Umanità Nova, numero 15 del 2 maggio 2004, Anno 84
"Le Falangi Verdi", nota marca irachena di guanti per signora
upper-class, ha richiesto pubblicamente, il 26 di aprile (la data in
calce sembra che sia stata apposta il 25), alla massa di consumatori
italiani di far capire al loro governo che gli sponsor che li stanno
finanziando non sono sufficienti e che hanno bisogno di più
soldi. Anzi, no, "le Falangi Verdi", gruppo politico islamico di una
catena in franchising estremista, ha richiesto, in maniera del tutto
amichevole, agli amanti della pace italiani, senza alcun vincolo,
apertamente, di fare due passi per richiedere la liberazione di alcune
persone che alloggiano comodamente nelle stanze dei loro motel.
Dunque riassumiamo: alla prima ipotesi si risponde pagando e, siccome i governi comprano di tutto, compreso il silenzio, potrebbero fare un piccolo sforzo in più. Sulla seconda ipotesi, poiché la cultura del ricatto morale di tradizione cattolica – romana incombe sulla testa di ognuno di noi come una spada di Damocle, devo dire che sentirmi responsabile della eventuale morte di persone che non stimo per nulla da parte di alcuni mentecatti fascisti – islamici, che amano la pace come noi anarchici amiamo il potere, devo dire che non mi tange neppure un pochino. La guerra non solo non la abbiamo mai voluta, ma la abbiamo pure combattuta e la combattiamo con i nostri tempi e con le nostre modalità, e, come è evidente, non abbiamo nulla da spartire né con dei soldati di mestiere o mercenari, poco fa la differenza, che sono andati in Iraq per fare la guerra, né con dei guerriglieri religiosi, pronti a liberarsi da alcuni oppressori per sostituire la loro sopraffazione a quella precedente. Saremo in piazza il Primo maggio, perché c'è da oltre un secolo questa scadenza che è parte della nostra storia; saremo in piazza il primo maggio per dire no alla guerra ed al militarismo perché così la pensiamo e perché così vogliamo e non certo perché ce lo richiede qualcuno. Non scenderemo a fianco di opportunisti di regime, complici e carnefici, pronti ad inviare le truppe, a bombardare (non dimentichiamo le altre guerre), soltanto per reggere il moccolo della loro partita elettorale. Il peso della sorte dei prigionieri che hanno scelto la guerra deve ricadere su di loro e su chi li combatte, ed ognuno è responsabile di quello che fa, di quello che dice e di quello che pensa. È come se gli operai di Melfi, tutt'ora in sciopero, dessero credito alle parole ricattatorie di Umberto Agnelli che afferma che facendo così si regalano auto alla concorrenza: se c'è qualcuno che regala auto sulla pelle dei lavoratori questa è proprio la famiglia Agnelli.
Nel frattempo Najaf sta accusando il suo cambio della guardia (statunitensi-spagnoli), con diverse decine di morti iracheni, naturalmente tutti guerriglieri per la stampa di regime, Nassyrya gode di alcune perlustrazioni italiche e Falluja, tra un rastrellamento e l'altro di poliziotti iracheni, è la cronaca vivente di una vergognosa morte annunciata.
La transizione verso il 30 giugno, data stabilita come passaggio di una fetta di poteri ad alcuni potentati iracheni, in accordo con gli occupanti, sta entrando nel vivo della campagna elettorale, come, d'altro canto, sta entrando nel vivo anche la competizione elettorale europea. I soldati italiani (comprese le body guard), tutti i soldati, fanno parte, da versanti opposti, del ballottaggio elettorale: qui servono per rinsaldare lo spirito patriottico e celodurista dell'italianità, a cui consapevolmente o no, danno sponda le varie celebrazioni militaresche ufficiali del 25 aprile e del 2 giugno, mentre là entrano nel computo dei rapporti di forza tra resistenti ed occupanti e tra vari gruppi resistenti, tra loro.
In questo grande tavolo da poker alcuni giocatori che si erano esposti più di quanto un ritorno economico potesse dar loro ragione della presenza alla partita si sono ritirati del tutto o stanno notevolmente diminuendo il contributo di forze. L'esercito polacco ha confermato, attraverso le parole del suo generale Mieczyslaw Bieniek, la riduzione del contingente a sud da 10.000 a 6.000 unità e del passaggio del comando delle zone di Najaf e Qadisiyah alle forze Usa. Gli Australiani ed i Britannici hanno deciso invece, di "andare a vedere" e posizioneranno altri contingenti in sostituzione delle truppe degli altri paesi che se ne sono andate. Altre comparse, hanno invece deciso di giocare di più, magari di sponda: è il caso della Georgia che rafforza il suo contingente da 150 a 550 militari, schierati nella zona di Tikrit.
Tra gli eventi dell'informazione disinformante, quella che dice alcune mezze verità, che sono talmente a metà dia rischiare di essere tutte false, anche il consigliere iracheno alla sicurezza nazionale, Muaffak al Rubai, ha dichiarato di aver incontrato prigionieri stranieri, tra cui turchi, siriani e marocchini, che gli hanno detto di aver ricevuto soldi per fare attacchi in Iraq contro civili e forze della coalizione. Rubai ha quindi definito questi stranieri "mercenari del terrore" e ha indicato che sono "qualche centinaio" tra le migliaia di prigionieri nel carcere di Abu Gharib, a ovest di Baghdad.
Bisogna pensare che quando un'alta carica dello stato afferma "tra cui" e poi fa i nomi di alcuni paesi, tutto ciò non appartiene al caso: nulla appartiene al caso quando anche alcuni mezzi di informazione araba (Asia news ad esempio) aggiungono che la cattura degli ostaggi appartiene a questi gruppi infiltrati per scopi esclusivamente estorsivi.
Cattive notizie anche sul passaggio di consegne in casa americana: non che uno sia meglio dell'altro, ma mandare il "signore" John Negroponte, come nuovo ambasciatore americano in Iraq al posto di Paul Bremer, la dice molto lunga sulle intenzioni statunitensi per il futuro dell'Iraq. John Negroponte negli ultimi tempi ricopriva il ruolo di ambasciatore statunitense all'ONU ed è stato il maggiore sostenitore all'ONU della necessità di una guerra contro l'Iraq. In passato Negroponte ha ricoperto un ruolo rilevante in Honduras, nei primi anni '80, dove istituì il famosamente noto Battaglione 3-16, squadrone della morte, accusato della "sparizione" di non meno di 184 oppositori politici. Naturalmente l'Honduras divenne anche centrale di reclutamento e di addestramento dei contras antisandinisti e della lotta contro la guerriglia salvadoregna. John Negroponte finì anche sotto processo per il traffico d'armi denominato "Iraq-Contras", in cui venivano vendute armi all'Iraq di Saddam, per finanziare la guerriglia Contras. Negroponte uscì illeso dal processo, grazie anche all'interessamento del suo superiore di allora, il generale Colin Powell, che qualche altro giornalista prezzolato di regime osa chiamare "colomba" dell'amministrazione americana.
L'ambasciata USA in Iraq sarà, secondo la Reuters, la più grande rappresentanza statunitense del mondo (chissà perché) con oltre 3000 addetti.
Sembra, infine, che gli statunitensi vogliano riattivare le competenze degli amministratori del passato regime di Saddam, sia in ambito militare che civile, uomini a detta loro non compromessi,e qui mi viene da ridere per non piangere, in gravi crimini.
Forse sarebbe meglio dire che tra criminali s'intendono.
Pietro Stara