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Umanità Nova, numero 40 del 12 dicembre 2004, Anno 84

Una strada in salita
Gli scioperi di fine autunno tra blocco concertativo e sindacalismo di base



Venerdì 3 dicembre 2004 c'è stato lo sciopero generale indetto dalla CUB e dall'USI. Le due manifestazioni, una a Milano e l'altra a Napoli, hanno visto la partecipazione di diverse migliaia di lavoratrici e lavoratori, un numero non esaltante ma, considerata la situazione, nemmeno da sottovalutare. 

Era evidente, infatti, che la presenza in piazza riguardava, essenzialmente, il corpo militante dei sindacati promotori, che non c'erano studenti, che la sinistra politica e sindacale, con l'eccezione della FAI, non aveva sostenuto in alcun modo la mobilitazione.
Abbiamo avuto conferma del fatto che la base militante del sindacalismo alternativo non è disponibile al grande abbraccio neoconcertativo proposto da CGIL, CISL e UIL, anche con lo sciopero del 30 novembre 2004.

In diversi posti di lavoro, certamente a macchia di leopardo, l'adesione allo sciopero ha avuto una consistenza notevole. Si tratta, ovviamente, delle situazioni in cui il sindacalismo alternativo è riuscito a dare espressione allo scontento di settori di lavoratori e lavoratrici.
Non va, poi, sottovalutato il fatto che settori minoritari ma non irrilevanti del sindacalismo alternativo (Confederazione Cobas, Slai-Cobas e Sin-Cobas) hanno scelto di mobilitarsi il 30 novembre con CGIL, CISL e UIL e non il 3 dicembre. 

Credo che il giudizio sulla mobilitazione del 3 vada dato tenendo rigorosamente distinti i due piani di riflessione:

- la necessità di mantenere chiara nei discorsi, nelle proposte, nelle piattaforme la distanza rispetto alle pratiche concertative dei sindacati istituzionali. Da questo punto di vista, la scelte dello sciopero del 3 dicembre era obbligata e va giudicata in prospettiva e non sulla base dei risultati immediati;

- un quadro generale non facile, caratterizzato da un basso livello di mobilitazione generale e da una forte capacità di pressione da parte dei partiti e sindacati istituzionali. Basta pensare, a questo proposito, all'ineffabile Fausto Bertinotti che, a più riprese, ha posto l'accento, per dimostrarne le buone ragioni, sulla partecipazione allo sciopero del 30 novembre del sindacato fascista UGL.

La forza del blocco neoconcertativo

Credo anche che il giudizio sulla riuscita dello sciopero del 30 novembre, riuscita, per molti versi, enfatizzata dimostri, certamente, la volontà di mobilitazione da parte di milioni di lavoratori e lavoratrici a fronte dell'impoverimento retributivo e del taglio del welfare ma, e non dobbiamo nascondercelo, soprattutto la forza del blocco neoconcertativo.
Molti compagni, che pure avevano segnalato un significativo disagio di fronte alla difficoltà di costruire uno sciopero il 3 dicembre, hanno potuto, nel confronto con i loro colleghi di lavoro, far rilevare come non si era mai vista in maniera così esplicita una deriva neocorporativa in occasione di uno sciopero generale.
I dirigenti di CGIL, CISL e Uil non hanno provato il minimo imbarazzo a presentare al Governo una piattaforma congiunta con la Confindustria dell'ineffabile Luca Cordero di Montezemolo.
Di fronte a un Governo cialtrone e populista che vanta un inesistente taglio delle tasse, questi signori non hanno avuto alcun problema nel rivendicare massicci finanziamenti alle imprese al fine di rilanciare l'accumulazione capitalistica e come sua, eventuale, conseguenza una crescita delle retribuzioni e dei servizi sociali. Nessuno di costoro ha ipotizzato un taglio delle tasse sui salari e un aumento degli assegni familiari.

Situazione semplice e complicata

Siamo di fronte, quindi, a una situazione assieme semplice e complicata. Le questioni di merito che oppongono il sindacalismo indipendente a quello concertativo sono assolutamente evidenti: salario, reddito e diritti.
Ma queste questioni sono affogate nel comune sentire, anche di settori che si vogliono radicali, nel brodino antiberlusconiano. È bene, su questo punto, essere assolutamente chiari: questo governo è schifoso e le sue scelte vanno combattute senza ambiguità. Ma vanno combattute ponendo al centro gli interessi unilaterali della classe lavoratrice, quegli stessi interessi che la sinistra statalista considera, ad essere buoni, materia di scambio.

Esiste, insomma, la necessità di lavorare al rafforzamento dell'identità del movimento di classe sapendo che non è sempre facile andare controcorrente ma che cedere sui contenuti, e mi riferisco a contenuti non particolarmente radicali ma semplicemente classisti, significa pregiudicare ogni azione futura.
In prospettiva, una maggiore attenzione va posta sulla capacità, da parte del sindacato indipendente, di porre l'accento sull'intreccio fra democrazia assembleare, capacità di colpire l'avversario di classe, capacità di generalizzare la mobilitazione.

È preoccupante, ad esempio, da questo punto di vista il fatto che la rete di rapporti intessutisi fra sindacalismo di base e movimenti dei precari negli ultimi anni il 3 dicembre non abbia funzionato. Almeno a Milano, la composizione del corteo vedeva una presenza assolutamente tradizionale della working class dell'industria e del settore pubblico.
Certamente la segmentazione sociale prodotta dalla modificazione del mercato del lavoro non si supera con la buona volontà ma sarebbe sciocco nascondersi il fatto che è oggi un problema centrale da affrontare. 

La stessa buona riuscita in diverse città dello sciopero indetto il 1 dicembre dai sindacati di base nel settore dell'autotrasporto urbano è una prova a contrario di quanto affermiamo. Dove, e certamente il carattere categoriale della mobilitazione ha favorito questo processo, la differenza delle proposte e dei percorsi è evidente e dove è stato possibile mantenere l'unità del sindacalismo alternativo, la mobilitazione riesce e apre prospettive interessanti per l'immediato futuro.

Se una lezione dobbiamo trarre da questa settimana di mobilitazione consiste nella necessità di porre l'attenzione sull'efficacia comunicativa dell'azione del sindacalismo indipendente, sulla capacità di parlare a settori larghi di lavoratori e lavoratrici, sull'urgenza di tendere comprensibile, non a chi è già convinto ma all'assieme del lavoro dipendente, la necessità di rompere con ogni ipotesi neocorporativa e di affermare l'autonomia sociale dei lavoratori.
Un percorso non facile che si intreccia con l'esigenza di evitare arroccamenti di tipo organizzativo e capacità di coinvolgere nella costruzione degli scioperi il maggior numero possibile di lavoratori e militanti. Un percorso, d'altro canto, necessario.

Cosimo Scarinzi






























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