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Umanità Nova, numero 26 del 5 settembre 2004, Anno 84

Pensioni. La storia infinita



Come è noto, il sistema previdenziale non è stato messo in discussione per la prima volta dall'attuale governo. Nel 1995 la riforma Dini e, nel 1997, la riforma Prodi hanno provveduto ad una riduzione secca e crescente, visto che colpiscono principalmente gli assunti negli ultimi anni, delle pensioni dei lavoratori dipendenti.

È bene ricordare che già ora, per chi ha iniziato a lavorare da pochi anni, le pensioni - che saranno percepite dopo 40 anni di attività e al compimento del 65° anno di età - oscilleranno tra il 40% e il 45% delle retribuzioni dell'ultimo periodo lavorativo.
Se, poi teniamo conto della crescita esponenziale della quota di lavoratori "anomali" – mai definizione fu più impropria se si considera che i contratti di questo tipo sono una quota rilevantissima per quanto riguarda le nuove assunzioni – la riduzione della pensione è ancora più rilevante.
La riduzione delle pensioni, che il centrosinistra ha gestito in maniera "graduale" al fine di indebolire l'opposizione dei lavoratori, è stata presentata come una necessità al fine di salvaguardare il diritto alla pensione a fronte di un prolungamento della vita media e della crisi fiscale dello stato.

Non vale, in questa sede, la pensa di insistere troppo sul fatto, sin troppo noto, che la crisi del sistema previdenziale deriva, essenzialmente, da una gestione, diciamo così, allegra dell'INPS, dall'uso improprio della spesa previdenziale, dal costo delle clientele del sistema dei partiti sia nell'area del lavoro autonomo che in quella di precisi gruppi di lavoratori "dipendenti" dal clero alle forze dell'"ordine" e, per arrivare ai casi estremi, ai "rappresentati del popolo" che si garantiscono trattamenti decisamente abnormi.
In questo caso, come in altri, il sistema della frode, che è la vera natura della politica statale e padronale, viene presentato come giustificazione per il rigore che, guarda vaso, viene imposto alle classi subalterne.

I reali obiettivi delle successive riforme previdenziali sono sin troppo noti:

- Una riduzione secca e radicale, gestita centralmente, del monte salari visto che le pensioni, anche in questo caso ricordiamo una banalità, sono salario differito finanziato con trattenute sulla busta paga.

- Creare artificialmente un robusto mercato per la previdenza integrativa privata gestita, in condominio o in concorrenza, dalle banche, dalle assicurazioni, dagli stessi sindacati istituzionali.

A prescindere, quindi, dalle deliberazioni "tecniche" che il governo prenderà - ed è evidente che le soluzioni tecniche sono, comunque, la registrazione di rapporti di forza politici e sociali – è bene ricordare che siamo di fronte ad un attacco al monte salari, un attacco tanto più efficace in quanto è gestito direttamente dallo stato, quello stato sociale che i somaroni di destra e di sinistra invocano e ad un'operazione di costruzione politica del mercato della previdenza che vede scendere in campo il capitale finanziario nazionale ed internazionale e che, quindi, questo è l'oggetto dello scontro che dobbiamo affrontare al di là della situazione immediata dei singoli segmenti della forza lavoro.

L'attuale governo, forzando lo scontro, con la legge delega ha nel decollo della previdenza integrativa uno dei suoi obiettivi principali, con il trasferimento automatico del T.F.R. ai fondi pensione, la riduzione del carico fiscale sui fondi, la decontribuzione per i nuovi assunti.
Inoltre la legge delega prevede l'innalzamento dei requisiti per poter accedere alla pensione, estende a tutti il criterio contributivo, già introdotto dalla riforma Dini per il calcolo della pensione, e prevede un trattamento fiscale più elevato se il T.F.R. rimane in azienda.
In estrema sintesi, è in corso un tentativo di imporre anche in Italia il cosiddetto "capitalismo dei fondi pensione" che trasformerebbe, in maniera coatta, milioni di lavoratori in "azionisti", mediante la cessione del TFR e legherebbe, in maniera più stretta che in passato, il loro reddito all'andamento dell'economia.
D'altro canto, è sin troppo nota la resistenza dei lavoratori rispetto all'adesione ai fondi pensioni, resistenza che ha delle ragioni persino banali.

