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Da "Umanità Nova" n. 7 del 29 febbraio 2004

Lotte radicali, orizzonti ristretti
La rabbia operaia e le nebbie del riformismo


Tutti sono d'accordo, tranne beninteso i nuclei più duri del berlusconismo, che il paese si va avviando verso un generale impoverimento che vede i ceti sociali meno abbienti scivolare verso il fondo della piramide, i settori più garantiti del proletariato a posto fisso, scendere di gradino verso una forma di precariato economico e psicologico, e una parte consistente del ceto medio, cadere in picchiata verso la tanto temuta proletarizzazione.

Tutti sono d'accordo, specie tra gli oppositori al governo che tanto han fatto quando erano governo essi stessi, per contribuire alla rapina economica a danno della popolazione e allo stato di progressiva precarizzazione sociale, su questo dato di fatto. Nessuno però avanza delle proposte concrete per bloccare l'impoverimento generale, preferendo giocarsi la questione all'interno della lotta elettorale.

Quello che a noi interessa è capire come si vive questo attacco profondo alle condizioni di vita e alle stesse aspettative, all'interno della classe. E qui i segnali sono davvero incoraggianti, sebbene vadano presi per quelli che sono: dei segnali, appunto, e non ancora degli eventi capaci di imprimere una inversione di tendenza alla situazione generale.
Il primo di questi segnali è senza alcun dubbio la lotta degli autoferrotranvieri, la prima, per estensione temporale e quantitativa, che ha messo in discussione la liberticida legge sulla regolamentazione degli scioperi; un metodo radicale che ha scavalcato le organizzazioni sindacali tradizionali, e, per certi versi, ha colto di sorpresa le stesse organizzazioni sindacali di base. Se tuttavia analizziamo bene questa lotta - ancora lungi dall'essersi conclusa, anche se ha già riportato i tram… sui binari - vediamo che al metodo sicuramente avanzato non corrispondevano obiettivi altrettanto radicali: la lotta era per ottenere un differenziale di 21 euro oltre gli 85 già concessi, più i relativi arretrati. In pratica, se si considera anche quanto han perso in scioperi i lavoratori, e quanto rischiano ancora di perdere se arriveranno le promesse multe da parte della Commissione di Garanzia sul diritto di sciopero, la richiesta alla base della vertenza, è davvero piccola piccola, si direbbe quasi pretestuosa. E molto probabilmente lo era.
Credo che i lavoratori del trasporto pubblico locale abbiano rappresentato in questa lotta l'esplosione di una rabbia per troppo tempo compressa, sia verso la loro condizione di categoria soggetta a progetti di privatizzazione e ristrutturazione selvaggia, sia verso l'impoverimento generale cui la politica salariale e contrattuale delle OO.SS. non è riuscita a porre alcun freno, sia verso una emarginazione dalle politiche decisionali, che le burocrazie sindacali hanno acutizzato negli ultimi anni.

A cavallo con la lotta degli autoferrotranvieri, è esplosa quella degli operai delle acciaierie, contro i progetti di ridimensionamento di alcuni tra gli impianti storici del paese: l'ILVA a Genova, le acciaierie di Terni. Qui la contraddizione rilevata è ancora maggiore. I lavoratori di Genova arrivano persino a scontrarsi con le forze di polizia, riportando lo scontro ad un livello da anni settanta, ma solo per esigere che al tavolo delle trattative sedessero le organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil, le stesse, in pratica, che in questi anni, grazie alla pratica della concertazione, hanno patteggiato le ristrutturazioni e le politiche sul contenimento del costo del lavoro. Al contrario, i lavoratori di Terni, protagonisti di una ondata di scioperi che ha subito avuto una rilevanza nazionale, hanno concluso la loro agitazione a piazza S. Pietro, a Roma, ad acclamare l'intervento del papa.

In questi esempi, cui se ne potrebbero aggiungere altri, emerge l'esplodere di una rabbia che poi va a disperdersi nelle nebbie del riformismo, o nelle greppie di una subalternità non ancora digerita. La scarsa presenza del sindacalismo di base, o di livelli di autorganizzazione, per quanto sforzi se ne facciano tanti e la situazione sia in lento mutamento, emergono come il livello mancante ai movimenti che vanno esplodendo in modo così contraddittorio ma interessante.

L'altro dato positivo dei movimenti degli ultimi mesi, è stato senz'altro il fatto che per la loro radicalità, sono riusciti ad ottenere le prime pagine di giornali e telegiornali, scatenando non solo un vasto fronte di simpatie, questo vero segnale positivo del malessere generale, ma anche non pochi esempi di emulazione. La battaglia popolare di Scanzano, contro il progetto di discarica nucleare, è fra tutti, quella che più viene portata ad esempio nelle varie proteste che scoppiano in giro, fuori dalle fabbriche e dai settori lavoratori, contro progetti di discariche, inceneritori, e amenità del genere. Non vi è dubbio che quanti danno vita a queste esperienze, recano con sé un bagaglio di rancori e di insoddisfazione generale, catalizzati in quello specifico obiettivo.

In questo caso, i limiti di movimenti che sovente vanno oltre la normale dialettica popolazioni/istituzioni, per assumere aspetti inquietanti per i pompieri sparsi sul territorio, sono evidenziati dalla loro chiusura localistica e dal fatto che l'interclassismo che ne è alla base, porta alla nascita di capi e capetti perfettamente omologati, esponenti locali degli stessi partiti di governo, preti, aspiranti deputati, con conseguenze facilmente prevedibili sul futuro di un movimento che potrebbe, invece, proseguire dandosi assetti di continuità ed autorganizzazione.
Mi pare che ci troviamo immersi in una fase che denota, a svariati livelli, la disponibilità della classe proletaria (scusate il termine, ma ancora non riesco a trovarne un altro altrettanto soddisfacente, ma più consono alle modificazioni intervenute) ad un percorso di lotta che abbia come fine un cambiamento di condizione, che non corrisponde ad un semplice cambiamento di governo. Tale disponibilità è ancora fortemente inquinata dalla frammentazione categoriale e locale, dal peso delle burocrazie partitiche e sindacali, e da anni di subalternità, che hanno fortemente lesionato la capacità di analisi e di elaborazione in seno alla classe.

Un terreno su cui le forze rivoluzionarie, gli organismi di base, devono inserirsi per spingere in avanti, verso il superamento delle contraddizioni e verso lo scontro generale.

Pippo Gurrieri

















 

 



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