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Umanità Nova, numero 20 del 6 giugno 2004, Anno 84

Più voti = più soldi ai partiti
Quanto vale astenersi



Poiché ormai non esiste più la cosiddetta "obbligatorietà del voto", è interessante chiedersi perché le istituzioni e i partiti siano così impegnati ad avversare l'astensionismo; la risposta, aldilà della questione connessa al consenso nei confronti della politica delegata e del sistema democratico, è abbastanza semplice: ci sono in gioco consistenti interessi economici.

Vediamo comunque prima il contesto complessivo in cui tali interessi si inseriscono.

L'articolo 48 della Costituzione stabilisce che l'esercizio del voto costituisce "dovere civico"; ma l'originaria sanzione - poco più che simbolica e raramente applicata - nei confronti di chi non aveva esercitato il diritto di voto e non aveva fornito plausibili giustificazioni davanti al sindaco era evidentemente una grave quanto illegittima interferenza con la libertà di opinione politica anch'essa formalmente garantita dalla Costituzione. Così nel '93, col Decreto Legislativo n. 534 è stato abrogato l'art.115 del Testo Unico del '57 che prevedeva tale sanzione.

Quindi, l'astensionismo risulterebbe a tutti gli effetti una libertà tutelata persino dall'ordinamento democratico, ma i partiti che si definiscono espressione di questo sembrano ignorarlo e non perdono occasione per criminalizzare chi sceglie di non andare a votare, in quanto proprio in proporzione al numero dei voti raccolti per le proprie liste si fonda per legge il criterio di assegnazione dei rimborsi elettorali da parte dello Stato; in altre parole: più voti equivalgono a più soldi, più astensioni determinano invece meno introiti, tanto che con buona approssimazione si può affermare che chi non vota toglie 5 euro ai partiti.

Come recentemente riportato anche sulle pagine di "Sicilia libertaria", nell'anno passato i partiti - a stragrande maggioranza - si sono persino superati, abbassando la soglia di voti in percentuale che dava diritto a godere di tale finanziamento, dal 4% del 1999 ad un esiguo 1%.

Con questo adeguamento al ribasso, sono entrati a far parte anche partiti come la Lega Nord, l'Italia dei valori, i Verdi, lo Sdi, i Comunisti Italiani e il Partito Radicale (già i Radicali, quelli che sono contro il finanziamento pubblico dei partiti!), che possono prendere parte al banchetto parlamentare pur raggiungendo percentuali esigue.

Nel 2003 il sistema dei partiti si è spartito qualcosa come 125 milioni di euro, mentre per il triennio successivo si prevede un rimborso di 153 milioni di euro, ovviamente di denaro pubblico.

Cospicui, anche se ancora non conosciamo le cifre, anche i rimborsi "europei" previsti per la prossima consultazione elettorale.

Una buona ragione in più per disertare uno spettacolo che, chiunque vinca, è contro gli interessi reali dei lavoratori e dei senza reddito. 

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