Umanità Nova, numero 40 del 12 dicembre 2004, Anno 84
La candidatura dalla galera di Marwan Barghuti, leader di Fatah nella
West Bank, sembrerebbe riaprire le porte ad una successione ad Arafat
con segno di discontinuità, rispetto alla generazione ed alla
provenienza - l'élite che dirige l'Olp, infatti, si è
formata nell'esilio e viene identificata come il partito dei tunisini.
La voce grossa di Sharon - "eventualmente presiederà l'AP dal carcere" - mal si concilia con l'affievolimento delle condizioni di isolamento che gli hanno consentito di incontrare alcuni dei suoi collaboratori. Del resto, forse agli israeliani potrebbe convenire presentare un leader scarcerato benevolmente, di cui far trapelare accordi sotterranei in barba alla trasparenza delle procedure democratiche elettorali. Infatti Abu Mazen non è capace nemmeno di ricompattare il fronte laico e nazionalista della popolazione palestinese; l'agguato, forse di avvertimento, a cui è scampato a Gaza, nonostante la protezione dell'alleato Dahlan, capo militare dell'AP e ben visto dagli occidentali (si è formato a Londra), indica una maretta di cui i soli beneficiari sono le formazioni islamiche.
Tirandosi fuori dalla contesa, provano a contare e farsi contare; contare quanto pesa l'Olp senza Arafat, senza la sua proverbiale capacità di mediazione, senza il suo carisma di sopravvissuto alla feroce guerra dei servizi israeliani. Farsi contare, nel senso di ponderare il sostegno presso la popolazione, già da tempo insoddisfatta dei metodi corrotti di gestione del potere (residuale) che Oslo I e II assegnava all'AP, e già da tempo abituata a vedere Hamas anche come un servizio sociale, sostitutivo di una economia al collasso con i check point chiusi, il muro di deprivazione di ogni risorsa produttiva (commerci, agricoltura, manodopera industriale in territorio israeliano).
Il boicottaggio è una sfida a rischio, ovviamente, ma è anche un segnale del radicamento sociale, dell'autonomia di Hamas e Jihad rispetto al panorama classico delle forze politiche palestinesi, indice della maturità di uno storico passaggio di mano dal risorgimento laico alla stabilizzazione religiosa (quasi teocratica, sebbene Hamas non sia "iraniana" in tale misura). Del resto, a Gaza le prove tecniche di condominio di potere tra Olp e Hamas è in corso da tempo, accelerato semmai dal programma di Sharon di abbandonare relativamente la striscia per concentrarsi sulla continuità territoriale delle colonie in Cisgiordania da integrare alla svelta nei confini statali di Israele, facendoseli riconoscere dal mondo intero (sino ad oggi, la comunità internazionale riconosce i confini Onu del 1948, ma non l'esito sul territorio della guerra dei sei giorni nel 1967, con l'annessione di Gerusalemme come parte integrante e capitale, ecco i soliti Usa).
In tempi recenti, in quella parte colta della popolazione palestinese in grado di non farsi risucchiare nella corruttela diffusa dell'Autorità sotto Arafat e i suoi clan alleati, e fermi nel resistere alle sirene propagandistiche dell'islamismo come risorsa politica e sociale anticamera di un governo bigotto e reazionario, si è registrato un malessere che in taluni casi ha dato luogo all'emersione di posizioni laiche terze rispetto ai religiosi ed ai tunisini. Ricordiamoci come Oslo I abbia segnato la riscossa di Arafat che, pur di ritornare nel giro dopo il colossale abbaglio dell'appiattimento su Saddam Hussein invasore del Kuwait nel 1990 e l'inizio dei lavori di Madrid per la risoluzione della questione mediorientale, ove a rappresentare la popolazione non c'era l'Olp bensì i dirigenti locali della West Bank (Feysal Husseyni, Hanan Ashrawi, Abdel Shafi e altri, poco malleabili e ricattabili da Arafat perché esponenti di famiglie altrettanto potenti), non esitò ad accettare accordi capestro con la controparte, evitando così di finire nel dimenticatoio della storia e guadagnare un premio Nobel della pace.
Ora che Arafat non c'è più, questo tipico giro di valzer in voga nelle élite politiche di ogni latitudine diviene sempre più difficile da far scattare, sia perché la qualità dell'istrionismo non si inventa dall'oggi al domani, sia perché i tempi sono cambiati e al mondo occidentale schierato con Bush e Sharon potrebbe convenire far dissanguare l'Olp, bruciare candidati su candidati, non metterli in condizione di operare per sbarazzarsi senza ritegno di una vecchia guardia che ricorda una fase superata della storia globale, puntando tutto sullo sterminio della causa attraverso il Muro dell'apartheid, lo svilimento della questione palestinese al terrore dei kamikaze.
Si tratta di una ipotesi non accademica, purtroppo, che la riproposizione di procedure democratiche non contribuisce affatto a ridurre. L'instaurazione di regimi democratici in assenza di tradizioni e istituzioni diffuse civiche, civili e liberali (nel senso non politico ma culturale, etimologico del termine) ha per esito lo scollamento sociale, la disgregazione tra paese formale e paese reale, la vanificazione del conflitto per problemi materiali su cui entrare nel merito delle scelte politiche, il tutto immunizzato dalla neutralità fittizia di un procedimento che anestetizza il conflitto e lo incanala verso minuetti che allontanano ancor di più la popolazione non solo dai propri supposti rappresentanti (il che non sarebbe un gran danno), ma ancor di più, in condizioni di guerra come quelle, da se stessa, alla mercé della politica di forza che, in Palestina, assume il volto feroce dell'esercito ebraico che costringe un povero palestinese a suonare quel violino immemore dell'epoca in cui era l'ebreo a subire la violenza irrispettosa dall'altro lato della canna del fucile.
Massimo Tessitore