Basta, infatti, guardare all'andamento dei fondi pensione in Italia negli ultimi anni per comprendere le ragioni di questa resistenza

Anno
Rendimento
Fondi Chiusi
Rivalutazione T.f.r.
Differenza
2000
+3,55 +3,54 +0,01
2001
-0,50 +3,20 -3,70
2002
-2,80 +3,50 -6,30
2003
+5,00 +3,20 +1,80
Totale 4 anni +5,25 +13,44 -8,19


Non è necessaria una particolare competenza economica per comprendere come i fondi chiusi non siano un buon affare anche dal punto di vista immediato.

Non dobbiamo, inoltre, dimenticare che:

Vengono cancellate le pensioni di anzianità. Il governo dispone che dal 2008 il diritto alla pensione maturi con 40 anni di contributi o con 65 anni di età per gli uomini e 60 per le donne. Si cancella, così, la possibilità di andare in pensione a 57 anni di età e 35 anni di contributi, a meno che non si accetti il calcolo contributivo puro con conseguente riduzione secca della pensione.

Si cancellano i diritti degli esposti all'amianto. Dal 1° ottobre viene ridotta la maggiorazione per gli anni di esposizione all'amianto, da 1,50 a 1,25, e - cosa ancor più grave – gli anni di maggiorazione non saranno più utili ai fini dell'accesso alla pensione, ma solo ai fini del calcolo della stessa.

L'obiettivo, anche in questo caso, è evidente: modificare, a scapito dei lavoratori, il rapporto fra versamenti previdenziali e anni di godimento della pensione. A questo proposito, vale la pena di ricordare che, quando si parla di aspettativa di vita, si dimentica che ampia parte dei lavoratori ha una vita media decisamente più breve rispetto a quella delle classi medie e superiori, una banalità che meriterebbe una riflessione approfondita e che dice qualcosa sull'esistenza o meno delle classi sociali.

Nei prossimi mesi, con ogni evidenza, la riforma previdenziale sarà al centro di un importante scontro sociale che si intreccerà con il rinnovo dei contratti per circa sei milioni di lavoratori, con le lotte in difesa del posto di lavoro nelle aziende in crisi, con la resistenza al taglio dei servizi sociali.
È noto che, su quest'ordine di problemi, l'opposizione parlamentare, per un verso, ed i sindacati istituzionali, per l'altro si sono posti in opposizione al governo. Si tratta di comprendere a fondo la natura di quest'opposizione.
In particolare, CGIL-CISL-UIL vedono come il fumo negli occhi la pretesa del governo di affidare gran parte della previdenza integrativa ai cosiddetti fondi aperti e cioè a quelli gestiti direttamente dal capitale finanziario mentre puntano sui fondi chiusi a gestione corporativa fra padronato e sindacati. Un classico caso di scontro di interessi.

Dal punto di vista dei lavoratori, il problema immediato è, al contrario, quello di salvaguardare il proprio reddito, le proprie aspettative di vita, le sia pur limitate garanzie conquistate in anni di lotte.
Una campagna reale in difesa della previdenza deve, di conseguenza, porre l'accento, in primo luogo sulla difesa del diritto a pensioni pari alle retribuzioni finali e legate all'andamento delle retribuzioni stesse che, in altri termini, tengano assieme lavoratori attivi e pensionati sul diritti dei lavoratori "anomali" alla tutela previdenziale, per non parlare degli altri diritti che oggi sono loro negati.
In prospettiva, si tratta di porre in discussione la gestione stessa della previdenza nella consapevolezza che l'attuale sistema previdenziale è una macchina per spremere reddito alle classi subalterne e vede annidarsi al suo interno gruppi di potere speculativo e parassitario dei quali è necessario liberarsi.

Cosimo Scarinzi

















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