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Umanità Nova, numero 36 del 14 novembre 2004, Anno 84

L'ombra di Falluja
Massacri democratici




Uno dei capitoli più neri della storia di quest'alba di secolo si sta scrivendo tra le strade ed i vicoli di Falluja, una città sotto assedio da oltre sei mesi, una città grande come Bologna, dove, prima della guerra, vivevano oltre 300.000 persone.

L'assalto finale alla città ribelle è stato chiamato "Phantom Fury" – La Furia del fantasma". Dopo mesi e mesi di continui bombardamenti 10.000 soldati statunitensi affiancati dalle truppe del governo fantoccio di Allawi si sono riversate sulle rive dell'Eufrate, dove sorge una città che si sta trasformando in un immenso cimitero. Decine di migliaia di persone terrorizzate dai bombardamenti e dalle uccisioni quotidiane sono fuggite lontano dalle loro case, ma tanti altri restano nelle abitazioni senza luce e senz'acqua, il fragore delle esplosioni che echeggia martellante, la paura tra i denti ed il buio della disperazione. Falluja deve diventare una città fantasma, abitata da fantasmi. Un luogo simbolo della potenza dispiegata dei padroni del mondo, un immenso monumento eretto a futura memoria di tutti i ribelli, di tutti quelli che scelgono di opporsi. 

Tra le rovine di Falluja si aggira anche un altro fantasma, il fantasma della Libertà, il nome che i governi degli Stati Uniti usano per definire i propri affari, per difendere il proprio spazio vitale, per distinguere i buoni dai cattivi, i cow boys dagli indiani. Un nome che in tanti posti di questo pianeta martoriato dalle guerre, stritolato dalle ingiustizie, impantanato tra i fanghi di mille fanatismi, significa oppressione, sangue, morte. 

Come stupirsi che tanti finiscano con lo sputare sulla "nostra" libertà, rifugiandosi nel sogno feroce della guerra santa, nell'illusione dei paradisi identitari, nell'oblio dell'oppressione e dell'ingiustizia che ogni stato sa dispiegare verso i propri sudditi? E poco importa chi stia in sella: il volto del pupazzo Allawi e quello del dittatore baathista si sovrappongono se osservati dal fondo di una cella di Abu Graib.

La "nostra" libertà non ammette critiche, poco importa che sia scritta sulle bombe a frammentazione e sui proiettili d'artiglieria che stanno martellando le case di Falluja, poco importa che rubi il futuro di bambini nati nel posto sbagliato, poco importa che occupi e distrugga ospedali, che faccia fuori e medici e ambulanze. Nella guerra di "civiltà" vince il più forte. E come sempre le ragioni della forza saranno spacciate per forza della ragione.

Il primo obiettivo dei prodi cavalier di Montezuma sono state le strutture sanitarie della città. 

Il dottor Sami al-Jumaili testimonia come "non vi sia un solo chirurgo in tutta Falluja". "Avevamo un'autoambulanza, ma è stata colpita da proiettili americani. Il medico che vi lavorava è stato ferito. Ci sono numerosi civili feriti nelle loro case che non siamo in grado di trasferire. Un ragazzino di 13 anni mi è morto in braccio". Che importa? Agli uomini che si preparavano all'assalto, dopo la preghiera e la comunione è stato detto "Il nemico ha un volto e un nome, Satana. Entreremo a Falluja e lo distruggeremo". Investiti da una missione divina i marines stanno portando l'inferno nella città. L'inferno che il dio degli eserciti riserva a tutti gli angeli ribelli. Bambini compresi. 

Un indecente miscela di integralismo cristiano e liberalismo sul filo della spada guida i soldati di Bush in questa mattanza.

A chiarircelo pensa Giuliano Ferrara che dalle pagine del "Foglio" lancia la sua crociata: "L'occidente deve unirsi non per rinverdire il programma di Lepanto, di cui peraltro siamo figli legittimi, ma per elevare un interdetto finale contro la pretesa dei radicali islamici di guidare verso il califfato la umma musulmana. Di qui non si passa, dobbiamo essere in grado di dir loro. Se voi attaccate noi, noi vi portiamo la democrazia sulla punta delle nostre baionette." La democrazia senza spada è destinata a soccombere: ieri di fronte "all'avanzare del paganesimo nazista superomista e sovrumanista sul corpo esausto del cristianesimo europeo" oggi davanti all'islam, incapace di "separazione rigorosa di morale e politica, di legge e religione" una separazione che, tra i liberali conservatori, "non solo non esclude, anzi implica, che la società sia libera di costruire i suoi miti fondatori e di riconoscersi in essi." Torniamo così alle "radici cristiane", della cui omissione dal Trattato Europeo Ferrara non smette di accusare "gli ignari e ignavi costituenti della Convenzione di Bruxelles". 

Quelle radici che invece sono ben piantate oltreoceano, dove un integralista guerrafondaio, che chiama libertà la riduzione delle tasse per i ricchi ed insieme propugna l'elisione dei diritti e delle libertà delle donne e dei gay sta affondando nel fango dell'intolleranza l'idea stessa di libertà.

Ha ragione Ferrara quando dice che quello che succede a Falluja "ci riguarda". Ogni bomba che colpisce quella città, abbatte una casa, ne annienta gli abitanti, ognuna di quelle bombe fa esplodere quel che resta del proposito liberale di un'umanità internazionale, unita nella repubblica universale immaginata da Kant, dove gli eserciti e i confini sono aboliti, dove la ragione illumina i cuori e informa le azioni. Il liberalismo mostra qui sino in fondo il proprio vizio d'origine, quando l'universalismo si ferma sulla porta di casa, quando la libertà è quella di circolazione dei capitali e delle merci, non certo delle idee e delle persone. Questa libertà, esile e intrinsecamente razzista, è il piatto prelibato che possono gustare i membri di una civiltà superiore, non certo gli straccioni fanatici che hanno la sfortuna di abitare sul distributore delle nostre automobili. 

Ogni bomba che cade su Falluja pianta robusto il seme dell'intolleranza, un seme che germoglierà sempre più rigoglioso. E non solo tra i "barbari" della scimitarra e della jhad, ma qui, nel cuore dell'Europa. Ovunque si moltiplicano gli episodi di intolleranza, si insinua il tarlo della paura, alligna il fanatismo religioso, si conficca il germe identitario. Proprio in questi giorni, dopo l'assassinio del regista Van Gogh, stiamo assistendo ad un crescendo di attentati contro scuole, moschee e centri islamici nel più liberale dei paesi europei, l'Olanda. 

La forza del paradosso volteriano, quello di chi preferisce morire per difendere la libertà di esprimere idee che aborrisce, si è infranta in due secoli di schiavismo, sfruttamento, colonialismo. Quello che resta del liberalismo si trasforma a sua volta nel folle e fanatico paradosso – talora laico, talaltra impastato di integralismo cristiano – di chi pensa che la libertà si possa imporre.

L'ombra di Falluja, delle tante Falluja di questo mondo, si proietta sin qui, rendendo sempre più opaca una "libertà" che, in due secoli di secolarizzazione mai compiuta a pieno, ha colmato di macerie mezzo mondo. 

Maria Matteo


























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