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Umanità Nova, numero 33 del 24 ottobre 2004, Anno 84

In morte di Derrida
Una critica corrosiva



Ora che il filosofo francese Jacques Derrida si è spento, in molti intonano il coro che s'ode puntuale ogni volta che un famoso intellettuale muore: panegirici, commemorazioni, convegni, dichiarazioni alla stampa. In Francia hanno incominciato il presidente Chirac ed il ministro della cultura Donnedieu, i quali hanno espresso "enorme tristezza" per la disparizione del "padre" del decostruzionismo, e poi si è accodata una vasta schiera di politici, accademici, giornalisti.

Anche in Italia, naturalmente, in molti hanno dichiarato pubblicamente la loro "commozione" di fronte alla scomparsa di un pensatore del calibro di Michel Foucault, Gilles Deleuze e Roland Barthes. Si sprecano, in questi giorni, gli interventi che citano insieme al nome di Derrida quello di Althusser o di Lacan, e che piangono la scomparsa di uno dei "mostri sacri" della filosofia del nostro tempo.
Quello che accomuna molti di questi interventi, ammiccanti non sempre al pensiero di Derrida quanto più frequentemente al mercato editoriale e/o alla bieca propaganda della politica di regime, è la riduzione del pensiero decostruzionista ad una delle tante mode accademiche attualmente in voga. In questo modo, con la morte di Derrida si può seppellire anche il suo pensiero e relegarlo allo status di uno dei molti esercizi retorici che, opportunamente svuotati dei loro potenziali sovversivi, vengono dibattuti nei luoghi della cultura istituzionale.

Da un punto di vista libertario, la morte di Derrida ci mette di fronte ad una serie di contraddizioni. Il post-strutturalismo ed il suo continuo rivolgersi alla destabilizzazione delle categorie costituite hanno molto in comune con la critica libertaria e radicale dell'esistente. Ma come leggere in chiave antiautoritaria il background marxista di Derrida? Come conciliare la sua attività svolta nelle più restigiose ed esclusive università del mondo con un progetto volto all'abolizione di ogni forma di potere? Come interpretare la concezione derridiana e "an-archica" della scrittura (intesa come rimosso che si situa al di fuori del controllo del Potere e che non si può pertanto assoggettare politicamente) con la sua stessa disseminazione e commercializzazione che ha visto nascere, proprio nel nome di Derrida, una vera e propria industria culturale?

La galassia libertaria, presumibilmente, si pronuncerà sull'argomento dimostrando ancora una volta l'eterogeneità di pensiero che sta alla base della sua ricchezza propositiva.

Un esempio illuminante di come il pensiero derridiano possa essere interpretato in modi opposti è costituito dall'ambivalente rapportarsi di Derrida nei confronti della politica istituzionale.
A partire dal sostegno dato dal filosofo francese al candidato del Partito "Socialista" Jospin in occasione delle elezioni del 1995, ad esempio, è possibile sostenere a buon diritto la differenza inconciliabile che separa la tensione anarchica dalla polverosità inutile di un lavoro teorico sganciato dal reale.

Enfatizzando invece l'astensionismo elettorale dimostrato da Derrida nel 2002 e da lui motivato come "malumore nei confronti di tutti i candidati", oppure le sue più recenti - e più brillanti - dichiarazioni secondo cui a lungo il suo pensiero è stato ingiustamente spacciato come politicamente neutro "proprio perché attento alla politica e tuttavia non riconducibile ai codici politici dominanti", è possibile al contrario inscrivere la scelta derridiana nel panorama dell'astensionismo elettorale di matrice libertaria.
Per quel che mi riguarda, mi preme sottolineare la sorprendente analogia che si scorge confrontando una parte del pensiero derridiano (e più specificamente il progetto decostruzionista) con quanto gli anarchici vanno ripetendo da tempo.

Riducendo ad estrema sintesi il progetto filosofico post-strutturalista, "decostruire" significa svelare come le opposizioni gerarchiche su cui la metafisica occidentale si fonda non siano altro che delle imposizioni ideologiche, ovvero delle costruzioni del pensiero e del discorso che rivelano, una volta messe sotto analisi, la loro stessa incongruenza. In altre parole, per Derrida occorre pensare al di fuori delle opposizioni binarie e delle strutture, spesso dualistiche, precostituite.

Per citare alcuni esempi: se si dimostrano la relatività ed i limiti delle distinzioni che oppongono, ad esempio, le categorie di sinistra e destra istituzionale, oppure quelle di lecito ed illecito giuridico, si può sviluppare un discorso libertario che, anziché rivolgersi alla categorie utilizzate del Potere, dispiega le sue potenzialità creatrici e liberatorie indipendentemente da esso. Si tratta non tanto di scegliere da quale delle due parti stare (ad es. di schierarsi politicamente con la sinistra o con la destra), quanto di porsi al di fuori di una logica di pensiero fondata sul dualismo e sulla reciproca determinazione di parti tra loro opposte.

Per quanto riguarda il progetto anarchico, è evidente che questo vada oltre il semplice "diniego" dell'ordine costituito. La forza del pensiero libertario non sta nel costruire un contropotere diametralmente opposto a quello di regime, né di affermarsi "in negativo" rispetto ad esso, ma di uscire dalle logiche opposizionali tout court.

Mi viene in mente, a questo proposito, lo slogan "né servi né padroni". La dittatura del padronato non è certo una categoria libertaria, ma questo non implica che ci si debba necessariamente schierare dalla parte dei "servi".

"Né servi né padroni" può essere visto quale il nucleo in cui è incapsulata, oltre alla critica dell'esistente, anche l'invalidazione delle sue categorie costitutive. Lo slogan non si riferisce in questo senso soltanto al semplice rifiuto (peraltro motivatissimo) dell'attuale ordine sociale, ma indica anche un potenziale: quello di sottrarsi attivamente al meccanismo che sta alla base della distinzione tra i "servi", la loro riduzione in servitù, ed i "padroni". In altre parole, lo slogan "né servi né padroni" può indicare un progetto oltre che una critica, e in quanto tale si fa portatore della potenzialità, della costruttività e della propositività che sono proprie del pensiero libertario.

La ricchezza del pensiero anarchico risiede nel saper andare oltre. Cioè nello stare, in morte di Derrida come in mille altre occasioni, né dentro il coro né fuori dal coro.

Paolo Matteucci























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