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Umanità Nova, numero 38 del 28 novembre 2004, Anno 84

La finanziaria di Paperone
Il governo tra difficoltà vere e risse inventate




Martedì 9 novembre il governo ha perso, alla Camera, la votazione sull'art. 1 della Finanziaria. Il centrosinistra ha totalizzato una decina di voti in più sull'emendamento Boccia (un nome, un programma), che riscrive il saldo netto da finanziare da 50.000 a 49.138 milioni di euro. Un incidente di percorso non casuale, dal significato politico molto chiaro per il vertice che, in serata, avrebbe dovuto varare, insieme al rimpasto di governo, il taglio delle tasse promesso dal Berlusca nel suo famoso show a "Porta a Porta" poco prima delle elezioni 2001. Un incidente di percorso attribuibile quasi interamente alla latitanza dei deputati Udc (8 presenti su 47) e An (41 presenti su 97). L'ira funesta del capo nulla ha potuto contro la macchinosità dei regolamenti parlamentari, che hanno imposto di cominciare praticamente da capo: la finanziaria è stata liquidata dalla Camera il 17 novembre così com'è, il Senato dovrà ripristinare lo squilibrio inizialmente previsto tra entrate e uscite, poi la legge tornerà alla Camera per un riesame non solo formale (come dovrebbe essere da prassi) ed infine tornare per il quarto passaggio al Senato per l'approvazione definitiva. Un percorso lungo, accidentato e non privo di trappole. 

Quello che è accaduto nella settimana successiva ha ulteriormente innalzato la tensione nella maggioranza. In una serie di vertici sempre più tesi, il cavaliere nero ha aperto la strada del Ministero degli Esteri allo sdoganatissimo Gianfranco Fini, ma ha giocato il tutto per tutto sulla riduzione delle tasse. Inizialmente è sembrato che il taglio dell'Ire (imposta sul reddito) alle famiglie subisse l'ennesimo rinvio (stavolta al 2006) e che si procedesse da subito solo con il taglio dell'Irap alle imprese, per placare finalmente la Confindustria e chiudere almeno uno dei tanti fronti aperti.

L'abbattimento dell'Irap si dovrebbe articolare in tre interventi: 1) una totale esenzione per le spese e gli investimenti sostenuti per la ricerca, destinata in particolare alla grande impresa; 2) la creazione di un'area totalmente esente, destinata alla piccola e media impresa ed alle attività professionali; 3) la esenzione del 20% del costo del lavoro, oppure una esenzione totale solo per i neo assunti, destinata a tutte le imprese "labour intensive". In totale dovrebbe essere restituito al sistema delle imprese un volume di risorse assai consistente: non meno di 2,5 miliardi di euro annui. Questa scelta andrebbe incontro alle esigenze elettorali di Forza Italia e della Lega, che bene o male rappresentano il popolo delle "partite Iva".

Ma questa soluzione non deve essere bastata agli "strategist marketing" dell'uomo di Arcore. Ci avviciniamo alle elezioni regionali e non siamo così distanti dalle elezioni politiche. La promessa di abbassare le tasse si è rivelata in questi anni per quello che era: una penosa panzana. Per tentare un recupero d'immagine occorreva un segnale forte: Berlusconi ha così rotto gli indugi e attaccando gli alleati di governo più riottosi ha deciso di inserire sin da subito, nell'emendamento sulle tasse, la riduzione dell'Ire a tre aliquote fin dal 2005. I soldi verranno trovati, a suo avviso, nel taglio di spesa per i fondi del pubblico impiego, facendo saltare, se necessario, il rinnovo dei contratti. Per An e l'Udc si tratta di una dichiarazione di guerra e il capo azzurro non ha esitato a sfidare gli alleati, dicendosi pronto ad andare, da solo, alle elezioni anticipate.

Si tratta evidentemente di una minaccia impraticabile, perché con Forza Italia al 20% e la Lega al 5% non è immaginabile uno scenario del genere, tuttavia le sparate da Bratislava la dicono lunga sullo stato dei rapporti nella Cdl e sulla concezione plebiscitaria del consenso che appartiene al capo del governo. A questo punto è facile prevedere una rissa continua tra alleati interni alla Cdl, che si può protrarre tranquillamente fino a quando la tenzone elettorale fornirà i primi esiti sulla definizione dei rapporti di forza tra i diversi partiti.

Lo scontro politico che divampa nel centro-destra non è certo una novità, semmai rappresenta il riprodursi di una convulsa fase di fibrillazione, esplosa con l'infausto esito delle elezioni europee di giugno e poi temporaneamente sedata con le dimissioni di Tremonti. Non sono venuti meno, però, i motivi che stavano alla base di quello scontro, e che tendono a proporre ogni volta le differenti opzioni strategiche che i partiti politici della Cdl coltivano per il futuro.

