Umanità Nova, numero 33 del 24 ottobre 2004, Anno 84
La scorsa settimana, proprio mentre andava in stampa il numero precedente di "Umanità Nova", venivano restituiti ad Indymedia i due Hard Disk sequestrati il 7 ottobre scorso. Il sito italiano è ancora in fase di riassestamento anche se molto del materiale precedentemente pubblicato è già disponibile. Gli altri siti oscurati (vedi lo scorso numero di UN) sono tornati quasi tutti on-line, ma alcuni hanno ancora grossi problemi.
Nonostante il veloce dissequestro, la vicenda resta ancora misteriosa e manca ancora il nome del mandante di questo pesante attacco alla libertà di informazione. Negli ultimi giorni, stando a quanto si legge un po' dappertutto, sta prendendo sempre più corpo la possibilità che a dare il via a questa operazione di polizia intercontinentale sia stato un magistrato di Bologna che indaga sui pacchi petardo dello scorso inverno. Ipotesi circolata, insieme alle altre, fin dall'inizio, ma che ancora non trova una vera e propria conferma ufficiale.
Secondo quanto viene riportato dalla stampa, tutto sarebbe partito dalla richiesta di accertamenti relativa ad un "post" (uno dei migliaia di messaggi che chiunque può pubblicare sulla colonna destra del sito di Indymedia) relativo alla cosiddetta "Federazione Anarchica Informale". L'ipotesi più probabile è che gli inquirenti volessero risalire alla persona che aveva pubblicato il "post" incriminato, cosa alquanto difficile visto che, come dovrebbe essere noto a tutti, su Indymedia non vengono tenute registrazioni delle "tracce" informatiche che chiunque lascia quando visita un sito web.
Una ricerca quindi inutile in partenza che fa pensare o alla solita sciatteria degli investigatori o, ma una cosa non esclude l'altra, alla volontà politica di dare un chiaro avvertimento alla più estesa rete di comunicazione indipendente. Ed è forse quest'ultima possibilità, non presa ancora in grande considerazione, quella più preoccupante: il ripetersi di episodi del genere potrebbero avere come effetto collaterale quello di spingere Indymedia verso una maggiore compatibilità con il sistema dei media tradizionali, una trasformazione che veda la comparsa di "redattori", "redazioni", "direttori responsabili" e di un controllo maggiore su quello che viene pubblicato. Uno scenario decisamente inquietante.
La novità è che, attraverso la fantomatica "Federazione Anarchica Informale", vengono tirati in ballo gli anarchici e, come accaduto in precedenza, lo spunto è occasione per la solita opera di disinformazione dei media.
Si veda, per esempio, "Liberazione" del 14/10 dove Giada Valdannini scrive:
"Infatti, sul portale italiano di Indymedia si legge che dietro la
manovra ci sarebbe la pm bolognese Marina Plazzi, che sta conducendo
un'indagine sulla Federazione anarchica informale (Fai)."
e poi, solo quattro righe sotto aggiunge, inopinatamente: "Duro
l'affondo della Fai che vede nell'oscuramento un 'tentativo di mettere
a tacere una voce scomoda', ma anche un vero e proprio 'attacco alla
libertà di stampa e di opinione'."
Confondendo il comunicato di solidarietà ad Indymedia della Commissione di Corrispondenza della "Federazione Anarchica Italiana" con le indagini riguardanti gli "informali". La solita cialtroneria dei cronisti, in quanto sarebbe bastato un minimo di buonsenso per rendersi conto che l'acronimo si presta a pericolosi fraintendimenti e quindi sarebbe stato logico aspettarsi, da un organo politico, una maggiore attenzione.
Medesimo errore lo compie anche un quotidiano web specializzato in nuove tecnologie, "Punto-Informatico", che il 15/10 arriva a scrivere: "Stando a quanto confermato dalla stessa Indymedia, il pubblico ministero bolognese che indaga sui pacchi bomba a Prodi e sulla "Federazione Anarchica" (FAI) aveva richiesto informazioni su notizie pubblicate dal network di informazione."
Aggiungendo confusione a confusione.
Accanto a questi episodi di censura e disinformazione che - bene o male - bucano la blindatura dell'informazione ufficiale ce ne sono anche altri che passano sotto silenzio, come il "sequestro preventivo" del sito web dell'Unione dei Carabinieri, ordinato la scorsa settimana da un PM di Bari. Il sito, che assiste legalmente i militari colpiti dal linfoma di Hodgkin (il caso dell'uranio impoverito), aveva recentemente pubblicato anche testimonianze di militari dell'arma che affermavano di aver dovuto pagare il pizzo per andare in missione all'estero.
Nulla di paragonabile all'attacco portato ai danni di Indymedia, ma sicuramente un segnale forte che mostra quanto la prassi di mettere il bavaglio alle fonti di informazioni "scomode" non sia un problema che riguarda solo chi lotta per un mondo migliore.
Pepsy