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Umanità Nova, numero 6 del 20 febbraio 2005, Anno 85

Fucilatori di Stato
Il governo da la pensione agli assassini di Salò



In altro segno dei tempi: nell'anno in cui ricorre il 60° anniversario della Liberazione, il 18 gennaio scorso, in Senato è stato messo in calendario il disegno di legge mirante al "riconoscimento della qualifica di militari belligeranti a quanti prestarono servizio militare dal 1943 al 1945 nell'esercito della Repubblica Sociale Italiana", riconoscimento che implicherebbe la concessione della pensione di guerra ai fascisti dell'esercito di Salò, della Guardia Nazionale Repubblicana, della X Mas, delle SS italiane e forse anche delle Brigate Nere. Il tutto mentre continua a rimanere lettera - a tutti gli effetti - morta il disegno di legge che richiedeva interventi "per cittadini italiani, militari e civili, deportati ed internati nei lager nazisti."

Ad ennesima dimostrazione dell'ipocrisia di quanti si ricordano dell'orrore concentrazionario solo in occasione del Giorno della Memoria.

La proposta di nominare sul campo gli ex-repubblichini, avanzata da AN, in realtà si ricollega ad una vecchia sentenza del Tribunale Supremo Militare (la n. 747 del 1954) che legittimava i combattenti della RSI e, nello stesso tempo, negava ai partigiani la qualifica di belligeranti, in quanto non avevano uniformi regolari, distintivi riconoscibili a distanza e codici penali militari.

Una sentenza tragicomica, come tutte le sentenze, che discendeva dal Regio Decreto n. 1415 del 1938, anno XVI dell'era fascista.

Altre sentenza, dopo l'amnistia del 1946 firmata da Togliatti, negli anni precedenti avevano rimesso in libertà oltre 11.000 fascisti detenuti, compreso il grosso dello stato maggiore repubblichino ed un numero imprecisato di fucilatori, torturatori, delatori, aguzzini.

Per questo, le attuali sdegnate reazioni dell'antifascismo democratico verso quest'ultima infamia governativa suonano stonate, tardive ed incapaci di ammettere le responsabilità storiche dei partiti di sinistra che, per opportunismo politico, disarmarono la Resistenza ed accettarono la logica della pacificazione nazionale, ancora sotto il dominio del capitale. Responsabilità giunta, in tempi recenti, alla riabilitazione dei "ragazzi di Salò" pronunciata dal senatore PCI-DS Violante, alimentando a dismisura l'oscuro quanto fuorviante dibattito sulla buona fede dei giovani che difesero sino all'ultimo - o quasi - l'ordine di Hitler e di Mussolini.

Il problema infatti non è tanto lo stabilire il confine tra la buona e la cattiva fede ma in che cosa e come credevano quei combattenti "per l'onore dell'Italia", combattenti, va sottolineato, facenti parte di formazioni tutt'altro che "regolari" e subordinate ai comandi delle SS e della Wehrmacht, ossia di formazioni che oggettivamente collaboravano con l'occupazione militare tedesca assolvendo generalmente a compiti di polizia interna e repressione anti-partigiana, tanto che furono pochissimi i reparti davvero "belligeranti" al fronte contro le truppe anglo-americane.

D altra parte, durante i tragici 600 giorni di Salò, furono proprio quei combattenti a concepire se stessi e le proprie formazioni come bande irregolari, volontariste e sprezzanti verso le regole stesse della guerra. Le immani rappresaglie contro le popolazioni civili, la sistematica violenza contro gli inermi e i prigionieri, il diretto coinvolgimento nella deportazione e nello sterminio degli ebrei, l'arruolamento di saccheggiatori ed assassini professionali stanno a confermare che, semmai, i reparti della RSI furono l'espressione terroristica di un regime morente, nato un ventennio prima con analoghi metodi squadristi.

Emblematici i versi di una loro canzone: Brigate nere avanguardie di morte / siamo vessillo di lotte di orror / siamo la morte mutata in coorte / per difender d'Italia l'onor.

Ma quest'ultima legittimazione governativa, scandalosamente provocatoria, rischia di fra dimenticare i crimini perpetrati dal regio esercito fascista prima dell'armistizio e della nascita dell'RSI, ossia i massacri di civili compiuti da militari italiani in Libia, Etiopia, Spagna, Grecia, Jugoslavia, così come sono state prontamente rimosse le corresponsabilità dei carabinieri e delle forze di polizia nella repressione fascista, sia prima che dopo l'8 settembre 1943.

Queste pagine di storia, infatti, se acquisite come consapevolezza sociale collettiva, indicherebbero come non c'è fascismo senza stato e non c'è stato senza violenza.

Anti





































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