Umanità Nova, numero 38 del 28 novembre 2004, Anno 84
Per il terzo anno consecutivo i giornalisti di "Reporter senza
frontiere" hanno pubblicato una classifica delle nazioni, riguardante
la libertà di stampa, e come già era accaduto nei due
anni precedenti, l'Italia vi occupa un posto non proprio brillante.
Già nel 2002 suscitò qualche scalpore (ma non eccessivo)
la quarantesima posizione, alle spalle di paesi esotici come la Namibia
o il Benin. La situazione peggiorò l'anno seguente con la
discesa verso il cinquantatreesimo posto, dietro il Ghana e la Bolivia.
Quest'anno il belpaese è "risalito" alla trentanovesima posizione, sempre a debita distanza dal Benin...
Che la situazione del sistema dei media nella penisola non sia delle
migliori, nonostante tutte le belle parole sprecate a proposito del
pluralismo, non è una novità e non è certo un caso
che il settore messo peggio sia quello televisivo.
Il sistema televisivo italiano infatti vive da trenta anni in un
continuo stato di "illegalità": dalla nascita delle "tv libere",
alle prime trasmissioni dei network nazionali, dai ripetuti salvataggi
di Rete4, ai decoder di Sky e al Consiglio di Amministrazione della
Rai, è tutto un susseguirsi di situazioni "illegali", sanate
successivamente o procrastinate con decreti ad hoc.
Per non parlare della recente sentenza dell'Antitrust che ha condannato
come ingannevole la pubblicità sul digitale terrestre fatta da
Mediaset, o la richiesta di proroga avanzata dalla Procura di Milano
riguardante le indagini (per falso in bilancio) su presunte
irregolarità nell'acquisto da parte della società
berlusconiana di diritti cinematografici dalle Major Usa.
Quanto sopra non per amore della "legalità", ma solo per
sottolineare come questa sia solo un comodo elastico da tendere a
seconda delle convenienze.
Ed in mezzo a questa illegalità diffusa, il "conflitto di
interessi" è un falso problema in quanto la posizione del
cavalier Berlusconi era già ben solida molto prima della sua
discesa in campo e gli anni a seguire non hanno fatto altro che
rafforzarla con la complicità della sinistra riformista.
Sullo sfondo di questo squallido panorama sta avanzando, lentamente ma
inesorabilmente, anche lo smantellamento del servizio radiotelevisivo
pubblico: mercoledì 17 novembre si è svolto il primo atto
del processo di privatizzazione della Rai con la firma che sancisce la
fusione fra "Rai Spa" e "Rai Holding"; il secondo tempo è
previsto nel marzo 2005 quando verrà avviata la vendita al
pubblico delle azioni della nuova società.
Questa ennesima privatizzazione, che riguarda il principale settore
informativo, è uno dei tanti risultati della cosiddetta "legge
Gasparri" che alla sua approvazione, poco meno di un anno fa,
suscitò una ondata di polemiche. L'opposizione accusò la
legge di essere incostituzionale e di essere l'ennesimo regalo fatto
all'impresa Mediaset a scapito dell'informazione pubblica, svenduta e
resa subalterna alle logiche di mercato.
Ma anche questo è poco più che uno specchietto per le allodole, in quanto mentre stanno cambiando gli assetti del settore, i contenuti ed i protagonisti della programmazione televisiva restano sempre gli stessi e, come sempre, completamente impermeabili a logiche che non siano legate a questa o quella cricca di potere. Ieri con la lottizzazione imperante della TV pubblica, oggi con un monopolio travestito da "duopolio".
Così, al pubblico che, secondo vari osservatori, sarebbe in
costante calo viene gettata in pasto la sostituzione forzata del
direttore del TG5 seguita da un plebiscito di proteste popolari, ma
passata in modo assolutamente indolore: il sistema è abbastanza
forte da reggere un evento del genere e, dopotutto, i telespettatori
digeriscono ben altro ogni sera senza poter fiatare.
Prima con i casi di Santoro e Biagi e poi con quello di Mentana, il
pubblico è spinto a preoccuparsi del destino dei giornalisti e
non piuttosto della totale esclusione dal mezzo televisivo (pubblico o
privato che sia) di chiunque sia esterno ad una qualsiasi logica di
potere.
La televisione resta ancora un mezzo di comunicazione autoritario,
che veicola una informazione asservita ai poteri forti e che mostra la
realtà falsandola con l'unico scopo di proporre e imporre,
spesso subdolamente, modelli di comportamento completamente funzionali
all'ordine costituito.
Dall'altra parte, il tentativo di reagire ai monopoli dei grossi
network che sembrava aver preso recentemente un discreto slancio con la
nascita di decine di piccole antenne, vale a dire i vari progetti di
"telestreet" o "tv di strada", dopo i sequestri dello scorso anno,
sembra in un momento di stallo.
Un motivo ulteriore per considerare sempre valido l'invito a staccare la spina.
Pepsy