Umanità Nova, numero 22 del 20 giugno 2004, Anno 84
Lo ammettiamo, un sospiro di sollievo l'abbiamo tirato anche noi. Perché davvero, con 'sta storia degli ostaggi, non se ne poteva più!
Tre di loro sono tornati, sani, salvi e palesemente pasciuti, a far danni in patria smettendola, se non altro, di infastidire quei poveri iracheni, che devono quotidianamente convivere con ben altri problemi che non quello della "sorte dei nostri connazionali". E poco importa, in fin dei conti, se il loro rilascio ha coinciso, chi l'avrebbe mai detto?, con la fine della campagna elettorale. Del resto, a quanto pare, non è che questo ennesimo coup de théâtre sia servito molto all'immagine del presidente del Milan.
Qualche considerazione, comunque, su come si sia arrivati alla loro liberazione, va ugualmente fatta, anche perché, ancora una volta, si è cercato di far passare come credibili le storie più inverosimili.
Dato per scontato che in Iraq, ma non solo là, non si muove foglia che l'America non voglia, è apparso evidente, fin da subito, che l'impostazione palesemente "contrattualistica" degli italiani, ansiosi di non ritrovarsi con qualche morto in più alla vigilia delle elezioni, andava a scontrarsi con la dovuta "fermezza" degli yankees, i quali non potevano certo avallare ufficialmente alcuna trattativa: dovendo piangere ogni giorno qualcuno dei loro, è chiaro che se ne strafreghino della sorte dei nostri tre sfigati. Questo, evidentemente, ha messo i bastoni fra le ruote a Berlusconi e accoliti costringendoli a percorrere, tanto per cambiare, strade contorte ed equivoche nelle quali esercitare, più appropriatamente, le loro connaturate doti peripatetiche. Questo spiega, ad esempio, come inizialmente Barbara Contini, governatrice di Nassiriya, avesse parlato di un riscatto, e come il premier avesse fatto circolare la voce che il riscatto l'avrebbe tirato fuori lui stesso dalle sue tasche. Ingenuità e pataccaggine che non sono certo piaciuti al Pentagono, tanto è vero che sulla Contini è poi calata una pesantissima e perdurante coltre dopo un periodo di sovraesposizione mediatica, mentre il Cavaliere ha dovuto invocare il silenzio stampa sull'intera vicenda. E non osiamo pensare a quanto debba essergli costato, questo silenzio. E qui, dunque, si è dato inizio all'ennesima rappresentazione della commedia all'italienne. Con schiere di intermediari, alcuni in perfetta buona fede, altri ansiosi di conquistarsi un piccolo palcoscenico nel quale sfogare le proprie isterie, altri ancora impegnati a cavare faticosamente la castagne dal fuoco a un esecutivo in evidente danno di immagine.
La storia è abbastanza nota per non doverla riassumere più di tanto. Da una parte Emergency, inutilmente impegnata a trovare una soluzione la più "limpida" e meno equivoca possibile, e quindi in evidente rotta di collisione (con relativi boicottaggi) con tutti gli altri, dall'altra parte i faccendieri ufficiali, anche se non coordinati fra di loro. Gli strilli volgari con i quali il commissario straordinario della Croce Rossa italiana Maurizio Scelli ha cercato di coprire l'evidente fallimento del proprio ruolo, troppo appiattito, in Iraq come in Italia, su posizioni militariste e gerarchiche per potersi proporre come umanitario, stanno a dimostrare come i Servizi, in evidente concertazione con l'intelligence statunitense, hanno preso decisamente in mano la situazione. Facendo così fallire, dietro alla facciata dell'eroico e spettacolare blitz militar, ogni altra soluzione che non fosse quella di mascherare i remunerativi contatti ufficiali degli emissari governativi con i rapitori dei tre mercenari.
Così quella che è stata solo una sceneggiata (appostamenti, elicotteri, irruzione, sfondamenti di porte, arresti, cesoie, lacrime e americanate varie) concertata con dei sequestratori decisamente propensi a non considerare il denaro come sterco del diavolo, è potuta apparire come la drammatica operazione che ha permesso di salvare i "nostri ragazzi". Il fatto poi che gli esecutori materiali di questo spot fossero statunitensi e non italiani, avrà anche il risultato di sottrarre le indagini alla giustizia italiana. Per il valore che diamo alla nostra magistratura potrebbe anche non sembrare un gran danno, ma comunque anche questo particolare la dice lunga sulla oculata pianificazione di tutta l'operazione.
Si parla, e le relative smentite sembrano fatte apposta per non smentire, di nove milioni di dollari (diciotto miliardi di lire) pagati dal nostro governo per concludere la faccenda. E si parla anche di un attivismo, per salvare queste tre vite di (s)ventura, che non trova certo riscontro nella soluzione di problemi ben più gravi ed urgenti. Non intendiamo elencare delle priorità sul tipo, ad esempio, di quanti medicinali o viveri potrebbero essere destinati all'Africa con quella montagna di soldi. Le troveremmo demagogiche e a buon mercato, però non possiamo non chiederci quante tonnellate di armi, di nuovi strumenti di morte, compreranno i rapitori con tutti quei dollari. E poi, dovremo forse dare ragione, noi anarchici, al vecchio presidente Mao, quando parlava di morti (e vite) leggere come una piuma e morti (e vite) pesanti come un macigno?
Massimo Ortalli