Umanità Nova, numero 25 del 18 luglio 2004, Anno 84
Si rompe il tempo e l'attimo, per un istante, resta
sospeso,
appeso al buio e al niente, poi l'assurdo video ritorna
acceso.
(F. Guccini, "Piazza Alimonda")
A tre anni di distanza da quel pomeriggio di guerra del 20 luglio 2001,
l'uccisione di Carlo Giuliani resta sepolta dalle versioni ufficiali e
dalle sentenze giudiziarie, eppure in questi anni le ricerche e le
indagini compiute da tante persone che non volevano accettare le
verità del potere hanno messo a nudo le tante contraddizioni
emergenti dalle ricostruzioni attraverso le quali si è giunti
all'assoluzione di chi aveva sparato.
E attraverso tale lavoro di controinchiesta si è andato via via
delineando un quadro assai diverso da quello accreditato dalle indagini
dei cosiddetti organi competenti che hanno portato alla scontata
archiviazione del caso da parte della magistratura.
Una ricerca della verità che ha potuto contare su diverse
immagini, filmate e fotografate da giornalisti e compagni,
sopravvissute a distruzioni e sequestri sul campo, mentre invece non
sono "stranamente" disponibili registrazioni effettuate dagli operatori
delle forze dell'ordine e dai sistemi di videovigilanza (persino le
telecamere della polizia municipale per il controllo del traffico, in
quei giorni erano controllate dai carabinieri), a conferma del fatto
che quanto accaduto rientra a pieno titolo nell'album dei segreti di
Stato.
Nell'anniversario di quella morte e di quei giorni di dolore e rabbia,
ricordare significa anche tornare a smascherare l'operato, le
responsabilità e le menzogne dell'apparato repressivo su quanto
avvenne in quella piazza di Genova già intitolata alla memoria
di un partigiano.
Nera o blu l'uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia;
facce e scudi da Opliti…
In piazza Alimonda, dopo una carica respinta da manifestanti di varia
tendenza, sta ritirandosi un plotone di carabinieri, appoggiato da due
Defender. Il reparto è comandato dal tenente colonnello Giovanni
Truglio e da un capitano, entrambi a bordo delle due camionette; il
fatto della loro presenza sarà a lungo elusa. Sia tra i militari
semplici che tra gli ufficiali risultano esserci anche veterani del
btg. Tuscania - come lo stesso Truglio - che nel '93 hanno conosciuto
il carnaio della Somalia.
A poca distanza, in via Caffa, stazionavano ingenti quantità di mezzi e uomini della Polizia.
Nella fase del ripiegamento, come è noto, si verifica l'episodio
dell'attacco da parte di alcuni manifestanti - al massimo una ventina -
contro uno dei Defender rimasto momentaneamente bloccato, da bordo del
quale sarebbero stati sparati due colpi in funzione difensiva.
Altri colpi, in quella giornata, furono esplosi dalle forze
dell'ordine; per loro stessa ammissione furono sparati almeno 13 colpi,
anche se è stato accertato che sarebbero state una ventina le
situazioni in cui gli agenti avrebbero fatto uso delle armi da fuoco,
senza contare i circa 6.300 candelotti lacrimogeni lanciati tra il 20 e
il 21 luglio.
La situazione dei carabinieri dentro il loro mezzo, seppur critica, non
risultava comunque tale da legittimare una simile reazione e
soprattutto non si può parlare di isolamento, data la vicinanza
a neanche una decina di metri dei commilitoni a piedi. La stessa "arma"
di Giuliani era solo un piccolo estintore, vuoto, che era già
rimbalzato una volta contro il Defender.
A fare fuoco sarebbe stato il giovane carabiniere di leva Placanica, in
piena confusione mentale e sofferente per i gas e per una contusione;
nel corso dell'inchiesta cambierà più volte la sua
versione dell'accaduto, tanto da meritarsi un'azione disciplinare da
parte della stessa Arma. Dei due colpi di cui vengono trovati fuori e
dentro il Defender i bossoli, peraltro di dubbia compatibilità
tra loro, quello che avrebbe colpito Carlo non viene mai rinvenuto,
mentre tracce dell'altro sono state scoperte nel muro della chiesa, a
circa 20 metri di distanza, ad un un'altezza di 6-7 metri.
