Umanità Nova, numero 41 del 19 dicembre 2004, Anno 84
Il 7 dicembre è avvenuto l'insediamento ufficiale di Hamid Karzai quale presidente della Repubblica islamica dell'Afganistan, col giuramento dell'ex-governatore provvisorio nel palazzo-bunker presidenziale a Kabul, davanti a vari rappresentati di stati esteri e in particolare alla presenza del vice-presidente Usa Dick Cheney e il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, ossia i principali registi neocons della guerra e dell'occupazione militare dell'Afganistan, ma anche di fronte al presidente della Corte suprema e custode dell'ortodossia religiosa, tale Fazel Hadi Shinwari, certo non un difensore dell'emancipazione delle donne.
Secondo le cifre divulgate dall'Onu, alle elezioni 9 ottobre - costate alle Nazioni Unite qualcosa come 200 milioni di dollari - Karzai sarebbe risultato vincitore con 4.442.247 voti sui circa 10 milioni di afgani aventi diritto; ma, aldilà dei sospetti brogli, delle intimidazioni e delle iscrizioni elettorali multiple, la conferma al potere dell'uomo già prescelto dai vertici politici-militari a Washington, propagandata come un'importante affermazione democratica, si scontra con una realtà che vede intere province afgane fuori dal controllo governativo e nelle quali la stragrande maggioranza della popolazione vive in condizioni miserrime e senza neppure l'energia elettrica, martoriata dalle mine e dalle cluster-bomb ma anche mortalmente contaminata dall'uranio impoverito.
Ci sono altresì zone così desolate che il tempo sembra essersi fermato, tanto che, come testimoniato da un ufficiale Usa, i soldati di una pattuglia statunitense giunti in un villaggio nella provincia di Kandahar per raccogliere informazioni sul censimento elettorale sono stati scambiati per militari sovietici.
In tali aree, nelle quali regnano incontrastati i signori della guerra e del narcotraffico - un contro l'altro armati o alleati secondo le convenienza - parlare di democrazia è un non-sense, così come lo è nelle zone "liberate" e sorvegliate da circa 18 mila militari Usa e altri 10 mila del contingente Isaf-Nato (italiani compresi) che permettono a Karzai di essere almeno il "sindaco di Kabul", dato che il suo governo può a malapena contare su un esercito nazionale di appena 14 mila effettivi.
In queste zone, l'arrivo della democrazia ha visto il passaggio delle famigerate carceri dal controllo talebano a quello delle forze d'occupazione e dei reparti privati di sicurezza, nelle quali si continuano a registrare violenze, torture ed eliminazioni.
Nessuna meraviglia quindi di fronte al fatto che la guerriglia continui ad operare contro le forze occupanti (al 30 novembre, i militari Usa ufficialmente dichiarati caduti assommavano a 148) alle quali sono interdette intere regioni, così come non stupisce il fatto che si rafforzino i talebani, dato che il passato famigerato regime agli occhi di molti afgani, pur avendo rappresentato una forzatura sia ideologica che culturale, diventa oggi più rispettabile dell'attuale regime palesemente imposto e pilotato dagli Stati Uniti. Che i talebani siano stati a loro tempo foraggiati dalla CIA e che abbiano a lungo stipulato buoni affari con potenti gruppi economici statunitensi è un fatto che appartiene ormai alla storia, ma evidentemente il governo Karzai appare così screditato, subalterno e corrotto da far perdere ai più anche la memoria del passato più recente.
Z. F.