Umanità Nova, numero 9 del 14 marzo 2004, Anno 84
Man mano che si avvicinano le scadenze elettorali, sale lo scontro tra i partiti e si utilizza qualunque argomento per trarre il massimo profitto in termini di visibilità e di immagine. Uno dei temi caldi della fase attuale è la dirompenza degli scandali finanziari come Cirio e Parmalat, che hanno lasciato dietro di sé vuoti notevoli nelle tasche di molti risparmiatori italiani. Quando si perdono dei soldi è molto difficile tirare una riga sopra il passato e non basta neanche la più entusiastica convinzione ideologica per giustificare i comportamenti del governo, che ha favorito con il proprio agire atteggiamenti lassisti sul piano della correttezza e dei controlli. Naturalmente privatizzazioni e deregulation non sono prerogativa del centro-destra: ha colto nel segno chi ha indicato in Palazzo Chigi ai tempi di D'Alema l'unica merchant bank dove non si parlava inglese operante in Italia (ricordate Colaninno e gli altri capitani coraggiosi della scalata a Telecom?). Lo stile finanziario della destra, comunque, la cultura dei condoni fiscali e tombali ha esteso e rafforzato la convinzione che fare il furbo sia alla fine economicamente pagante e che sia opportuno dare politicamente una calmata sia alla guardia di finanza che alla magistratura, per lasciare finalmente agli imprenditori, questa classe eletta che si occupa altruisticamente dello sviluppo sociale generale, la piena libertà di azione, senza pastoie burocratiche.
Questa brillante visione del mondo, condivisa e sostenuta dal comandante in capo e Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, si è tradotta concretamente, con Parmalat, in un gigantesco crack che ha ripulito di una decina di miliardi di euro le tasche di investitori, fondi pensione, fondi comuni e banche, sia nazionali che esteri. L'entità delle perdite e la loro vasta distribuzione sociale rendono la questione assai allarmante anche sul piano elettorale. I risparmiatori che hanno in portafoglio Argentina sono circa 400.000, quelli Cirio 35.000, quelli Parmalat 100.000. Sono però almeno 15 milioni le famiglie che hanno rapporti con le banche e che hanno patito, quasi inevitabilmente, qualche perdita in conto capitale negli ultimi 3-4 anni, in certi casi di importo assai consistente. È credibile dunque l'ipotesi, avanzata da autorevoli opinionisti, che il movimento di rivolta contro il sistema finanziario, guidato dalle associazioni dei consumatori, in funzione del recupero dei risparmi perduti, possa spostare in Italia qualcosa come 2-3 milioni di voti. È evidente anche che le candidature offerte ai rappresentanti di queste associazioni, nella futura tornata elettorale di giugno, possono risultare decisive nello spostamento di masse critiche di voti verso l'uno o l'altro schieramento politico, determinando alla fine la differenza tra la vittoria e la sconfitta. Cavalcare questo tema caldo è quindi molto di moda.
Tutti i partiti e gli schieramenti politici fanno a gara per accattivarsi le simpatie degli elettori traditi dalle loro banche o dalla loro avidità di guadagno. A.N. ha fatto un convegno a Parma per affrontare il problema e ne ha approfittato per attaccare le banche. I D.S. hanno presentato una proposta di legge per sanare la situazione dei risparmiatori Argentina, scaricandone i costi sulle banche o sulle finanze dello Stato. Tremonti si è detto addirittura disponibile a rivedere la legge che ha depenalizzato il falso in bilancio ed è cominciato un dialogo politico "bipartisan" per predisporre una legge condivisa sulla tutela del risparmio e la riforma del sistema dei controlli. Tutti vogliono arrivare alle elezioni con qualche risultato in tasca, anche se l'esigenza generale è quella di superare questa prova senza cambiare granché nella sostanza, affidando a tempi meno burrascosi la regolamentazione finale della materia.