È il primo e più consistente mistero; peraltro nei
filmati risulta visibile solo una fiammata, mentre dall'audio si
distinguono due colpi, in rapida successione.
La pistola d'ordinanza dei carabinieri, una Beretta automatica, spara
proiettili calibro 9: si tratta di munizioni da guerra, con impatto
devastante, eppure le foto dell'autopsia sul corpo di Carlo mostrano un
minuscolo foro d'entrata sul suo viso, sotto l'occhio, ed uno d'uscita
ancora meno percettibile dietro la testa. Circostanza quest'ultima
ancora più "strana" dato che, in questi casi, il foro d'uscita
dovrebbe risultare più largo di quello d'entrata, a meno che non
vi sia ritenzione del proiettile nel cranio; ma quest'ultima
eventualità è stata esclusa dalle perizie medico legali,
anche se inizialmente la Tac encefalica aveva individuato qualcosa di
metallico.
Anche nel caso di deviazione (contro un calcinaccio volante o
l'estintore impugnato da Carlo, come ipotizzato da alcune fantasiose
perizie, poi accantonate dagli stessi giudici) simili pallottole,
deformate dall'impatto con un corpo estraneo, sarebbero rimbalzate
penetrando con ancora più gravi conseguenze.
Carlo quindi è stato ucciso da un altro tipo di proiettile; o di
un calibro più piccolo, come potrebbe essere il cal. 22 lungo,
usato dalle pistole per il tiro di precisione, oppure da un proiettile
di plastica (non di gomma, sia chiaro). Questo tipo di munizionamento
è stato adottato in forma sperimentale dai Carabinieri, ma le
informazioni ovviamente scarseggiano, anche perché si tratta di
proiettili da tempo banditi dalle varie convenzioni internazionali in
quanto sono difficilmente "visibili" attraverso le normali radiografie.
Per renderli "legali" i produttori vi aggiungono infatti tracce di metalli rilevabili, in grado di lasciare delle scie.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
e uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Che lo sprovveduto Placanica abbia sparato almeno un colpo è
stato lui stesso ad ammetterlo, ma appare sempre meno probabile che
Carlo sia stato colpito dal giovane carabiniere di leva. Centrare ad
oltre tre metri di distanza un obiettivo in movimento e di dimensioni
ridotte come una testa umana, non è propriamente uno scherzo,
come si sarebbe invece portati a credere dopo aver visto tanti film
western.
Tra l'altro non solo il bersaglio era in movimento, ma lo era anche la camionetta su cui si trovava lo sparatore.
Inoltre un eventuale munizionamento sperimentale non sarebbe mai stato in dotazione ad un militare di leva.
Ma gli indizi che portano a ritenere fondatamente che a bordo del
Defender non c'erano soltanto tre spauriti giovani carabinieri sono
anche altri. In alcune foto e persino in alcune testimonianze si
intravede l'ombra di un quarto uomo, ma a tali conclusioni si è
indotti anche da altri particolari: il lunotto posteriore del Defender
viene infranto con determinazione a pedate dall'interno e non dai
dimostranti; la pistola viene brandita e puntata ben prima che Carlo
raccolga l'estintore e si avvicini al Defender; il modo d'impugnare la
Beretta, obliquamente, così come si vede nelle foto, è
tipico di un tiratore esperto e non certo di una recluta.
Secondo le dichiarazioni ufficiali, il tenente colonnello Truglio si
trovava a bordo proprio di quel Defender sino a pochi momenti prima, ma
ne era appena disceso: davvero un perfetto tempismo! D'altra parte,
essendo anche il comandante delle forze d'intervento inviate a Genova
dal comando generale dell'Arma, da lui non ci si poteva spettare di
meno.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita.
KAS