Umanità Nova, numero 20 del 6 giugno 2004, Anno 84
Le elezioni per il sistema democratico sono senz'ombra di dubbio un rito.
Il rito attraverso il quale la democrazia celebra alcuni dei suoi più eclatanti paradossi: il paradosso attraverso il quale si dice al popolo che a governare è il popolo stesso, attraverso i propri rappresentati liberamente eletti, rappresentanti della maggioranza che a loro volta non possono certamente strafare nell'esercizio del potere dal momento in cui a controllarli ci pensa l'opposizione della minoranza; il paradosso attraverso il quale la democrazia afferma che la società democratica è la migliore delle società possibili.
Un eclatante paradosso, si diceva. Ed infatti come si poterebbe chiamare altrimenti il fatto che a governare in un sistema democratico intanto non è il popolo attraverso i propri rappresentanti, ma per l'appunto i rappresentanti del popolo con delega in bianco, ossia con delega vuota da contenuti ricevuta per un semplice segno di croce apposto su un simbolo della scheda elettorale; e che a governare non è neanche la maggioranza del popolo se si tiene conto degli elettori che non votano, e neppure la maggioranza di coloro che hanno espresso il voto se il sistema della ripartizione dei voti non avviene attraverso il metodo proporzionale puro.
E né tanto meno la minoranza controlla attraverso l'opposizione dei propri eletti, se consideriamo i trasversalismi, i trasformismi, le logiche bipartisan, i sottoboschi di potere che per l'appunto connotano i sistemi democratici di governo tra le cosiddette maggioranze ed opposizioni.
Eppure continuano a ripeterci che la democrazia è la migliore delle società possibili… l'altro paradosso.
Il paradosso che chiama libertà il fatto che i governati possono liberamente scegliere i loro governanti, che chiama guerra le missioni di pace, che chiama lavoro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, che chiama case d'accoglienza le caserme per migranti, ecc.
A tutte queste menzogne noi ci ribelliamo. Al paradosso preferiamo la coerenza. È per questo che noi anarchici affermiamo che la democrazia è semplicemente la più fine delle dittature.
Una dittatura subdola perché nascosta. Una dittatura che si ammanta di pace e libertà mentre perpetua guerra ed oppressione. Una dittatura che si ammanta d'uguaglianza e pari opportunità mentre perpetua sfruttamento e persecuzione dei diversi. Una dittatura che si ammanta del libero voto mentre in realtà fa scegliere alle vittime i propri carnefici. Una dittatura che attraverso la facoltà di cambiare il malgoverno con il voto mantiene in realtà intatto il suo sistema di dominio.
Recita più o meno così una frase famosa: "se le
elezioni potessero veramente cambiare qualcosa è da tempo che
sarebbero state abolite".
Ed è anche per questo che noi anarchici siamo astensionisti.
Perché noi vogliamo veramente cambiare le cose e vogliamo farlo
insieme a chi è sfruttato, oppresso, governato. Vogliamo
cambiarle perché minimamente non ci illudiamo che altri possano
cambiarcele.
Vogliamo cambiare il mondo, la società, perché sappiamo che questo in cui viviamo non è certamente il migliore dei mondi possibili, come in milioni abbiamo negli ultimi anni gridato per le strade e le piazze del pianeta.
Vogliamo distruggere il dominio e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, la guerra, il razzismo, la delega. Vogliamo costruire la libertà, l'uguaglianza, la solidarietà, il mutuo appoggio. E tutto ciò sappiamo certamente di non poterlo fare con il voto, con l'illusione di sostituire al centrodestra il centrosinistra, alla casa delle libertà l'ulivo, all'Europa di Blair e Berlusconi l'Europa di Prodi e Zapatero. Magari alle guerre infinite di Bush contro il terrorismo sostituiremmo le guerre infinite dell'ONU cambiandole appellativo in missioni di pace, al manganello pesante della casa della libertà contro lavoratori e immigrati il manganello pur sempre pesante ma con il ramoscello d'ulivo, e così via… ma non certamente cambieremmo lo stato di cose presenti.
È per questo che anche questa volta, come del resto abbiamo sempre fatto, non andremo a votare.
Non andremo a votare ma non staremo a casa. Continueremo ad andare nei posti di lavoro e nelle piazze a lottare insieme a chi è sfruttato ed oppresso, a gridare il nostro NO alla guerra, al militarismo, al razzismo. Continueremo a proporre l'azione diretta contro la delega.
Continueremo a stimolare gli sfruttati e gli oppressi tutti all'autorganizzazione, all'autogestione.
Spiegheremo a chi ci ascolta che non è votando per il sindaco di questo schieramento politico o di quest'altro che risolveremo le problematiche sociali interne alle nostre comunità; non è votando per questo o quest'altro presidente della provincia che risolveremo le problematiche sociali territoriali e comprensoriali; che non è votando per l'ulivo di Prodi e contro Berlusconi che costruiremo l'Europa dei popoli.
Spiegheremo a chi ci ascolta che se vogliamo realmente risolvere le problematiche sociali, a partire dalle nostre comunità per giungere a quelle dell'Europa e del mondo, possiamo solo farlo se insieme riusciremo a dare vita a strutture di autogoverno extraistituzionali che rifiutando il voto, la delega in bianco sappiano gradualmente sostituire, a partire dalle comunità in cui lavoriamo o viviamo, alla democrazia delegata la democrazia diretta, allo sfruttamento il lavoro autogestito ed autogestionario, alla lotta fra simili la solidarietà.
Iniziare a praticare nel "qui ed ora", nelle nostre municipalità, insieme a quanti si renderanno disponibili di farlo, la società della libertà contro la società del dominio: è questa l'alternativa rivoluzionaria che gradualmente potrà cambiare lo stato delle cose presenti, ossia la sostituzione dell'attuale assetto sociale di dominio con una società che costruita a rete, federalista e libertaria, a partire dai municipi unisca le donne e gli uomini dell'intero pianeta.
D. Liguori