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Umanità Nova, numero 6 del 20 febbraio 2005, Anno 85

Foibe: "giornata dell'odio"
La memoria seppellita



Le radici politiche della Giornata della Memoria del 10 febbraio data che ricalca quella del 1947, quando si firmò il Trattato di Pace con il ridimensionamento del confine orientale, in parte ceduto alla Jugoslavia- affondano nella secolare Propaganda di Stato per "fare gli Italiani". Già nell'Italia unita del 1861 la classe dirigente si rendeva conto di avere a che fare con una serie assai diversa di società locali e regionali (con lingue, costumi e perfino misure differenti). Non sarebbe stato facile farsi obbedire, e spesso nemmeno farsi capire, in questa babele di culture e tradizioni. A tale scopo la scuola e l'esercito furono mobilitati con i loro apparati capillari di creazione del consenso e della sottomissione. La cultura e la gerarchia si fondevano progressivamente in una miscela di nozioni e di autoritarismo nell'istruzione pubblica, di violenza e di spirito espansionista nelle strutture armate basate sulla leva obbligatoria. Il sistema, civile e militare, ruotava su uno spirito a metà tra il vittimismo e l'esaltazione delle patrie qualità. Chi non ricorda l'imposizione di modelli deprimenti (ma esaltanti per il potere di tutto il Novecento) inseriti in opere nazionalpopolari come "Cuore" di De Amicis o "Il piccolo alpino" di Salvatore Gotta?

Nel secolo XXI, nell'era dell'informatica e della globalizzazione, i contenuti della propaganda nazionalista sono cambiati solo in minima parte. Gli Italiani (la maiuscola è significativa) sono stati, per antonomasia, della "brava gente", mai aggressiva né cinica, ma sfortunata e incompresa, oltre che sfruttata dagli Altri, molto più brutali e sanguinari. Ovviamente tale impostazione conosce adattamenti e trasformazioni nelle varie fasi dello Stato italiano, dal postrisorgimento al liberalismo, dal fascismo alla repubblica. 

Ora il governo di destra conferisce un dato di ufficialità alla destra ex missina, i suoi presupposti ideologici e di lettura storica, peraltro assai semplificati, sono usciti dalle conventicole di nostalgici patetici, di ex militari frustrati, di giovani squadristi per approdare alle sedi istituzionali, cioè televisive (con Maurizio Gasparri ministro delle Comunicazioni) e ministeriali (da Gianfranco Fini a Mirko Tremaglia). E l'ex MSI, che negli anni '70 rischiò di finire fuori legge per "ricostituzione del partito fascista", proibita dalla Costituzione, sta acquisendo sempre nuovi spazi e poteri come parte fondamentale del governo Berlusconi. Da parte sua, il presidente Carlo Azeglio Ciampi, continuamente dedito ad affermazioni patriottiche, ci tiene ad apparire moderno e tollerante, ma la linea nazionalista e militarista non gli è estranea. Tutt'altro. Come si è visto nella vicenda della Cina, enorme mercato da conquistare anche sbloccando la vendita libera di armamenti (e in tal modo negando i diritti umani calpestati col massacro di Piazza Tien An Men del 1989).

In fin dei conti la sirena militarista, vestita da export e da affari vari e spesso inconfessabili, viene ascoltata e assecondata da pressoché tutti i politici dediti alla esaltazione della presunta potenza economica dell'Italia. Ascoltate questa frase: "Solo un paese unito può essere competitivo e vincente". Chi l'ha pronunciata? Potrebbe essere tranquillamente l'ex fascista Fini. Oppure l'ineffabile Berlusconi, ora un po' appannato. Invece è il parto di una delle menti migliori della sinistra, quel Luciano Violante che, non a caso, ha dialogato in questi termini a Torino con l'amico Fini. Pochi giorni fa i due hanno piacevolmente ricordato il loro primo incontro avvenuto sette anni fa a Trieste, città che nel revival neonazionalista gioca un ruolo di primo piano. 