Forza Italia e Lega hanno verificato l'inconsistenza, o il venir meno, di un blocco liberista che nel 2001 era sembrato in grado di saldare interessi della grande impresa, dei poteri forti, della piccola e media impresa, contro i vincoli fiscali, sociali e sindacali della concertazione e del patto di stabilità. Udc e An rappresentano politicamente una visione del mondo dove hanno importanza centrale i flussi di reddito mediati dallo stato e interpretano la loro presenza come un bilanciamento necessario, in difesa del settore pubblico, della famiglia e delle regioni arretrate.

Man mano che ci si avvicina alla fine della legislatura e si intravedono importanti segnali di crisi del berlusconismo politico, si precisa sempre di più un progetto per il suo superamento, basato su un ritorno al centro di segno democristiano, come baricentro di un polo meno aggressivo e più dialogante, maggiormente capace di intercettare il consenso moderato. Presupposto di questo progetto è che resti elevato il volume di risorse intermediate dal settore pubblico, che rimangano in piedi adeguati strumenti come ammortizzatori sociali, che vengano rispettati i vincoli di finanza pubblica derivanti dal patto di stabilità e di crescita, da Maastricht a Lisbona.

Il contesto esterno non permette svolazzi come quelli espressi da Berlusconi e Calderoli, che puntano esplicitamente alla violazione dei parametri europei ed alla loro revisione, già dal marzo prossimo. L'allentamento dei parametri, con la scusa degli investimenti strutturali, può essere giustificata per paesi con un debito attorno al 60-70% del Pil, come Francia e Germania, non certo concessa a paesi al 106% come l'Italia o al 109% come la Grecia. Semmai, per l'Italia, è probabile che la Commissione bocci l'esclusione dell'Anas dal perimetro del debito pubblico. Inoltre si sta pensando, a livello Uem, l'introduzione di una norma sanzionatoria per i paesi che non rispettino un certo percorso di rientro cadenzato del debito dalle vette cui si trova attualmente. Anche il Fmi non è stato tenero con l'Italia nel suo recente rapporto ispettivo, invitando il governo a ridurre ancora le "una tantum" che rappresentano l'1,5% del bilancio pubblico, ad essere più incisivo nelle riforme strutturali, e ridimensionando dall'1,9& al 1,7% le già prudenti stime governative sulla crescita 2005 ha avanzato l'ipotesi che per contenere il deficit annuo sotto il 3% si renda necessaria una ulteriore manovra di spesa quantificabile in circa 6 miliardi di euro.

Tutto al contrario di quello che pensa Berlusconi, il quale si prefigge l'obiettivo non di risparmiare altri 6 miliardi di euro, ma di spenderne addirittura altrettanti per il primo modulo di riforma fiscale.

Insomma, il governo si dibatte tra difficoltà vere e risse inventate. Rispetto ad una crescita mondiale del 5% nel 2004 (la più alta da molti anni a questa parte), l'Italia appartiene ad una zona in forte ritardo (l'Europa), e accusa ritmi di sviluppo ancora più modesti (1,4% nel 2004). In questa situazione l'Europa continua a fare politiche monetarie restrittive, in totale assenza di politiche fiscali espansive, con una politica valutaria sporadica che ha portato l'euro ad apprezzarsi verso il dollaro di quasi il 50%. Nella più totale indifferenza delle autorità economiche, i paesi dell'Unione Monetaria assistono ad una crescente delocalizzazione produttiva che erode le basi fiscali del modello di welfare esistente. Le grandi imprese vedono ridursi gli spazi per competere e scaricano sui lavoratori le conseguenze degli errori commessi da autorità politiche ed economiche prigioniere di teorie astratte e applicate meccanicamente, senza alcun riguardo per le disastrose ricadute sociali.

Chi governa l'Europa desta la stessa impressione di quelle orchestrine che suonano sulle grandi navi da crociera fino all'ultimo minuto, anche quando il transatlantico sta per affondare.

L'aspetto più paradossale di questa situazione è che chi si oppone alle rigidità europee, come Berlusconi e la componente thatcheriana del suo governo, invoca un modello economico sostitutivo che non esiste nell'età contemporanea, se escludiamo forse qualche paese dell'ex socialismo reale attivamente impegnato nella fase capitalistica dell'accumulazione primitiva. Al di fuori del modello renano, che sta faticosamente cercando di autoriformarsi per via interna, stanno gli Stati Uniti, che usano aggressivamente politiche monetarie e fiscali, senza curarsi del cambio, ed il modello giapponese-cinese, che non guida, si badi bene, l'espansione economica mondiale, ma ne è dipendente. Il governo azzoppato di Berlusconi non può quindi permettersi voli pindarici: non può usare la leva dei tassi (che oggi risiede a Francoforte, nella Bce); non può usare la leva fiscale (perché il debito italiano è già ora troppo elevato); non può usare la svalutazione (perché esiste l'euro). L'unica cosa che può fare è chiedere altri tagli ed altri sacrifici ai soliti noti, per fare risparmiare le tasse ai suoi amici ed elettori più ricchi. Una manovra troppo sfacciata per passare senza colpo ferire.

Renato Strumia




























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