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Da "Umanità Nova" n. 7 del 29 febbraio 2004

Pensioni. Riparte l'offensiva


Se, quando si parla di riforma del sistema previdenziale, non si trattasse della vita di milioni di persone si potrebbe riconoscere all'attuale governo una discreta capacità di intrattenimento.

Nell'arco di qualche mese si è passati da un'ipotesi all'altra, si è cercato lo scontro sociale e, poi, la collaborazione con settori del sindacato, si sono scontentati lavoratori e padroni, si sono visti i diversi segmenti della maggioranza in lotta fra di loro.

È evidente, per amor di equità, che il governo è in serie difficoltà.
Il ciclo economico negativo determinando un accentuarsi della riduzione dei salari ha provocato robusti segnali di ripresa del conflitto sociale.
La precarizzazione del lavoro non ha prodotto solo passività ed atomizzazione dei lavoratori ma anche interessanti segnali di capacità di iniziativa autonoma dei lavoratori precarizzati.

Lo stesso blocco sociale che sostiene la destra è attraversato da tensioni di non poco conto, basta pensare alla mobilitazione della popolazione della Basilicata contro il deposito di scorie nucleari che il governo intendeva regalarle, mobilitazione che ha visto uniti settori sociali e politici, come si suol dire con un termine bruttissimo, trasversali.
In una situazione del genere il vecchio blocco moderato italiano avrebbe evitato di rinfocolare il conflitto sociale con un taglio delle pensioni che colpisce in misura massiccia e più che proporzionale i dipendenti pubblici, tradizionale base di insediamento del centro politico e sindacale.

È, d'altro canto, evidente che il governo non può evitare di tagliare le pensioni se vuole rispondere alle aspettative del padronato nazionale, per un verso, e dei poteri politici ed economici transnazionali, per l'altro.

La riforma delle pensioni, come è noto, è stata messa in frigorifero per un paio di mesi, la maggioranza ne ha discusso al suo interno dividendosi fra falchi e colombe, ed è stata tirata di nuovo fuori in una versione leggermente diversa rispetto alla versione prenatalizia, una versione palesemente volta a offrire alla CISL uno spazio di mediazione e a riprendere la strategia governativa dei primi due anni consistente nell'incunearsi fra CISL e CGIL.

Le novità maggiori sono note anche se sarà necessaria una valutazione tecnica più approfondita:

- il passaggio della buonuscita (TFR) ai fondi pensione non sarà automatico ma legato al meccanismo del silenzio assenso;

- la decontribuzione per i nuovi assunti non avrà le caratteristiche previste e volte a finanziare massicciamente, di fatto le imprese;

- dal 2008 si andrà in pensione solo a sessant'anni di età ma non saranno necessari i quarant'anni di contributi e si andrà a condizioni peggiori gradualmente;

- vengono aboliti alcuni dei meccanismi di maggior favore attualmente esistente (si "chiudono" due finestre su quattro).

I sindacati istituzionali hanno reagito alla proposta governativa in maniera diversa rispetto al passato. La CISL ha riconosciuto le concessioni del governo ma afferma che non bastano e, soprattutto, che la trattativa deve svilupparsi sull'assieme del welfare e la CGIL è più dura ma sembra intenzionata ad evitare ad ogni costo iniziative in proprio e pone l'unità sindacale al di sopra di ogni altra considerazione (potremmo dire: Cofferati, addio).

Se si esclude l'opposizione sociale e il sindacalismo alternativo, nessuno fa notare che non è una legge di natura il fatto che il reddito (e le pensioni sono una parte del reddito sino a prova contraria) dei lavoratori dipendenti debba essere sacrificato sull'altare dei conti pubblici e dei profitti aziendali.

In fondo il punto è proprio e solo questo, al di là dei tecnicismi. La mobilitazione per la difesa di pensioni dignitose è un momento di quella più generale per il reddito del lavoro dipendente.

Nei mesi passati è emersa una disponibilità alla lotta che lascia ben sperare, si tratta di individuare i punti di crisi dell'iniziativa dell'avversario e di sviluppare un ciclo di lotte su salario, pensioni, welfare, diritti ponendo l'accento sul carattere unitario delle singole mobilitazioni.

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