Ecco che la retorica da paracadutista dell'ex repubblichino (il Tremaglia, appunto) si sposa bene con il discorso sulla "memoria condivisa" che sta alla base della Giornata della Memoria -votata da quasi tutto il Parlamento gioioso -, che costituisce un appuntamento ricorrente per le forze nazionaliste presenti in tutti i partiti e a tutti i livelli. Il 10 febbraio quindi tutti i cittadini ossequiosi e consapevoli del "dovere di ricordare" si dovrebbero dedicare a considerare le "vittime delle foibe" e gli esuli fuggiti dall'Istria del 1945-1954. Logicamente i numeri devono essere opportunamente gonfiati per rendere la manovra mediatica più impressionante. A questo scopo lo Stato considera utile investire denaro pubblico per dar vita a filmetti tipo western con i buoni Italiani e i cattivi Slavi, anzi Slavo-comunisti. Si è giunti così, secondo comunicati ufficiali, a realizzare 176 manifestazioni in 84 località nel nome di un poco credibile "recupero della memoria storica".

Il fondamento di questa "Memoria di Stato", che oscura l'oppressione fascista nelle terre abitate prevalentemente da sloveni e croati prima e durante la Seconda guerra mondiale (con molte migliaia di morti, in grande maggioranza civili inermi) risiede nell'elementare, e indimostrabile, assunto che le vittime delle violenze dei partigiani di Tito fossero scelte in base alla loro nazionalità. Essere Italiani sarebbe equivalso, secondo i propagandisti del moderno Minculpop (sintesi del Ministero della Cultura Popolare, operante come tale durante il ventennio ed oggi resuscitato in forme aggiornate), ad essere candidati all'infoibamento. Per far quadrare i conti, almeno superficialmente, i gettati nelle cavità carsiche - da secoli usate come pozzi di scarico di rifiuti di ogni genere -, potrebbero essere stati addirittura 10.000 per citare la democratica Repubblica dell'11 febbraio. Le stime sono assai controverse anche perché alla propaganda neonazionalista non serve determinare esattamente il numero degli uccisi. Ad esempio, le autorità competenti si sono rifiutate di scavare nella foiba più grande e nota, quella di Basovica-Basovizza presso Trieste, per contare i cadaveri. In questo caso il "rispetto per i morti" è stato il loro alibi. 

Dal canto loro i "riduzionisti" giungono a calcolare che si tratti, nel totale delle foibe giuliane e istriane, di qualche centinaio di giustiziati e per lo più collaborazionisti del nazismo che aveva annesso il territorio dopo l'8 settembre 1943. Alcuni giovani antifascisti, in una sorta di tifo da stadio assai poco razionale, inneggiano alle foibe come atto di esemplare "giustizia proletaria". In effetti se i collaborazionisti nella sola Trieste - cioè coloro che fornivano i nomi di ebrei e di oppositori alla Gestapo che si incaricava di torturarli e di farli finire nella Risiera di San Sabba, dove morirono in circa 5.000 -, furono attorno alle duemila persone (secondo stime prudenziali) si può comprendere come, dopo il Primo Maggio del 1945, quando la città fu liberata dai nazifascisti e occupata per un mese e mezzo dalle truppe del IX Korpus dell'esercito jugoslavo, si fosse realizzata una "caccia al fascista" nel corso della quale, come accade sempre in questi casi, le vendette più personali che politiche hanno avuto un peso non secondario. (Altri fatti e altre interpretazioni andrebbero citati, ma spero sia possibile in una prossima rassegna dei numerosi libri che stanno uscendo su questi temi.)

Questa Giornata della Memoria, che si potrebbe definire in senso orwelliano Giornate dell'Odio Antislavo, è una scontata rivincita sul piano mediatico della destra ex MSI, quella che a Trieste e non solo ha sempre attinto ai rancori degli esuli postbellici più estremisti mentre quelli moderati erano appannaggio della DC che li ha favoriti in vari modi (dalle costruzioni di rioni ad hoc ai posti di lavoro pubblici e privati). Il 10 febbraio ha fatto venire allo scoperto il pentitismo della sinistra moderata, i DS in testa, impegnata nella rincorsa bipartisan alla condanna del comunismo con una sorprendente sovrapposizione di discorsi, analisi, giudizi. Non si può calcolare quanto possa ancora rendere sul piano del consenso elettorale l'esaltazione nazionalista, che appiattisce le forze politiche governative e della presunta opposizione, ma gli interessi economici che si delineano con chiarezza (esportazione di armi, missioni militari all'estero, investimenti nell'industria bellica,...) potrebbero spingere sull'acceleratore di un progetto di nazionalmilitarismo nostrano che merita osservare, denunciare e ostacolare.

Claudio Venza





































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