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Umanità Nova, numero 5 del 13 febbraio 2005, Anno 85

Nel limbo dei call-center
"Buongiorno sono uno sfruttato, come posso esserle utile?"



Quando si parla della flessibilità come del paradigma economico ed esistenziale che caratterizza il mondo del lavoro nelle società post-industriali, si fa riferimento ad una vecchia e consolidata dinamica: lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Cambiano i tempi, cambiano le definizioni ma la solfa è quella di sempre.

Ed è così che in quest'epoca di frenetiche e convulse comunicazioni globali, i luoghi più emblematici dell'alienazione post-moderna siano i call-center, cioè quelle maxi-centrali in cui vengono inghiottiti migliaia di giovani condannati a contattare telefonicamente il maggior numero di clienti per conto di un'azienda.

Ecco come funziona in una grande città del meridione d'Italia, Palermo.

Una grande azienda di telecomunicazioni che gestisce un call-center, la Cos.Med, stipula un contratto con un grande gestore di telefonia mobile e fissa, Wind-Infostrada: il compito degli operatori del call-center Cos.Med è quello di vendere e attivare gli abbonamenti telefonici per conto di Wind.

Dopo un faticoso periodo di formazione (dalle sei alle otto ore al giorno non retribuite per quindici giorni) si comincia: il contratto (le cui condizioni sono rese note solo alla fine della formazione) prevede un compenso di 5 euro per ogni prodotto venduto (l'attivazione di un abbonamento telefonico) e trenta centesimi di euro per ogni telefonata ricevuta purché la conversazione duri più di venti secondi. Non c'è un gettone fisso di presenza, e infatti ciò che viene ripetuto continuamente durante la formazione è che più si lavora e più si guadagna.

La tipologia contrattuale è denominata LAP (lavoratore a progetto) laddove per "progetto" s'intende l'attività prevista per un determinato periodo di tempo. Il lavoratore è autonomo ma - allo stesso tempo - ha sottoscritto un contratto con il gestore del call-center ed è tenuto a rispettarne regole e condizioni. Massima flessibilità anche per quanto riguarda le modalità di risoluzione del contratto: il preavviso minimo di tre giorni a disposizione del lavoratore per lasciare il posto è speculare al diritto di licenziamento in tronco con il medesimo preavviso da parte dell'azienda.

Si lavora sei ore al giorno per cinque giorni: i due giorni di riposo variano di settimana in settimana sulla base di una matrice definita in partenza. Si ha diritto a un quarto d'ora di pausa ogni due ore. Non c'è una mensa per i lavoratori e - se vuoi mangiare - devi portarti il pranzo da casa o scendere alla panineria più vicina.

Su tutto vigilano i "team leader" (capi reparto), che sovrintendono allo svolgimento del lavoro e ti redarguiscono in caso di errori.

Dentro al call-center non ci sono divise o uniformi di lavoro, ma solo cartellini di riconoscimento. Tutto è impregnato di una stucchevole e artificiosa informalità e tutti si danno simpaticamente del tu. I team-leader, con fare amichevole e quasi premuroso ti chiedono quotidianamente la tua disponibilità allo "strao", lo straordinario. Certo, puoi anche rifiutarti di andare a lavoro anche nei giorni liberi o di allungare il tuo turno, ma di questo i team-leader tengono doverosamente conto: un lavoratore poco produttivo e poco disposto ad allungare i suoi flessibili orari di lavoro non è utile ai fini aziendali.

Parlare al telefono per sei o otto ore di fila non è mica facile: non solo bisogna saper mantenere i nervi saldi sempre e comunque, ma si deve stare attenti al controllo aziendale che si presenta sotto forma di telefonate-civetta che verificano se quanto dici è corretto o conforme alle direttive impartite. Per di più, ogni telefonata deve aprirsi e chiudersi con espressioni di cortesia recitate a memoria.

L'età media dei lavoratori del call-center è piuttosto bassa: studenti universitari, neolaureati, diplomati, giovani dai ventidue ai trentacinque anni… donne e uomini.

Uno spaccato sociale di quel precariato costituito da quella manodopera cosiddetta intellettuale che viene schiacciata nel limbo dell'incertezza e del ricatto costante.

Quel che è peggio, è che il sentimento più diffuso è quello della consapevole rassegnazione: tutti sono coscienti dello sfruttamento subito, ma ciò che prevale è l'interesse per un'occupazione che - seppur per poco tempo - rappresenta un'occasione di guadagno.

Ed è forse questo il risultato più inquietante in termini di devastazione sociale: dentro il call-center non c'è nulla di simile alla solidarietà di classe. La precarizzazione è legittimata e accettata come un dato di fatto, e la naturale ciclicità con la quale viene rinnovato il personale lavorativo attraverso scadenze di contratti semestrali e periodici licenziamenti, impedisce che si possa sedimentare nel tempo quel senso di appartenenza a una categoria che è poi il primo passo per la rivendicazione di maggiori diritti.

I call-center sono luoghi in cui è sperimentata la precarizzazione di massa nella sua forma più subdola e accattivante che dietro le mentite spoglie della freschezza, dei sorrisi smaglianti e dell'efficientismo dal sapore anglosassone, nasconde una ben più dura realtà fatta di disagi, sottomissione, sfruttamento e negazione dei diritti.

Un precario




































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