Si tratta infatti di evitare altre Parmalat e di riverniciare l'immagine del sistema Italia presso la finanza internazionale, senza però mettere in pericolo la imperiosa necessità delle aziende italiane di rifinanziarsi senza troppe difficoltà. La proposta di legge sulla tutela del risparmio introduce infatti elementi di novità assai preoccupanti per le principali aziende italiane, che nella generalità dei casi hanno struttura finanziaria assai fragile e molti debiti in scadenza nel triennio 2004-2006. Un articolo della proposta di legge introduce infatti il principio che le banche debbano garantire le emissioni obbligazionarie che curano per conto della propria clientela "corporate" e che piazzano alla clientela "retail". Copiando dal sistema Usa, che impone alle banche di tenersi i titoli in casa per almeno un anno dall'emissione, la proposta di legge italiana adotta una serie di strumenti (non ancora definitivi) che vanno nella stessa direzione. La gamma delle alternative prevede una garanzia integrale fino all'estinzione del titolo, oppure l'obbligo di tenerne in portafoglio almeno il 20% per tutta la sua durata. Se approvata in questi termini, la norma di legge avrebbe un effetto prevedibilmente catastrofico per molte aziende italiane. Partendo dal presupposto che il sistema Parmalat (la massiccia emissione di bond tramite società off-shore) è stato adottato da tutte le principali aziende, si tratta di capire come è possibile continuare a finanziarle. Il Delaware, stato Usa con normativa fiscale super-agevolata, sede delle attività principali di Zini (avvocato tuttofare di Tanzi), ospita circa 400 società che fanno capo, da sole, alle tre principali aziende italiane (Eni, Fiat, Telecom). È evidente che la norma italiana, che prevede la possibilità di emettere prestiti obbligazionari pari a non più del doppio del patrimonio netto, è stata aggirata sistematicamente attraverso il ricorso a società off-shore. Tutte le aziende italiane hanno scarso capitale e scarso patrimonio, hanno limitati spazi di indebitamento con il sistema bancario e hanno utilizzato largamente la fase dei tassi bassi per spostare la propria esposizione verso i risparmiatori "retail". Le banche italiane stanno attuando una politica di strisciante restrizione del credito, accentuata dalla progressiva concentrazione del sistema su pochi grandi gruppi e dalla conseguente necessità di abbassare la singola esposizione debitoria con i grandi prenditori di credito. Inoltre le banche dovranno attenersi a parametri sempre più rigidi per rispettare i nuovi stringenti vincoli previsti dai regolamenti internazionali di Basilea2. Se le banche fossero costrette a garantire le emissioni obbligazionarie delle aziende loro clienti, si rifiuterebbero di curare i nuovi collocamenti. In questa situazione le aziende non potrebbero rifinanziare i debiti in scadenza che con il normale cash-flow: ma in una fase di prolungata recessione come quella attuale è escluso che ciò possa avvenire.
La situazione è dunque assai pericolosa ed occorre agire su vari fronti. Occorre convincere i risparmiatori a rassegnarsi alle loro perdite, magari dopo aver convinto le banche a rimborsare i casi più penosi e disgraziati. Occorre convincere le associazioni dei risparmiatori ad abbassare un po' il tiro al piccione sulle banche, magari dopo aver convinto i loro rappresentanti ad entrare in qualche lista per le europee. Occorre convincere i parlamentari che la difesa del risparmio è sì importante, ma non allo stesso livello della necessità delle aziende di rifinanziarsi a basso costo con i soldi degli altri. Occorre convincere i giornalisti e soprattutto i loro lettori che il caso Parmalat è grave (così come quello Cirio, Giacomelli, ecc.), ma si tratta in fondo di poche mele marce in un sistema sano e maturo che sa selezionare autonomamente, con la famosa mano invisibile, le realtà meritevoli di sopravvivenza.
Per fare tutto questo il governo è disponibile ad ampie concessioni "bipartisan" e persino a sacrificare una delle sue bandiere ideologiche più idolatrate: la depenalizzazione del falso in bilancio. Del resto questa legge era, oltre che un piacere personale fatto a Romiti, Berlusconi e tutti quelli che avevano pasticciato con i bilanci, un servizio dovuto alla Confindustria dopo gli impegni assunti dal premier al Convegno di Parma, nella primavera 2001, di fronte al nuovo corso di Antonio D'Amato, sull'onda di un patto di ferro tra destra populista e piccola impresa che sembrava dover cambiare il mondo. È passata un'eternità, la grande impresa si sta riprendendo con Montezemolo il potere in Confindustria e sembra voler rinnovare una nuova stagione negoziale con i sindacati compiacenti, dopo la fase dello "spacchiamo tutto senza contrattare niente". Dopo le elezioni sarà possibile avere un quadro aggiornato dei nuovi equilibri di potere e quindi lavorare in vista di nuovi assetti politici. La deriva del governo potrebbe partorire la necessità di intese trasversali di tipo nuovo. Anche nel governo c'è chi lavora per tenere aperte diverse vie d'uscita.
Renato Strumia