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Umanità Nova, numero 36 del 14 novembre 2004, Anno 84

La crisi della NATO
Il grande gioco USA/UE




La NATO, Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord è un'organizzazione, al di là dell'apparente marcia trionfale compiuta negli ultimi tredici anni, in forte crisi alla quale iniziano a mancare le motivazioni forti per la propria esistenza. Questo non vuol dire che non mantenga le sue caratteristiche di forte nocività per l'ambiente sociale complessivo e per i territori che si trova ad investire con la sua azione, siano essi quelli dei paesi membri oberati di servitù militare, danni all'ambiente e alla salute delle popolazioni locali, siano essi quelli dei paesi che si sono trovati, si trovano e si troveranno a subire la forza d'urto militare e di occupazione dell'Alleanza e delle sue truppe. La crisi della NATO è crisi del modello di rapporto intercorso a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale tra gli Stati Uniti e i paesi europei del campo capitalistico. Tale rapporto venne costruito sulla base dell'assoluta supremazia degli USA nel contesto dell'economia mondo capitalistica e delle formazioni sociali dei paesi compresi in tale area. Gli Stati Uniti, infatti, terminano la guerra essendo diventati l'officina del mondo, il suo esercito e l'unico detentore globale di liquidità monetaria; in altre parole la produzione industriale, la finanza mondiale e le capacità militari (queste ultime per quanto riguarda i paesi capitalistici) sono concentrate in questo paese. In questa situazione gli USA costruiscono un quadro di egemonia globale all'interno della quale giocano il ruolo del leader che, perseguendo i propri interessi, riesce ad unificare le élite dei paesi direttamente interessati alla sua azione con un'impalcatura istituzionale capace di tenere conto degli interessi di queste ultime. Se l'FMI e la Banca Mondiale sono la componente economica di questo modello, l'ONU la parte diplomatica, la NATO ne diventa l'organismo militare. Un vero e proprio ordine mondiale (nuovo, naturalmente, rispetto all'epoca) che si viene a creare con un centro capace di risposte avanzate rispetto ai problemi che l'élite europea non era riuscita risolvere nel corso della prima metà del Novecento e che avevano dato origine al trentennio di guerre tra il 1914 e il 1945.

In tale ordine la NATO aveva il compito di conformare al comando americano le forze armate sia dei paesi alleati nel corso della seconda guerra mondiale, sia quelle dei paesi nemici e sconfitti in tale conflitto. Le forze armate inglesi e francesi come quelle tedesche ed italiane subiscono tutte lo stesso processo di sostanziale conformazione ad un comando unificato che si presenta, però, come un comando democratico. Le decisioni all'interno dell'ambito NATO vengono prese all'unanimità e per ognuno dei vari settori nei quali l'operato della NATO è diviso esistono commissioni nelle quali tutti i paesi dell'Alleanza sono rappresentati. Questo avviene perché non sono gli ambiti di incontro ufficiali della NATO a determinare la natura dell'Alleanza ma i settori direttamente operativi, le basi militari e i comandi all'interno dei quali si viene a costruire una burocrazia politico-militare coesa al suo interno e decisa a perseguire le proprie finalità, la cui guida è statunitense e il cui personale si conforma facilmente alle direttive di Washington al punto da costituire un vero e proprio "partito americano" del quale tutti i paesi europei dovranno tenere conto all'interno dei propri equilibri istituzionali. La strategia della tensione in Italia, il golpe del 1967 in Grecia, la transizione tra CDU e SPD in Germania occidentale verranno tutti diretti da questo centro di potere allo stesso tempo interno alle istituzioni dei singoli paesi europei aderenti all'Alleanza, ed esterno ad essi perché determinato nelle sue politiche da Washington e dal coacervo di interessi che si cumuleranno attorno a questo stesso centro.

