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Umanità Nova, numero 37 del 21 novembre 2004, Anno 84

Il mito del taglio delle tasse
Il liberismo di facciata di Silvio Berlusconi & C.




Nell'attuale, confusa, discussione sul taglio delle pensioni che il governo ha promesso, rinviato, promesso di nuovo e rinviato di nuovo, colpisce, oltre alla cialtroneria del governo stesso, il singolare, ma non troppo, moralismo della sinistra.
Qualche giorno addietro, il presidente del consiglio dei ministri si è recato in visita alla Guardia di finanza. Chiunque abbia un'idea delle funzioni di questo corpo di polizia sa bene che si tratta dell'istituzione dello stato che pratica con il maggior impegno una critica pratica della legalità consistente nel garantire alle imprese sgravi fiscali robusti ed informali in cambio di donazioni volontarie ai membri del corpo. Potremmo affermare, senza timore di smentite, che i finanzieri si battono nei fatti e senza troppi proclami, contro il fiscalismo e operano per una redistribuzione della ricchezza che permette a chi si trovi nella condizione giusta di accumulare un discreto patrimonio.
Anni addietro era persino avvenuto che associazioni di piccoli imprenditori del nord est organizzassero una campagna pubblica contro i finanzieri accusati di essersi fatti troppo esosi dando corpo e visibilità ad un movimento neoliberista espressione di robusti settori sociali. 

Come è noto, quel movimento, che aveva trovato espressione politica nella Lega nord e nei radicali, è stato riassorbito nella destra realmente esistente e, in particolare, in Forza Italia e cioè in un soggetto politico il cui neoliberismo è più dichiarato che praticato come dimostra il semplice fatto che la destra di governo ha realizzato meno privatizzazioni rispetto alla sinistra.
D'altro canto, il capo del governo è affezionato alla promessa di ridurre le tasse, gli sembra uno slogan efficace e stenta a lasciare perdere. Si è, di conseguenza, lasciato andare ad una citazione colta e tutt'altro che scandalosa. Ha semplicemente ricordato quanto affermava un liberista di antico ceppo sabaudo, il non troppo compianto anche se più serio del suo seguace, Luigi Einaudi che rilevava come l'eccessiva pressione fiscale induca coloro che la subiscono all'evasione fiscale. Un'asserzione sin banale che ha provocato, a sinistra, denunce sdegnate.
Visto che noi non abbiamo, nei confronti delle tasse, la riverenza che caratterizza la sinistra statalista, possiamo sviluppare una critica non moralista nei confronti di quanto afferma la destra.
È assolutamente evidente che, riguardo a questa vicenda, vengono al pettine le contraddizioni genetiche della destra italiana, vero e proprio ircocervo sociale che tiene assieme piccoli imprenditori del nord est e compagini pubblico impiegatizie del centro sud.
Se stiamo alla storia di medio periodo della composizione sociale e della sua rappresentazione politica formale del nostro amato paese, un fatto è evidente: l'accrescersi della pressione fiscale, che si è determinata negli ultimi decenni come modo per garantire la pace sociale e il consenso al sistema dei partiti, ha determinato la nascita di movimenti antifiscali che non si accontentavano più di ricorrere all'evasione come soluzione pratica. Questi movimenti hanno assunto toni vagamente antioligarchici ed antiburocratici e conquistato un discreto consenso. 

In altri paesi, soprattutto gli Usa e la Gran Bretagna, il neoliberismo è diventato ideologia di massa ed è stato assunto come programma dalla destra politica. Non abbiamo qui lo spazio per dimostrare come, in realtà, anche nella sua patria, il neoliberismo abbia trovato alcune smentite pratiche notevoli e come vi sia uno statalismo di ritorno sotto le bandiere repubblicane. Ci basta rilevare come, in Italia, si sia, velocemente, ridotto ad essere un discorso da spendere in televisione ed al quale non corrisponde sostanzialmente nulla.
È, infatti, evidente che una politica neoliberista vera e seria determinerebbe una frattura netta proprio nel blocco sociale che sostiene la destra. Basta pensare al mitico Toto Cuffaro in Sicilia, se amiamo il folclore, ma anche alla struttura stessa del capitalismo nazionale che è cresciuto sotto le ali protettive dello stato e che aborre la concorrenza come una vera e propria iattura. Non è stata forse la stessa Lega Nord ad invocare politiche protezionistiche contro la concorrenza cinese con la sinistra che si affrettava ad inneggiare al libero mercato ed alla necessità di penetrare nei mercati dell'estremo oriente? La stessa politica dell'immigrazione praticata dalla destra non è una forma di classico protezionismo?
Se questa è la situazione, come spiegare il tentativo di spiegare di nuovo al vento le bandiere neoliberiste?

Credo che si possa dare una spiegazione abbastanza semplice di questo evento. L'onorevole Berlusconi era assolutamente consapevole che i suoi alleati sudisti (AN ed UDC) gli avrebbero "impedito" di "tagliare le tasse" e, a meno che non sia ancora più bollito di quanto sembra, non se ne preoccupa affatto. Gli basta il risultato di valorizzare la specificità forzaitaliota nella maggioranza, Forza Italia come partito liberale e popolare che vuole sgravarci dalla pressione fiscale e che non può farlo per il peso del blocco statalista di sinistra e, ahimè, di destra.
Che, poi, la riforma fiscale che propone sia ridicola prima che volta a privilegiare i ceti medio alti non è un problema. Quando si vende un prodotto, l'importante è renderlo accattivante e, soprattutto, mettere a valore il logo.
Sarebbe, invece, interessante, sul terreno dello scontro sociale, porre l'accento sulla necessità di una critica della rapina fiscale ai ceti a basso reddito, sui lavoratori salariati, insomma su coloro che, non per scelta morale ma per condizione materiale, le tasse le pagano sul reddito, sui consumi, sulle, limitate, proprietà e che, in cambio di queste tasse, si vedono tagliare servizi sociali, reddito, diritti.

Cosimo Scarinzi



























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