mentre si dà inizio ad una poderosa e dispendiosa opera di propaganda esercitata a colpi di opuscoletti accattivanti che dovrebbero toccare il cuore di docenti e famiglie: sarà anche questa una caratteristica ricorrente nell'iter della riforma Moratti.

Nel settembre 2002 parte in 250 scuole elementari il progetto nazionale di sperimentazione della riforma macroscopicamente finalizzato alla ricerca del consenso: le adesioni provengono principalmente dalle regioni e dalle province filogovernative. In Toscana, per fare un esempio, il 70% delle scuole che sperimentano la riforma sono private, nella provincia di Livorno, grazie alle prese di posizione dei Collegi docenti, nessuna scuola chiede la sperimentazione. I risultati della sperimentazione, ovviamente, sono una trionfante conferma dell'impianto morattiano.

Nel primo semestre del 2003 il disegno di legge viene approvato sia alla Camera che al Senato. Nel settembre, all'inizio dell'attuale anno scolastico, il Consiglio dei Ministri approva lo schema del decreto legislativo. Dopo aver recepito il parere, peraltro solo consultivo, della conferenza Stato-regioni, che propone alcuni emendamenti, arriviamo così alla definitiva approvazione dello scorso 23 gennaio, nonostante alcune scaramucce interne alla stessa maggioranza e nonostante il parere negativo espresso dalla commissione bilancio del senato che rileva la mancanza di copertura finanziaria per alcuni capitoli di spesa relativi alla diffusione della scuola dell'infanzia e all'anticipo scolastico. La scuola riformata sarà dunque sconvolta per i seguenti motivi: l'anticipo a due anni e mezzo senza adattamento e ampliamento delle strutture e senza ulteriori assunzioni abbatterà irrimediabilmente la qualità della scuola d'infanzia; l'anticipo opzionale dell'ingresso alle elementari creerà classi disomogenee in cui saranno presenti contemporaneamente alunni con età compresa tra i 5 anni e mezzo e i sette anni, con notevoli differenze di maturazione affettiva e cognitiva; l'introduzione dell'insegnante tutor comporterà una gerarchizzazione inaccettabile e una dannosa rottura dell'equilibrio nel lavoro dei docenti; l'orario scolastico sarà ridotto nella scuola elementare a 27 ore, opzionalmente estensibili: ad esempio, su 10 classi di tempo pieno (attualmente 40 ore settimanali), utilizzando il tempo base si vanno a perdere 7 insegnanti rispetto all'attuale; in ogni caso, anche con la massima estensione di tempo, si perdono comunque 3 insegnanti. Inoltre l'utilizzo della quota opzionale introdurrà sino dal primo ciclo dell'obbligo, una discriminazione ingiustificata e dannosa per i bambini.
Nella scuola media l'orario sarà diminuito del 10%, passando a 27 ore dalle attuali 30; anche qua ci sarà una divisione tra il curricolo obbligatorio (891 ore annue) e quello opzionale (198 ore), con le ingiustificate differenziazioni di cui sopra; le discipline passeranno al contrario da 9 a 12, con una frammentazione dannosa per la didattica ma funzionale all'ottimizzazione dell'orario del personale e al taglio dei posti di docenza. Da segnalare, a fronte di quanto millantato dalla propaganda, la riduzione dell'educazione tecnologica (leggi informatica) da 3 a 1 ora settimanale e l'introduzione della seconda lingua straniera utilizzando le solite tre ore con cui finora si è studiato una lingua sola. Una manovra dunque che significa selezione, dequalificazione, impoverimento culturale, taglio di posti di lavoro, rispetto alla quale si è sviluppata recentemente una mobilitazione allargata che si è concretizzata in manifestazioni, presidi, assemblee permanenti, talora occupazioni delle scuole, sostenuta sinceramente da svariate componenti, ma irrimediabilmente limitata nella sua efficacia per diversi motivi: l'enorme ritardo rispetto ad una manovra che aveva cominciato il suo percorso da tempo, ma che aveva visto come attivi oppositori solo i sindacati di base; la parzialità degli obiettivi: la mobilitazione si è concentrata sul settore delle elementari e sulla richiesta di garanzie per il tempo pieno e la mensa, toccando un punto nodale, ma non esclusivo della manovra.

È stato trascurato ad esempio il settore della scuola media, che pure è duramente colpito, e del tutto accantonata la questione della secondaria superiore, per la quale ancora non c'è decreto attuativo, ma che è ugualmente smembrata e ridotta nella legge 53; la strumentalizzazione: spesso gli enti locali hanno sostenuto le mobilitazioni perché decisi a non accollarsi le competenze relative alla garanzia di erogazione del servizio mensa, che la Moratti ha sganciato insieme al tempo pieno. Ne è risultata una eccessiva istituzionalizzazione e depotenziamento delle proteste ed alcuni irrilevanti emendamenti suggeriti dalla conferenza stato-regioni, esclusivamente relativi ai servizi mensa il movimentiamo a tutti i costi: c'è stata una eccessiva valorizzazione di comitati ed associazioni di genitori, identificati come unico soggetto pienamente legittimato ad assumere iniziative, in realtà chiunque abbia seguite le vicende ha verificato, con le debite eccezioni, che molto spesso queste associazioni sono l'interfaccia di partiti politici o sindacati (CGIL-DS-PRC), che alcuni genitori in realtà hanno ruoli e incarichi o sono candidati per le amministrative.

Si è voluto togliere spazio al terreno della mobilitazione sindacale, l'unica in grado di contrastare efficacemente una manovra che riguarda uno specifico settore lavorativo, dove tra l'altro il sindacalismo di base è piuttosto diffuso ed in netto vantaggio, sul tema della lotta contro la riforma dei cicli, persino sulla CGIL.

Non è un caso se su una questione così rilevante non sia stato indetto nemmeno uno sciopero (con l'eccezione dello sciopero Unicobas dello scorso 6 ottobre), che la questione sia stata oscurata ancora una volta da un'altra emergenza - le pensioni -, che si sia voluto scegliere la strada dei girotondi, la campagna d'opinione anziché la lotta sindacale. Il compito che ci aspetta è senz'altro impegnativo: continuare la mobilitazione nelle piazze, nelle assemblee, nelle scuole, anche nei comitati, laddove siano autentiche strutture di base, per contrastare l'attuazione della riforma, boicottarne l'applicazione e contenerne gli esiti, per difendere i posti di lavoro e salvaguardare il diritto all'educazione degli studenti; ma anche lavorare per la costruzione di uno sciopero che veda le lavoratrici ed i lavoratori della scuola protagonisti della lotta contro la vergognosa e devastante ristrutturazione del loro settore.

Patrizia














 

 



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