Umanità Nova, numero 35 del 7 novembre 2004, Anno 84
Ma questi inglesi non si smentiscono proprio mai?!
Nonostante siano lontani cugini, non hanno ancora digerito, a quanto pare, la sollevazione delle colonie inglesi in America, che portò, più di duecento anni orsono, alla dichiarazione d'Indipendenza e alla nascita degli attuali Stati Uniti. E nonostante oggi ne siano diventati i più fedeli alleati - o vassalli? -, sono sempre loro, i figli della perfida Albione, a fare i peggiori dispetti alla superpotenza americana. Una vendetta postuma, tanto più se coronata da una attestazione di superiorità morale, non guasta mai.
E così, dopo aver denunciato per primi, alcuni mesi fa, le menzogne sulle famigerate armi di distruzione di massa del kattivo satrapo levantino, inventate per giustificare "democraticamente" l'intervento armato della coalizione, ecco gli agghiaccianti dati sulle conseguenze della guerra in Iraq, fornitici in questi giorni da una delle più prestigiose e autorevoli riviste scientifiche del mondo: l'inglese (appunto) "The Lancet".
In base a proiezioni statistiche, tra l'altro per difetto, eseguite da una équipe di studiosi americani ed iracheni, è stato possibile calcolare il numero reale (sempre per difetto) dei civili, in gran parte vecchi donne e bambini, uccisi dall'inizio della guerra dai bombardamenti alleati. Dati, nella freddezza delle cifre, semplicemente terrificanti. Se fino ad ora, infatti, le stime più pessimistiche parlavano di circa trentamila vittime, i nuovi studi, pubblicati con velenosa meticolosità da Il Bisturi - The Lancet, contabilizzano almeno centomila morti, centomila "morti extra" rispetto a quelli che ci si aspetterebbe in un paese in pace. Centomila, si badi bene, senza contare quelli fisiologici in una guerra che si rispetti: poliziotti, militari, spie, collaborazionisti e fiancheggiatori vari.
Come intervento umanitario, non si poteva certo chiedere di più!
Con l'apparente asetticità dei dati statistici, ma con
l'evidente intento di stigmatizzare ferocemente il feroce intervento
angloamericano, la rivista inglese spiega che centomila civili uccisi
in 18 mesi, in un paese come l'Iraq, significa che un iracheno ha 58
probabilità in più di morire rispetto a prima
dell'intervento, che il numero dei decessi ogni mille abitanti per anno
è passato da 5 a 12,3, che il tasso di mortalità per la
sventurata popolazione irachena è superiore di una volta e mezzo
al periodo anteguerra. E che quello infantile, già altissimo in
conseguenza del precedente embargo, è passato da 29 a 57 ogni
mille. E si tenga presente che questi studi statistici non hanno
volutamente preso in considerazione la zona di Falluja, perché
in tal caso i calcoli, vista la situazione particolarmente drammatica
di quella città, avrebbero avuto risultati semplicemente
sconvolgenti.
Fra i motivi solitamente addotti per giustificare una guerra, qualsiasi
guerra ma a maggior ragione queste guerre "umanitarie" oggi così
di moda, c'è quello di creare migliori condizioni di vita e
benessere per popolazioni altrimenti soggette al pugno di ferro del
dittatore di turno. E poco importa che queste popolazioni soggette si
guardino bene, solitamente, dal richiedere l'intervento "amico". Fatto
sta che in questi ultimi lustri, con una progressione preoccupante, le
grandi democrazie occidentali hanno offerto sempre più spesso
queste famose "migliori condizioni di vita" a popolazioni che, a nostro
modesto parere, avrebbero volentieri evitato di pagare con morte e
distruzione quel loro andare a stare meglio. Iraq, Balcani, Somalia,
Afganistan e ancora Iraq, e chissà cosa ancora ci aspetta, sono
lì a ricordarcelo, a mostrare che non è con l'intervento
armato delle potenze straniere che si costruisce la libertà dei
popoli.
Saremo degli inguaribili nostalgici, legati a una visione
retrò delle dinamiche sociali e delle motivazioni ideali che
dovrebbero, a parer nostro, muovere la storia, ma non riusciamo a
rassegnarci all'idea che pace, benessere e libertà siano merci
di consumo, reclamizzabili con ingegnosi spot pubblicitari, utili per
giustificare le mortifere politiche di potenza degli stati-canaglia di
turno, Stati Uniti d'America, Inghilterra e Italia in testa. E
altrettanto non riusciamo a rassegnarci a una visione del mondo
impostata sulla prevalenza di stati-gendarme cui è concesso
celare i propri interessi egemonici dietro la sordida facciata della
più pelosa delle ingerenze "umanitarie". Come pure non riusciamo
a rassegnarci all'eterna favola dei poteri buoni impegnati in una lotta
epocale contro i poteri cattivi; all'infame escamotage dello scontro
fra civiltà e culture differenti, le une cui tutto è
lecito, le altre destinate a soccombere a causa di pretese
inferiorità; a una realtà fatta di violenza e
sopraffazione, nella quale il quotidiano massacro di fanciulli e
bambini diventa solo uno sgradevole incidente di percorso.
Ricorre, in questi giorni, l'anniversario della "vittoria", di quando,
86 anni fa, seicentomila italiani si fecero ammazzare per difendere e
favorire gli interessi del nostro nascente capitalismo. Di quando,
nelle campagne europee, milioni di soldati e civili si "immolarono in
olocausto" sull'altare del nazionalismo e del profitto. "Mai più
guerre", si disse in seguito. E "mai più guerre" fu nuovamente
gridato dai popoli stremati quando, nel 1945, la bomba di Hiroshima
suggellò il più immane massacro di tutti i tempi. "Mai
più guerre" vorremmo ancora gridare noi, mai più vittime
innocenti sepolte sotto le case bombardate o soldati mandati a uccidere
e a farsi ammazzare. "Mai più guerre" vorremmo gridare, convinti
che l'amore per la vita e per un'esistenza in pace dovrebbe rendere
collettivo questo nostro grido. Ma consapevoli anche che solo un
processo di liberazione che parta dal basso, che sappia sbarazzarsi del
cappio del potere politico ed economico, delle lusinghe del
nazionalismo, delle menzogne delle credenze religiose, renderà i
popoli finalmente fratelli e le guerre il lontano "ricordo di infame
passato".
Massimo Ortalli