Non a caso l'unico strappo che verrà operato all'interno della NATO sarà quello messo in opera da De Gaulle nel 1966 con l'uscita della Francia dal Comitato militare dell'Alleanza, cioè proprio dall'organo più importante della NATO, quello destinato all'opera di conformazione del ceto militare dei paesi occidentali. All'epoca la Francia pensava di poter ancora giocare un ruolo parzialmente autonomo nello scenario mondiale e si portò ad un passo dalla crisi con Washington sui temi relativi al Medio Oriente, all'Indocina e sui rapporti con i paesi del blocco a socialismo reale. La fuoriuscita dal comitato militare della NATO fu il principale tra le azioni svolte dai francesi alla ricerca di una propria autonomia in campo politico e militare. Questo strappo verrà ricucito nel corso degli anni Settanta ma segnala come l'appartenenza alla NATO significasse per i paesi che ne facevano parte una cessione della propria autonomia verso il partner maggiore della coalizione.

Ciononostante l'Alleanza Atlantica è rimasta il luogo principale cui i paesi europei hanno continuato a guardare come luogo di mediazione e d'incontro con le istanza USA. L'Alleanza ha infatti svolto questo compito ed ha permesso di comporre crisi latenti tra gli alleati che avrebbero comportato pesanti contraddizioni all'interno dei paesi occidentali con il rischio di gravissime crisi di legittimità delle classi dominanti locali.

La fine dell'URSS e del blocco socialista, l'annessione alla NATO di gran parte di questo stesso ex blocco ha determinato un'ipertrofia dell'Organizzazione senza risolverne la crisi di identità innescata proprio dalla fine del nemico storico dell'Alleanza. La guerra del Kosovo ne ha mutato i connotati nel senso richiesto da Washington trasformando un'alleanza teoricamente difensiva in un accordo per controllare militarmente l'intero pianeta. Le contraddizioni interne tra i paesi aderenti sono però esplose lo stesso con la mancata partecipazione dell'Alleanza alle operazioni belliche in Iraq e con il deciso rifiuto di tre dei suoi membri ad avallare l'aggressione al paese asiatico.

L'aspetto della crisi deve essere vagliato con attenzione perché ad innescarla non è stato tanto l'atteggiamento di rifiuto di Francia e Germania di fronte alla prospettiva di una guerra che le avrebbe coinvolte in un'area nella quale hanno da decenni interessi costruiti con cura di fondamentale importanza per l'efficienza delle loro economie, quanto dalla decisione USA di evitare ogni mediazione, di rendere pubblico il dissenso e di imporre comunque la propria decisione. Non ci interessa evidentemente difendere un preteso diritto delle classi dominanti europee di fronte alla prevaricazione di quelle statunitensi, ma di analizzare come la linea di fuga della crisi dell'Alleanza nasca da un preciso calcolo fatto a Washington e che riguarda più in generale l'atteggiamento USA verso le classi dominanti del resto del mondo.

Come più volte analizzato all'interno delle pagine di UN, la crisi dell'egemonia USA all'interno dell'economia mondo capitalistica sta producendo un fenomeno di trasferimento degli investimenti sul terreno finanziario e parallelamente di trasformazione della capacità egemonica in dominio basato sulla preponderanza militare degli Stati Uniti. All'interno di questo quadro lo spazio di mediazione di un organismo come la NATO tende a sparire: è il senso stesso dell'Organizzazione che viene messo in discussione. Per gli USA essa ha senso in quanto cinghia di trasmissione di direttive e voleri che essi non sono più disposti a discutere con quelli che furono "gli Alleati"; per i paesi europei, invece, la NATO resta il luogo principale di confronto e di ricerca di accordi con gli USA che permettano loro di continuare a perseguire almeno parzialmente i propri interessi.

Come si vede un intrico vicino a un punto di crisi definitivo; in questo quadro si inserisce la riunione dei parlamentari dei paesi NATO di Venezia, una riunione di un organismo che ha iniziato ad esistere nel 1996 con al riunione di Torino e il cui scopo è proprio quello di rilanciare ed istituzionalizzare il ruolo di mediazione dell'Alleanza tra gli USA e l'Europa. Il tutto come è ovvio per continuare ad esercitare un dominio comune sul resto del mondo e sulle proprie classi lavoratrici e dominate. La novità di oggi, però, è che questo ruolo viene invocato dai dominanti europei di fronte ad un'attitudine di Washington sempre più tendente all'imposizione delle proprie decisioni e alla costruzione di alleanze ad hoc per supportare le proprie mosse, così come avvenuto in Iraq con "l'alleanza dei volenterosi".

Giacomo Catrame


























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