Umanità Nova, numero 29 del 26 settembre 2004, Anno 84
Dopo gli orrori degli ultimi anni, e gli orrori di questa estate 2004, è sempre più necessario approfondire l'analisi di ciò viene definito "governo dei flussi migratori".
In Italia esistono Campi di Internamento. In Italia, esistono Lager per migranti "extracomunitari". Si tratta di strutture istituite con la legge 40/1998 (convertita poi nel Testo Unico 286/1998), la cosiddetta Turco-Napolitano, e sfruttate appieno dalla legge 189/2002, la cosiddetta Bossi-Fini, entrata in vigore il 30 luglio dello stesso anno. La Bossi-Fini, in materia di immigrazione, ha inasprito le misure repressive, totalitarie e razziste già legalizzate dal precedente governo di centro-sinistra - di cui faceva parte anche Rifondazione Comunista. I campi di internamento italiani, detti CPT (Centri di Permanenza Temporanea) e CdI (Centri di Identificazione), sono delle vere e proprie carceri all'interno delle quali vengono rinchiuse persone che troppo spesso neanche conoscono il motivo per cui sono diventate detenute, e troppo spesso non sanno quanto dovranno rimanere internate né cosa accadrà al termine della carcerazione. Attualmente, i campi di internamento funzionanti in Italia sono sedici. Medici Senza Frontiere (MSF) riferisce che pur non trattandosi ufficialmente di strutture carcerarie, i CPT sono luoghi in cui le restrizioni e le privazioni imposte agli internati sono più severe rispetto ai penitenziari propriamente detti (e in questi Lager vengono tradotti anche ex-carcerati a conclusione della detenzione nei penitenziari comuni). Sarebbe difficile esitare nel denominare questi ambienti "campi di internamento". Certo, questo nome ci catapulta nel passato, e ci fa pensare a istituzioni con caratteristiche ben precise. Tuttavia il passato si ripresenta con caratteristiche diverse, in un contesto diverso, si concretizza con modalità e fini differenti… ma la sostanza rimane, e l'essenza dei CPT corrisponde a quella di campi d'internamento. Queste strutture vengono delimitate da recinzioni, mura, reti di filo spinato e sbarre metalliche, e gli internati e le internate sono vittime dell'opprimente militarizzazione, del controllo attuato mediante l'utilizzo della forza e l'uso, o meglio, l'abuso di psicofarmaci. Stiamo parlando di ambienti squallidi ed alienanti dai quali non è possibile uscire e dove i contatti con l'esterno vengono ridotti al minimo e le violenze sono all'ordine del giorno. Ovunque si registrano casi di autolesionismo; e le tragedie che si consumano nei CPT comprendono anche casi di morte, come ci ricorda il centro-lager "Serraino Vulpitta" di Trapani - un vero e proprio "laboratorio" per svariati tipi di atrocità.
In Italia la politica istituzionale ha cominciato ad interessarsi alla programmazione dei flussi migratori con la legge Martelli del 1990, mentre una legge precedente emanata nel 1986 era stata il primo passo verso la realizzazione di un preciso governo dell'immigrazione. Da notare che fino al 1986 il riferimento nell'ambito delle politiche migratorie era il Regio Decreto n. 773 del 18/06/1931, cioè una legge emanata in pieno ventennio fascista! L'ultima legge in materia, la Bossi-Fini, non fa che inasprire il carattere repressivo della Turco-Napolitano. In particolare: il ricorso contro l'espulsione non esonera dall'espulsione stessa; non si hanno più 10 giorni per lasciare l'Italia bensì 5; il periodo di interdizione dall'area di Schengen è di 10 anni e non più 5; il trattenimento in un CPT è obbligatorio e non più facoltativo (anche in caso di richiesta di asilo; MSF fa notare che "allo stato attuale, tutte le persone fermate e trovate in posizione di irregolarità rispetto alle norme sul soggiorno possono essere tradotte in un CPT"); il periodo di trattenimento è di 30 gg, più altri 30 nella imminenza del rimpatrio, e non più 20 gg più 10; in caso di mancato rimpatrio, o di impossibilità di trattenimento, si viene rilasciati con intimazione a lasciare l'Italia entro 5gg e non più 15. Naturalmente, queste sono solo alcune delle misure marcatamente repressive.
