Umanità Nova, numero 16 del 9 maggio 2004, Anno 84
E che non ce la vengano a menare, che nessuno faccia finta di scandalizzarsi per tanta brutalità!
A volte, di fronte alla crudezza di immagini che rappresentano fatti
che non si vorrebbe credere possibili, l'ipocrita reazione di chi ne
è comunque, direttamente o indirettamente responsabile, è
ancora più raccapricciante delle immagini in oggetto. Proprio
come questa volta... e ancora una volta. Sono sotto gli occhi di tutti,
hanno fatto il giro del mondo le fotografie che ritraggono le torture
quotidiane alle quali le forze della coalizione, i liberatori del
popolo iracheno, hanno sottoposto i prigionieri nelle loro mani.
Sconvolgenti e banali, come sconvolgente e banale è la
brutalità con la quale il potere, tanto quello istituzionale
quanto quello "individuale", spesso si manifesta. Sconvolgente per il
diritto che la forza concede nei confronti del vinto, banale per la
ripetitività con la quale la storia riproduce e testimonia i
suoi delitti.
Siamo scesi in guerra per "liberare" un popolo. L'Occidente democratico
e ricco ha investito i suoi uomini e i suoi capitali per portare la sua
civiltà superiore in terre nelle quali la parola democrazia
doveva diventare merce di scambio con la parola petrolio. Nelle nostre
società, nonostante il rifiuto più o meno forte e
consapevole di milioni di persone, si è riprodotto lo iato fra
dichiarazioni di principi e ragioni di Stato. Con le sue conseguenze, i
suoi frutti marci, le infamie che vorremmo dover leggere solo sui libri
di storia e che invece ritroviamo sulle prime pagine dei quotidiani.
Cose già viste, cose che vediamo, cose che, chissà quante
volte, ancora vedremo. Ma che non ce la vengano a menare!
Le testimonianze sulle torture con le quali le truppe di liberazione, i
militari di carriera, i riservisti, i "lavoratori" delle sicurezze
private, tutti gli occupanti, insomma, hanno cercato di stabilire un
amichevole contatto con il popolo iracheno, ribadiscono, una volta
ancora, la necessità di opporre alle infette malattie della
coercizione e della violenza istituzionale la visione di un mondo
nuovo, un mondo nel quale i rapporti sociali e i rapporti umani,
naturalmente, trovino il loro fondamento nella solidarietà
dell'uguaglianza. Un mondo nel quale la parola "civiltà" non sia
il portato di una frattura irrisolvibile, ma la connotazione di un
sentire che tutti ci accomuni.
Siamo spesso accusati di esagerare, noi anarchici, utopici, sognatori,
di ingigantire i peccati e le malefatte del potere, di chiudere le
nostre intelligenze e le nostre sensibilità nelle gabbie
dell'ideologia o di misurare il mondo con gli occhiali di una idea di
libertà troppo estensiva. È importante continuare a
ricevere simili accuse. Dobbiamo continuare a ricevere simili accuse,
perché rendono ragione a noi, non a chi ce le muove.
Perché la critica radicale di tutto ciò che si muove
nell'ottica del Potere, o dei poteri, è anche il progetto di un
futuro diverso. Sì, proprio di un futuro diverso!
Non scandalizziamoci dunque! Non versiamo le nostre immancabili lacrime
di pasciuti coccodrilli occidentali, fintamente disgustati da quello
che ci vorrebbero far considerare come uno sgradevole incidente di
percorso. Non indigniamoci come gli inorriditi, candidi Presidenti e
Primi Ministri, increduli di fronte a tanta crudeltà dei loro
bravi ragazzi. E ragazze, purtroppo. Non andiamo in cerca di capri
espiatori, non chiediamo la rimozione del tal generale, del tal
direttore di carcere, del tal responsabile, diretto o indiretto, delle
sevizie commesse ad Abu Ghraib o nei mille altri carceri nei quali il
potere costringe i suoi avversari. Altri carceri, altri direttori,
altri generali, altri avvoltoi aspettano al varco in attesa del loro
turno. Altre situazioni porteranno esseri umani a indossare una divisa
e ad infangare le loro stesse esistenze, altrimenti normali e dignitose
quali tutti vorremmo che fossero.
Che differenza fa, se le direttive arrivavano dal Pentagono, dalla Cia,
dall'Intelligence... o dalla Spectre? Che differenza fa se, nelle
carceri che già furono del feroce Saladino, l'attuale
"personale" di servizio, specializzato o avventizio che sia, tortura i
detenuti per diletto o per mestiere? Che differenza fa se gli ordini
sono giunti dall'alto, dal basso, da destra, da sinistra, di qua o di
là? Che differenza fa se l'incontinente pisciatore del
reggimento del Queen's Lancashire Regiment aveva un fucile in dotazione
o in disuso? Neanche chiedendolo al prigioniero incappucciato si
potrebbe avere una risposta ragionevole.
Ed ora si temono le conseguenze, le ricadute, il cosiddetto, famoso e temutissimo, "danno d'immagine".
Il Presidente ha detto che certe cose in America non si fanno. In
America agli americani, così brutalmente, forse no! In Iraq, in
Somalia, in Afganistan... oggi, in Cile, in Nicaragua, in Vietnam...
ieri, sembra proprio di sì! Il Premier ha mostrato la sua
incredulità, ribadendo comunque di volere indagare a fondo. Ma
stia attento a non esagerare, se non vuole soffocare nel suo stesso
strame. La civiltà occidentale, beata lei, trova motivo di
consolazione nella autoesaltazione di una società talmente
democratica da sapere denunciare le proprie malefatte. Ma anche
così democratica da impedire che si ripetano? O meglio, da
creare le condizioni perché non debbano ripetersi? Evidentemente
basta accontentarsi.
Davvero un bel risultato per chi ha aperto una nuova stagione di guerre
e di macelli in nome della superiorità della nostra
civiltà, in nome della necessità di estendere i diritti
civili e democratici fra le barbariche popolazioni del sud del mondo.
Ma del resto, quando le premesse sono quelle che sappiamo, anche simile
letame fa parte del raccolto.
Massimo Ortalli