Umanità Nova, numero 37 del 21 novembre 2004, Anno 84
Nell'attuale, confusa, discussione sul taglio delle pensioni che il
governo ha promesso, rinviato, promesso di nuovo e rinviato di nuovo,
colpisce, oltre alla cialtroneria del governo stesso, il singolare, ma
non troppo, moralismo della sinistra.
Qualche giorno addietro, il presidente del consiglio dei ministri si
è recato in visita alla Guardia di finanza. Chiunque abbia
un'idea delle funzioni di questo corpo di polizia sa bene che si tratta
dell'istituzione dello stato che pratica con il maggior impegno una
critica pratica della legalità consistente nel garantire alle
imprese sgravi fiscali robusti ed informali in cambio di donazioni
volontarie ai membri del corpo. Potremmo affermare, senza timore di
smentite, che i finanzieri si battono nei fatti e senza troppi
proclami, contro il fiscalismo e operano per una redistribuzione della
ricchezza che permette a chi si trovi nella condizione giusta di
accumulare un discreto patrimonio.
Anni addietro era persino avvenuto che associazioni di piccoli
imprenditori del nord est organizzassero una campagna pubblica contro i
finanzieri accusati di essersi fatti troppo esosi dando corpo e
visibilità ad un movimento neoliberista espressione di robusti
settori sociali.
Come è noto, quel movimento, che aveva trovato espressione
politica nella Lega nord e nei radicali, è stato riassorbito
nella destra realmente esistente e, in particolare, in Forza Italia e
cioè in un soggetto politico il cui neoliberismo è
più dichiarato che praticato come dimostra il semplice fatto che
la destra di governo ha realizzato meno privatizzazioni rispetto alla
sinistra.
D'altro canto, il capo del governo è affezionato alla promessa
di ridurre le tasse, gli sembra uno slogan efficace e stenta a lasciare
perdere. Si è, di conseguenza, lasciato andare ad una citazione
colta e tutt'altro che scandalosa. Ha semplicemente ricordato quanto
affermava un liberista di antico ceppo sabaudo, il non troppo compianto
anche se più serio del suo seguace, Luigi Einaudi che rilevava
come l'eccessiva pressione fiscale induca coloro che la subiscono
all'evasione fiscale. Un'asserzione sin banale che ha provocato, a
sinistra, denunce sdegnate.
Visto che noi non abbiamo, nei confronti delle tasse, la riverenza che
caratterizza la sinistra statalista, possiamo sviluppare una critica
non moralista nei confronti di quanto afferma la destra.
È assolutamente evidente che, riguardo a questa vicenda, vengono
al pettine le contraddizioni genetiche della destra italiana, vero e
proprio ircocervo sociale che tiene assieme piccoli imprenditori del
nord est e compagini pubblico impiegatizie del centro sud.
Se stiamo alla storia di medio periodo della composizione sociale e
della sua rappresentazione politica formale del nostro amato paese, un
fatto è evidente: l'accrescersi della pressione fiscale, che si
è determinata negli ultimi decenni come modo per garantire la
pace sociale e il consenso al sistema dei partiti, ha determinato la
nascita di movimenti antifiscali che non si accontentavano più
di ricorrere all'evasione come soluzione pratica. Questi movimenti
hanno assunto toni vagamente antioligarchici ed antiburocratici e
conquistato un discreto consenso.
In altri paesi, soprattutto gli Usa e la Gran Bretagna, il
neoliberismo è diventato ideologia di massa ed è stato
assunto come programma dalla destra politica. Non abbiamo qui lo spazio
per dimostrare come, in realtà, anche nella sua patria, il
neoliberismo abbia trovato alcune smentite pratiche notevoli e come vi
sia uno statalismo di ritorno sotto le bandiere repubblicane. Ci basta
rilevare come, in Italia, si sia, velocemente, ridotto ad essere un
discorso da spendere in televisione ed al quale non corrisponde
sostanzialmente nulla.
È, infatti, evidente che una politica neoliberista vera e seria
determinerebbe una frattura netta proprio nel blocco sociale che
sostiene la destra. Basta pensare al mitico Toto Cuffaro in Sicilia, se
amiamo il folclore, ma anche alla struttura stessa del capitalismo
nazionale che è cresciuto sotto le ali protettive dello stato e
che aborre la concorrenza come una vera e propria iattura. Non è
stata forse la stessa Lega Nord ad invocare politiche protezionistiche
contro la concorrenza cinese con la sinistra che si affrettava ad
inneggiare al libero mercato ed alla necessità di penetrare nei
mercati dell'estremo oriente? La stessa politica dell'immigrazione
praticata dalla destra non è una forma di classico
protezionismo?
Se questa è la situazione, come spiegare il tentativo di spiegare di nuovo al vento le bandiere neoliberiste?
Credo che si possa dare una spiegazione abbastanza semplice di
questo evento. L'onorevole Berlusconi era assolutamente consapevole che
i suoi alleati sudisti (AN ed UDC) gli avrebbero "impedito" di
"tagliare le tasse" e, a meno che non sia ancora più bollito di
quanto sembra, non se ne preoccupa affatto. Gli basta il risultato di
valorizzare la specificità forzaitaliota nella maggioranza,
Forza Italia come partito liberale e popolare che vuole sgravarci dalla
pressione fiscale e che non può farlo per il peso del blocco
statalista di sinistra e, ahimè, di destra.
Che, poi, la riforma fiscale che propone sia ridicola prima che volta a
privilegiare i ceti medio alti non è un problema. Quando si
vende un prodotto, l'importante è renderlo accattivante e,
soprattutto, mettere a valore il logo.
Sarebbe, invece, interessante, sul terreno dello scontro sociale, porre
l'accento sulla necessità di una critica della rapina fiscale ai
ceti a basso reddito, sui lavoratori salariati, insomma su coloro che,
non per scelta morale ma per condizione materiale, le tasse le pagano
sul reddito, sui consumi, sulle, limitate, proprietà e che, in
cambio di queste tasse, si vedono tagliare servizi sociali, reddito,
diritti.
Cosimo Scarinzi