Il quadro giuridico va arricchito con delle considerazioni sul "nuovo" razzismo. Il vecchio razzismo, basato sull'assurda idea dell'esistenza di razze diverse, alcune superiori ad altre, viene dichiarato insensato anche dalla scienza. Ciononostante, sopravvive e convive accanto ad una sua evoluzione: un neo-razzismo fondato sull'ambiguo concetto di etnia, che si esprime attraverso l'odio nei confronti della diversità etnica; un odio xenofobo che criminalizza la diversità, che identifica il diverso, il migrante, con il delinquente. Il neo-razzismo viene istituzionalizzato nel momento in cui diviene il fondamento di un sistema legislativo che si permette di trattare il migrante, l' "altro", il "diverso", come una non-persona. Il neo-razzismo viene istituzionalizzato nel momento in cui le forze politiche sfruttano abilmente le ossessioni xenofobe che caratterizzano un parte della cittadinanza, o sono esse stesse animate da quelle ossessioni. L'istituzionalizzazione e la legalizzazione del razzismo trovano terreno fertile tra la popolazione, sia per la consistente presenza di segmenti di popolazione nei quali il razzismo e la xenofobia sono - consciamente o inconsciamente - radicati, sia per la preoccupante e facilmente manipolabile indifferenza che caratterizza un'altra parte dei cittadini. Nell'ambiente della politica statalista si aggira e si concretizza un'ideologia, una dottrina precisa che ha l'ambizione di diventare un tipo di governo dei flussi migratori al di sopra delle parti, "né di destra, né di sinistra"! Tale politica è stata ben descritta nell'opera del burocrate Guido Bolaffi, già co-autore del "Libro Bianco sul Welfare". Nel suo "I confini del patto - il governo dell'immigrazione in Italia", Bolaffi descrive una dottrina precisa, fondata sull'asservimento dei migranti alle necessità economiche del modello di sviluppo italiano. Si tratta di una dottrina ufficialmente non-xenofoba, ma che xenofoba è nella sostanza; ad esempio, quando afferma che le famiglie dei migranti non dovrebbero far crescere i loro figli troppo diversi dai giovani "italiani", quando sostiene la ricostruzione di un'identità di "popolo italiano" alla quale assimilare i migranti più utili, ed è xenofoba quando afferma che il migrante può essere utile se si adatta ai non meglio specificati valori morali più profondi del "popolo italiano". È una dottrina xenofoba e fondata su di una precisa strategia economica in quanto afferma e sostiene un chiaro modello di selezione dei migranti: tra tutti, quelli necessari; tra questi, quelli più utili; e tra questi ultimi, quelli ancor più utili. Ed è una dottrina xenofoba quando supporta, senza mezzi termini, il sistema dei campi di internamento considerandolo assolutamente necessario alla selezione. Questa politica dei flussi migratori ha lo scopo di riuscire a presentarsi come giusta e necessaria, intelligente e non discriminatoria.
