Umanità Nova, numero 38 del 28 novembre 2004, Anno 84
Nella notte fra il 2 e il 3 dicembre 1984, 40 tonnellate di
isocianato di metile (MIC), di cianuro idrogenato e di altri gas
mortali emessi dalla fabbrica di pesticidi della multinazionale
americana Union Carbide a Bhopal, India, seminarono morte e
disperazione in un'area vasta circa 40mila m2 e abitata da circa mezzo
milione di persone. Fu il peggiore incidente chimico della storia. Nei
giorni immediatamente seguenti all'incidente morirono - stima ufficiale
del 1995 - almeno 7575 persone ma nei mesi e negli anni seguenti a
Bhopal si è continuato a morire e le stime delle organizzazioni
ambientaliste indiane valutano l'effettivo numero dei morti fra i
16mila e i 30mila. Le organizzazioni locali dei sopravvissuti stimano
che ogni mese 10-15 persone muoiono per le consegeunze della nube
tossica del 1984.
Oggi l'Union Carbide non esiste più - nel 1999 si
è fusa con un'altra multinazionale americana la DOW Chemical,
presente anche in Italia, costituendo il più grande colosso
chimico mondiale - ma a Bhopal per quanto possa sembrare impossibile la
vecchia sede dello stabilimento non è stata bonificata e come se
il tempo non fosse passato l'impianto è rimasto nelle condizioni
di vent'anni fa, con prodotti pericolosissimi ancora stoccati
all'aperto, con bidoni di sostanze chimiche lasciati ad inquinanre le
falde acquifere e i vicini campi coltivati.
Al momento della tragedia lo stabilimento di Bhopal dell'Union Carbide non era vecchio.
Al contrario lo si poteva definire ancora uno stabilimento "nuovo",
essendo stato inaugurato nel maggio 1980. L'obiettivo della
multinazionale americana era quello di saturare il mercato indiano dei
pesticidi con massicce produzioni di Sevin, un pesticida a base di MIC
inventato nel 1957 per essere applicato a svariate colture agricole.
L'India utilizzava pesticidi in abbondanza nelle piantagioni di riso e
cotone aggredite da parassiti di numerose specie ma aveva una
produzione locale inferiore alle necessità, di qui l'idea della
Union Carbide di entrare nel mercato indiano con il potente pesticida.
Ma gli americani calcolarono male le potenzialità del mercato
calibrando l'impianto di Bhopal su 5mila tonnellate l'anno mentre le
vendite non superarano mai le 2mila tonnellate. Così nel 1982 la
fabbrica entrò in crisi. A dir la verità i primi problemi
alla sicurezza dell'impianto erano cominciati prima della "crisi": nel
1981 un tecnico fu ucciso da una fuga di fosgene mentre cercava di
riparare una tubatura rotta. Il movimento sindacale di fabbrica che
cominciò a reclamare una maggiore sicurezza (e salari decenti…)
fu duramente colpito dalla Direzione della fabbrica che proibì
le riunioni all'interno dell'impianto (la tenda usata dai sindacalisti
fu bruciata dalle guardie aziendali). In quei mesi molti militanti
sindacali vennero licenziati. La crisi dell'82 si abbatte sulla
nuovissima fabbrica come una mannaia: il 40% del personale venne
licenziato, la manutenzione fu allentata come i tempi per il ricambio
dei materiali usurabili. Ma, consapevole del fallimento, l'Union
Carbide non voleva ridimensionare l'impianto: essa aveva deciso di
chiuderlo e di trasferirlo in altri paesi, sembra Brasile e Indonesia.
Così fu deciso di iniziare lo smantellamento degli impianti per
la produzione del Sevin, ad iniziare dalle vasche che contenevano il
pericolosissimo MIC, e di quelli per la produzione dell'altrettanto
micidiale fosgene. La catastrofe del 2-3 dicembre 1984 fu quindi il
tragico epilogo di queste decisioni la cui avventatezza e
criminalità fu da subito sotto gli occhi del mondo inorridito
dalle notizie e dalle immagini provenienti da Bhopal.
Dal punto di vista giudiziario ancora nessuno ha pagato per il disastro
che ha segnato la vita di decine di migliaia di persone che vivevano
nella baraccopoli confinante allo stabilimento. Ha segnato la loro vita
ma anche quella dei loro figli e nipoti, poiché anche le
generazioni future risentiranno le conseguenze della terrificante nube.
L'unica conseguenza tangibile è stato l'accordo concluso fra
l'Union Carbide e il governo indiano nel febbario 1989, con il quale la
multinazionale USA ha versato al governo di Nuova Dheli 470 milioni di
dollari di indennizzo, vale a dire dai 370 ai 533 dollari per ogni
persona contaminata, una cifra irrisoria, una vergognosa elemosina per
persone che sopporteranno tutta la vita le criminali conseguenze delle
decisioni dei dirigenti americani. La cifra appare tragicamente
ridicola se si pensa che le famiglie delle vittime dell'11 settembre
hanno ricevuto dal governo americano un indennizzo di 1 milione di
dollari e che la Exxon per l'incidente provocato dalla petroliera Exxon
Valdez in Alaska - nessun morto - ha pagato almeno 5 miliardi di
dollari. Rimane invece aperto il procedimento penale contro l'allora
presidente dell'Union Carbide, Warren Anderson, e gli altri
responsabili della fabbrica. Nell'agosto 2001, nonostante le pressioni
del governo indiano, la corte di Bhopal ha confermato l'imputazione di
omicidio per Anderson confermando anche la richiesta di estradizione
che però il governo di Nuova Delhi non ha ancora reso esecutiva.
Il fatto è che la DOW Chemical è uno dei maggiori
investitori esteri in India e una riduzione dei capi d'accusa verso
Anderson (da "omicidio" a "omicidio per negligenza" come vorrebbe il
governo indiano) equivarrebbe ad un definitivo insabbiamento del caso,
libererebbe la potente multinazionale da ogni rischio di dover ripulire
il sito di Bophal e, soprattutto, sarebbe un incentivo notevole a nuovi
investimenti nel paese.
Bhopal non è che la punta di un iceberg fatto da tante
piccole e grandi tragedie provocate nel mondo dall'industria chimica.
Dopo la catastrofe di Bhopal, che aveva seguito quella di Seveso del
1978, le lotte delle popolazioni a rischio di inquinamento hanno
costretto molti Stati del cosiddetto "mondo ricco" ad approvare
legislazioni più restrittive nei confronti dell'industria
chimica e, in generale, di tutte quelle industrie ad alto rischio di
incidente. Ma molto resta da fare non solo perché non è
stato ancora sancito il principio inalienabile del diritto alla salute,
cioè il diritto delle popolazioni a esigere la chiusura di tutti
gli impianti pericolosi, ma anche perché si dimentica, o si fa
finta di dimenticare…, che a "generare mostri" è la logica
stessa del profitto che mette le esigenze della sicurezza in secondo
piano perché "troppo costose". È invece il caso di
ribadire con forza che capitalismo e tutela della salute e
dell'ambiente non possono coesistere.
Indagator
Nota: a chi vuol approfondire la tragedia di Bhopal consiglio la
lettura di "Mezzanotte e cinque a Bhopal" di Dominique Lapierre e
Javier Moro, 2001, Mondadori.