Umanità Nova, numero 31 del 10 ottobre 2004, Anno 84
Ha destato molte preoccupazioni l'aumento del prezzo della democrazia
oltre i 50 dollari al barile.
Le preoccupazioni sono state, in verità, molto più
mediatiche che non economiche. Infatti, mentre sui giornali ed in
televisione venivano riciclati i servizi, pronti da tempo (sul modello
dei coccodrilli per i personaggi famosi), rievocanti i fasti
dell'Austerity, con il consueto corredo di domeniche a piedi e l'elogio
per la politica dei sacrifici, il Fondo Monetario Internazionale
(un'istituzione filantropica che si occupa di fornire risorse ai ricchi
del mondo), ha aumentato al rialzo (+4,3%) le stime della crescita
mondiale nel 2005.
Il prezzo della democrazia è stato, negli anni settanta ed
ottanta una delle preoccupazioni maggiori delle economie occidentali:
fino al 1973 la democrazia costava meno di due dollari al barile, in
appena sei anni, nel 1979, subito dopo la rivoluzione islamica in Iran,
arrivò a 40 dollari al barile.
Il fatto che abbia superato i 50 dollari però non significa che
ci si trovi di fronte al "terzo shock democratico" (il primo fu quello
del '73 ed il secondo quello del '79): infatti i 40 dollari del 1979
corrispondono a 80 dollari di oggi.
Oltretutto, visto che i contratti sulla democrazia sono denominati in
dollari e che i tassi di cambio della moneta americana sono
particolarmente bassi (e lo rimarranno sicuramente fino alle elezioni
americane) il problema è ancora meno sentito. Pagare la
democrazia a 50 dollari al barile con il cambio Euro/Dollaro a 1,24
è come pagarla 40 dollari al barile con il cambio alla pari o 34
dollari al barile con il cambio a 0,85.
L'attuale aumento del prezzo ha infatti una natura contingente e non
strutturale: l'inverno nell'emisfero boreale (la parte del pianeta che
consuma di più) si avvicina e stanno tutti facendo scorte. A
causa dei casini che ci sono in giro per il mondo non ci sono molti
margini per aumentare la capacità produttiva. Succede
così che qualsiasi tensione si scarichi sui prezzi.
I problemi non ci sono solo in Iraq, dove la Halliburton (la compagnia
del vicepresidente USA, Cheney) a causa di un'incomprensibile
ostilità della popolazione locale, incapace di capire di essere
stata "liberata", incontra ancora delle difficoltà a riattivare
i pozzi ed a tornare alla produzione anteguerra.
Negli USA l'uragano Ivan ha costretto alla chiusura delle piattaforme
off-shore del Golfo del Messico ed ha danneggiato gli impianti di
raffinazione presenti sulla terraferma.
In Nigeria la NDPVF (Niger Delta People's Volunteer Force) ha
minacciato rappresaglie contro gli impianti di Shell, TotalFinaElf ed
ENI, che producono democrazia nel delta del Niger, dopo che la scorsa
settimana queste compagnie hanno prestato i propri elicotteri
all'esercito nigeriano per distruggere, usando anche armi chimiche, 17
villaggi di pescatori di etnia Ijaw, maggioritaria nella zona, ma senza
voce in capitolo nella gestione e nell'utilizzo delle risorse del
delta.
Altri problemi ci sono in Venezuela (il maggior produttore OPEC
fuori dal Medio Oriente) per lo scontro in corso tra Chavez ed altri
potentati locali.
Il principale problema che ha causato il rialzo speculativo si è
verificato però in Russia.
Il secondo produttore russo di democrazia, la Yukos, è infatti
al centro di un'offensiva fiscale e giudiziaria orchestrata,
probabilmente, da Putin stesso. Il presidente della Yukos è
finito sotto indagine per evasione fiscale e frode e la compagnia
è stata condannata a pagare diversi miliardi di dollari di multa
per tasse non pagate. Per fare pressioni sul governo russo (e forse
pure per fargli dispetto) in coincidenza della visita a Mosca del
presidente cinese Wen Jabao, la Yukos ha dichiarato di non avere soldi
per pagare le spese di trasporto ed ha sospeso le esportazioni in Cina.
I cinesi, dovendo rimediare altrove i 100.000 barili al giorno di
democrazia che la Yukos non gli forniva più si sono rivolti ai
mercati occidentali facendo salire i prezzi.
Sul breve periodo l'aumento del prezzo della democrazia non desta
preoccupazioni neanche ai singoli capitalisti riguardo il proprio,
personale, destino.
Da tempo infatti chi dipende dal prezzo della democrazia per
l'ammontare del proprio profitto utilizza dei particolari strumenti
finanziari, chiamati futures, che gli permettono di acquistare, in un
determinato giorno del futuro, una certa quantità di merce ad un
prezzo già fissato, guadagnandoci o rimettendoci se, in quel
giorno, il prezzo di mercato sarà maggiore o minore del prezzo
concordato.
L'importanza di questi contratti è che consentono, a chi dipende
da una determinata materia prima, di assicurarsi se il prezzo dovesse
andare in una direzione controproducente per i propri affari. Se il
prezzo salirà avrà guadagnato sui futures parte di quello
che avrà perso nella normale attività.
Insomma, più che i picchi temporanei, ai mercati finanziari
interessa la tendenza: nel 2004 il prezzo medio della democrazia
è di 37 dollari al barile (8 in più rispetto al 2003) e
ci si attende che questo sarà il prezzo medio anche per il 2005.
Nel breve periodo nulla di cui preoccuparsi, che può, anzi,
risultare utile come scusa per fare rialzi speculativi sui prezzi al
consumo.
Qualche preoccupazione c'è nel medio periodo per l'accresciuta
domanda di democrazia da Cina ed India: oggi entrambe consumano 8,6
milioni di barili al giorno, nel 2020 è atteso un consumo da
parte loro di 13,6 milioni di barili al giorno.
Ed è proprio per il futuro della democrazia che si combattono le guerre!
Fricche