Umanità Nova, numero 9 del 14 marzo 2004, Anno 84
L'atroce assassinio di Davide Cesare, commesso un anno fa a Milano da alcuni squadristi di periferia intossicati dai miti della razza, è stato un fatto allarmante, così come la successiva aggressione sbirresca scatenatasi fuori e dentro l'ospedale San Paolo ai danni dei compagni e delle compagne di Dax.
Un fatto allarmante che però, da quel maledetto sedici marzo, è stato solo parzialmente avvertito e compreso nella sua precisa gravità, senza che venissero pensate ed attivate adeguate contromisure per evitare che una simile tragedia si ripeta.
Al contrario - è storia di questi mesi - si è andata palesando una pericolosa ripresa militante dell'estrema destra, via via resasi responsabile di violenze, intimidazioni e provocatorie adunate di piazza, sempre più diffuse e sempre più sicure della loro impunita aggressività.
Dietro le quinte di tale ritorno in servizio non è difficile scorgere sceneggiatori, finanziatori e suggeritori politici facenti capo alle destre governative, oltre a lampanti benevolenze nell'apparato statale.
Basta tenere presente l'ossessione anticomunista del capo del governo, la continua denigrazione della lotta partigiana ad opera degli esponenti della cultura dominante, la richiesta di grazia per il boia nazista Priebke avanzata da personaggi della destra governativa, le proposte ministeriali di sparare o silurare le imbarcazioni cariche di disperati, l'accanimento proibizionista di Alleanza Nazionale o il continuo evocare vagoni piombati e forni crematori per gli immigrati da parte dei dirigenti della Lega Nord, per comprendere che la propaganda di gruppi come Forza Nuova è tutt'altro che l'isolato delirio di un'associazione fuori dal tempo.
Le comparse fasciste assolvono infatti a varie funzioni: impressionare e distrarre l'opposizione sociale e antiguerra, fungere da spalla dello stato di polizia, prestarsi a recite a soggetto sullo scenario elettorale.
D'altra parte il rientrare in gioco dell'attivismo fascista s'inserisce pienamente in un clima generale assolutamente inquietante nella sua normalità che vede il dilagare di comportamenti sottoculturali all'insegna della prepotenza, di un autoritarismo discriminante nei rapporti umani, del prevalere di logiche razziste e sessiste, di una latente tendenza alla sopraffazione verso gli indifesi e di servilismo verso chi detiene ed esercita il potere, di una fomentata psicosi securitaria.
Per questo, mai come in precedenza, la pratica antifascista si trova a dover affrontare ben oltre le contingenze di una necessaria autodifesa nei confronti della manovalanza a caccia di soggetti ritenuti diversi, di asociali, di sovversivi - veri o presunti - con cui prendersela in nome della difesa della nazione, dell'ordine e della gerarchia.
È infatti indispensabile sviluppare la conoscenza e l'azione preventiva nei confronti dei gruppi nazi-fascisti che s'incaricano di incendiare centri sociali e sedi dell'opposizione di classe, di compiere aggressioni, di moltiplicare l'intolleranza razziale; così come è indispensabile riannodare tra le diverse generazioni i fili della memoria dispersa.
La pratica antifascista torna quindi ad intrecciarsi con la critica radicale dell'esistente e la prospettiva rivoluzionaria di una società senza sfruttatori, affinché non sia proprio l'estrema destra ad inserirsi nelle contraddizioni sociali e nella perdita di senso collettivo per suggerire un indistinto ribellismo "contro il sistema" pronto a scagliarsi sul nemico sbagliato.
Una pratica quindi che veda moltiplicarsi le esperienze solidali di autorganizzazione e lotta antifascista in grado di tradursi in conseguente resistenza sociale al capitalismo, per il diritto di vivere liberi da ogni imposizione.
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