A questo punto, è però necessario completare l'analisi della repressione contro i migranti uscendo dall'ambito dei razzismi per entrare nel più ampio campo della questione sociale. Il sistema economico dominante, il capitalismo, sfrutta abilmente la xenofobia per evitare di giustificare lo sfruttamento più sfrenato di chi è debole. Inoltre, il padronato e i signori dell'economia individuano nella xenofobia e nel razzismo dei buoni alleati, in quanto l'odio favorisce lo spostamento dell'attenzione del conflitto sociale su un terreno innocuo, o meglio, un terreno sul quale gli sfruttati si massacrano tra loro. Infatti, evidenti sono i tentativi di generare conflittualità non solo tra "italiani" e migranti, ma anche tra migranti "regolari" ed "irregolari". È importante sottolineare il fatto che la natura del puro sfruttamento economico non è fondata sulla "razza" né sull'etnia, bensì sulla fragilità dei lavoratori. Perciò la vittima può essere chiunque: il migrante "extracomunitario" come anche l'"italiano". I migranti sono soggetti "più deboli" per il semplice fatto che ad essi non vengono riconosciuti nemmeno i fragili diritti di cui gode un comune cittadino. Per questa ragione, il migrante ben si presta ai soprusi, allo sfruttamento di manodopera a bassissimo costo, e alla cosiddetta "flessibilità" del mercato del lavoro. Si deve anche ricordare che alle nuove forme di razzismo e di sfruttamento economico di persone usa-e-getta si aggiungono nuove forme di schiavitù, ben presenti anche in Italia, che poco hanno a che fare con la "razza" o l'etnia ma che, invece, mietono vittime tra le classi e le sottoclassi più deboli ed emarginate. L'irrazionalità del razzismo e della xenofobia deve cedere alle necessità dell'economia capitalista, la quale ha bisogno dei migranti allo scopo di massimizzare i profitti riducendo al minimo i costi e le garanzie ai lavoratori. Si forma, quindi, un quadro assai complesso nel quale i bisogni dello sfruttamento economico dettano legge e utilizzano la xenofobia ed il razzismo per facilitare il raggiungimento dei propri fini, pur non riuscendo sempre a dominare efficacemente l'odio. L'emanazione di leggi proibizioniste, repressive e razziste fomenta la cosiddetta illegalità, la quale, in ambito economico, nei rapporti di lavoro, favorisce chi ha un potere negoziale forte: cioè gli imprenditori, i datori di lavoro. Di conseguenza, la creazione di "irregolarità" e di "clandestinità" attraverso le leggi favorisce l'inasprirsi dello sfruttamento. E i CPT, da un lato pretendono di essere un simbolo del potere di governo dell'immigrazione - rassicurando chi si sente minacciato dai migranti sull'efficacia del sistema, al quale si vuole anche conferire, per via mediatica, un aspetto "umanitario"; dall'altro costituiscono un importante strumento intimidatorio: il compito del campo di internamento è quello di disciplinare e sottomettere gli internati. Si noti che "al momento dell'uscita dal centro sono relativamente pochi quei trattenuti che vengono effettivamente rimpatriati" (MSF), il che significa che chi è stato internato spesso rimane in Italia convivendo con l'esperienza dell'internamento. Il CPT è una minaccia continua che incombe sul migrante. Emblematico è il caso di un detenuto del centro-lager "Ponte Galeria" di Roma che ha dichiarato di essere stato internato, per 60 giorni, ben sette volte (MSF).
A tutto ciò, si deve naturalmente aggiungere il ruolo svolto dai principali mezzi di comunicazione di massa che, con ogni evidenza, contribuiscono sistematicamente a creare un contesto adatto all'attuazione di queste politiche. Il sistema mediatico, nella forma e nei contenuti, fomenta l'assurdo allarmismo, la pura e l'ostilità verso i migranti; propaganda gli stereotipi e i luoghi comuni più nocivi; connota etnicamente la delinquenza; nasconde la repressione e le azioni squadristiche contro i migranti; e propone quotidianamente l'insensata equazione deterministica: "immigrato = problema/clandestino/pericolo per la sicurezza". Razzismo e xenofobia sono utili alla ricostruzione e al rafforzamento di sentimenti patriottici e nazionalistici, all'assimilazionismo e all'acculturazione e quindi all'omogenizzazione. Tutto ciò è funzionale alla costruzione di un'identità nazionale fittizia ma importante per la produzione di consenso alle politiche militariste, all'attaccamento ai valori istituzionali e alle necessità delle politiche economiche. Il carattere razzista e xenofobo della legislazione, che sta alla base del governo dei flussi migratori, deriva sia da precise necessità dell'economia capitalista (in quanto rende il lavoratore immigrato più debole), sia dalla "Ragion di Stato": dalla necessità di creare consenso alla politica di potenza e ai valori dello Stato-Nazione.
L'opposizione a questo tipo di politiche migratorie, ai campi di internamento e al razzismo istituzionalizzato non può quindi limitarsi all'ottica anti-razzista, ma deve comprendere anche la critica al sistema economico e al mercato del lavoro, al nazionalismo e al neo-nazionalismo (figlio dell'assimilazionismo), al militarismo, alla politica estera di spoliazione di risorse e schiacciamento economico dei Paesi costretti a vivere in miseria, alla militarizzazione del territorio, e ad ogni ambito della vita sociale connesso, direttamente o indirettamente, con il governo delle migrazioni.
Stefano L.