Umanità Nova, numero 6 del 20 febbraio 2005, Anno 85
Fra i peggiori incubi della generazione che si affacciò alla politica sul finire degli anni sessanta e che nel decennio successivo si dette un gran daffare, senza risultati troppo brillanti, per "cambiare lo stato di cose presente", aleggiava la terribile domanda-profezia, echeggiata dalle colonne de il manifesto e ripresa da più parti, che poteva, più o meno, essere così riassunta: «dovremo morire democristiani?». Interrogandosi se il regime democristiano, dimostratosi capace di reggere a terribili scosse, potesse essere considerato eterno in quanto emanazione divina, e se l'altrettanto eterno trasformismo che caratterizzava a tutti i livelli una politica che aveva lasciato l'etica negli scantinati del palazzo, avrebbe continuato a condizionare la società nonostante le enormi tensioni che la attraversavano. Oggi, purtroppo, per come stanno le cose, dobbiamo convincerci che non solo noi moriremo democristiani, ma pure i nostri figli e i figli dei nostri figli.
Eppure c'è stato un momento in cui sembrava che morire, d'accordo, lo si dovesse fare, ma almeno non da democristiani. E che il crollo della prima repubblica potesse diventare il sudario dello scudocrociato e di annessi e connessi. E invece... non solo tutto come prima, ma, se possibile, ancora peggio.
In effetti avremmo dovuto capirlo subito, sul finire degli anni ottanta, quando la Chiesa, che ne sa tante più del diavolo al punto da averlo, se non sconfitto, addomesticato, disse papale papale, e in modi allora sorprendenti, che in Italia il partito confessionale dei cattolici non solo non era più necessario, ma che era addirittura controproducente e superato dai fatti. E infatti, come i preti avevano previsto "miracolosamente", di lì a poco, e in rapida successione, si susseguirono, prima la caduta del comunismo sovietico e il dissolvimento dei partiti comunisti occidentali, poi tangentopoli con l'affossamento di democristiani e socialisti, e infine il completo rinnovamento del sistema dei partiti.
Non c'era più nè lo spazio nè il bisogno di una nuova Dc, esattamente come voleva la Chiesa ed esattamente come Spartaco e Cesare, nelle discussioni al gruppo Malatesta di Imola, avevano intuito con acuta preveggenza. Il partito unico dei cattolici, nella fase che si apriva, diventava solo zavorra perchè troppo caratterizzato, e quindi andava buttato a mare senza complimenti: ora serviva, e la si metteva in cantiere, la diaspora dei cattolici in tutti i partiti, in tutte quelle forze politiche e sociali che, di lì a poco, avrebbero formato il futuro assetto del paese. E non più in ordine sparso come poteva succedere nella prima repubblica, ma in modo "scientifico", organizzato, con gruppi e persone capaci di rappresentare, chi qua chi là, le più diverse spinte ed esigenze del cattolicesimo politico e sociale. E i risultati li vediamo: non c'è partito o forza politica che, fatte le debite differenze, non si richiami e non dica di rappresentare anche i valori cristiani: dal partito di Fini, affollato di ex democristiani finalmente liberi di esprimere il loro fascismo represso, alla ridicola consulta cattolica della Lega, per finire alle forze di sinistra (?), che si affannano a cooptare i numerosi cattolici insoddisfatti dell'attuale regime. Per non parlare poi delle forze, né di destra né di sinistra ma eternamente di "centro" che, ad imitazione di Gesù, si sono ingegnate per resuscitare tanti piccoli Lazzari postdemocristiani.
Naturalmente non ci sarebbe nulla di male, si fa per dire, se queste diverse anime e sensibilità, limitandosi a collocarsi dove ritengono di essere meglio rappresentate, non pretendessero di uniformare la vita della collettività ai loro discutibili principi: ciò fa parte delle regole del sistema democratico e non varrebbe neanche la pena di essere commentato. Ma il fatto è che quella della Chiesa non è stata, ovviamente, una scelta "libertaria" fondata sulla libertà di coscienza, ma, al contrario, una precisa strategia finalizzata a riportare al centro della vita politica e sociale del paese la pretesa universalità del dettato cristiano. E le deprimenti conseguenze di questa volontà le si riscontrano a ogni piè sospinto, sia con l'offensiva delle spinte clericali più tradizionaliste sia con l'adesione incondizionata, da destra come da sinistra, a un magistero papale che nessuno vuole o può permettersi di mettere in discussione. Del resto un Wojtila contrario alla guerra in Iraq quasi allo stesso modo in cui è contrario all'aborto, è il pontefice buono per tutte le stagioni.
E con buona pace di chi è ingenuamente convinto che un reale rinnovamento della società sia nelle intenzioni della classe dirigente del paese, quella al potere oggi e quella che vorrebbe esserci domani, basta sfogliare i giornali per rendersi conto di come l'integralismo clericale, al pari di ogni altro integralismo più o meno concorrenziale, sia sempre lì, pronto a castrare, se gli riesce, ogni momento di estensione delle libertà individuali.
«È contrario ai matrimoni gay?» chiede il
telecronista, e Prodi, il capo riconosciuto della sinistra alleanza
"laica" e democratica che dovrà affrancarci dal centrodestra,
risponde: «Non c'è dubbio su questo, famiglia e matrimonio
sono termini che non si usano nei rapporti tra persone dello stesso
sesso». Senza dubbio le parole risultano più eleganti di
quelle espresse da Buttiglione davanti al Parlamento europeo, ma la
sostanza è la stessa. Del resto, da chi è abituato a
frequentare le sacrestie che contano ed è disposto a prostrarsi
ai piedi di Wojtila per baciarne la pantofola, cos'altro ci si potrebbe
attendere! Meno male, poi, che l'indulgente telecronista non ha
infierito, domandando cosa pensasse di divorzio, aborto, fecondazione
assistita e bazzecole del genere, altrimenti ai poveri laici che gli
hanno concesso carta bianca sarebbe venuto un mal di pancia
tragicamente incurabile.
Comunque, per eliminare ogni dubbio sul fatto che i preti, anche i
"migliori", alla fine della giostra mettano - spacciandola pure come
libertà di coscienza - l'obbedienza al magistero papale davanti
a tutto, e quindi anche davanti al riconoscimento che una
società può essere fondata su principi e valori diversi
dai loro, ci ha pensato un altro mito, un'altra sacra immagine di una
sinistra ridicolmente incapace di sottrarsi al maliardo canto delle
sirene confessionali: «Sono per la vita, rifiuto l'aborto e anche
il divorzio» ha sentenziato, intervistato sul prossimo
referendum, don Vitaliano della Sala, il "prete no global" rimosso
dalla sua parrocchia per presunto estremismo. Con concetti ben
articolati, mantenendosi nelle tematiche di sinistra che lo hanno reso
famoso, spronando, ancora una volta, ad essere critici nei confronti
delle gerarchie ecclesiastiche quando queste sembrano ostacolare i
processi di liberazione, il combattivo Vitaliano, quello che "io non
sono uno che si allinea", invita i "compagni di lotta"... ad allinearsi
sulle posizioni sue, di Buttiglione e della Chiesa. Perché se
per la Vita sono queste, evidentemente le altre non possono non essere
che per la Morte. Con buona pace di chi credeva che i comunisti e i
loro epigoni avessero finalmente smesso di mangiare i bambini.
Massimo Ortalli