Umanità Nova, numero 30 del 3 ottobre 2004, Anno 84
Ben 4.200 autoferrotranvieri milanesi, protagonisti degli scioperi
dell'inverno scorso, saranno raggiunti da un decreto penale di condanna
ad una multa tra i 740 e i 1480 euro a testa perché responsabili
di interruzione di pubblico servizio e per inosservanza dell'ordinanza
prefettizia di precettazione. Per ora la Procura della Repubblica di
Milano ha depositato le richieste di emissione dei 4.200 decreti penali
che dovranno materialmente essere emanati dal Giudice per le Indagini
Preliminari (GIP) e poi notificati ai singoli lavoratori; i quali
potranno presentare opposizione e chiedere quindi il processo, dal
quale potranno uscire assolti o condannati. La vicenda permette qualche
considerazione.
La Procura della Repubblica chiede al termine delle indagini preliminari l'emanazione di un decreto penale di condanna a pena pecuniaria se a) il reato è punito con la sola pena pecuniaria oppure b) se la pena detentiva che la Procura ritiene comminabile al reo sia abbastanza bassa da convertirsi in pena pecuniaria, secondo certe regole previste dal nostro ordinamento. Poiché l'interruzione di pubblico servizio è punita cumulativamente da pena detentiva (da 6 mesi ad 1 anno) e da pena pecuniaria (non meno di 516 euro), la Procura della Repubblica, anziché chiedere il rinvio a giudizio di 4200 lavoratori con annessi e connessi di un pubblico processo, ha tagliato le pene il più possibile restando nell'ambito della sanzione pecuniaria e dando quindi un segnale chiaro: la vicenda non poteva essere lasciata cadere nel dimenticatoio come tante (anche solo per l'impatto che aveva avuto), nel nostro ordinamento esiste l'obbligatorietà dell'azione penale, il decreto penale va chiesto entro sei mesi dall'iscrizione nel registro degli indagati del reo, e quindi non si poteva rinviare oltre, abbiamo tenuto tutto nell'ambito di una multa, nessuno vuol sbattere in galera lavoratori che scioperano. Si potrebbe anche leggere la vicenda come un avvertimento ai lavoratori in vista dell'imminente ripresa delle lotte per il contratto, un primo avvertimento cui potrà seguire una repressione più dura se dovessero nuovamente esser proclamati scioperi selvaggi, cioè fuori dalle regole della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali.
Ma al di là della linea morbida assunta dalla Procura di Milano, resta il problema del rapporto tra lotte sociali e codice penale che questa vicenda riporta alla ribalta. Gli autoferrotranvieri di Milano si decisero allo sciopero selvaggio vista l'inutilità di tutte le precedenti astensioni dal lavoro fatte dentro le regole. Giacché gli scioperi precedenti non avevano sortito effetto alcuno, i lavoratori scioperarono nonostante le regole e da lì si avviò una trattativa vera conclusa con un accordo che consentì di recuperare somme dovute da tempo ai lavoratori in forza di accordi non applicati dal datore di lavoro. Nella vicenda che qui ci interessa la deterrenza della sanzione penale non ha funzionato, perché l'astensione dal lavoro fu massiccia e i lavoratori rimasero, e sono rimasti ancora oggi, compatti. Oggi l'ordinamento cerca di riaffermare il proprio primato sulle lotte, seppur muovendosi in punta di piedi: non è chi non veda, infatti, che punire, anche solo con una multa, i lavoratori che scioperarono per pezzi di salario a cui avrebbero avuto diritto da tempo, rischia di trasformarsi in un boomerang e di esacerbare gli animi dei lavoratori stessi, oltre che di raccogliere solidarietà e consensi intorno a loro.
Allora emerge con chiarezza che il difetto sta nel manico, cioè nei lacci e lacciuoli della legge sullo sciopero nei servizi pubblici e nel fatto che la sua violazione sia sanzionata penalmente. Lo scandalo vero non è lo sciopero per il salario, ma il fatto che esso debba farsi selvaggio per ottenere risultati, per essere efficace.
Simone Bisacca