Umanità Nova, numero 9 del 13 marzo 2005, Anno 85
Colpire gli anarchici, quegli uomini e quelle donne che pensano che sia possibile costruire nella libertà e con la libertà un mondo abitabile da tutti nel rispetto delle differenze e nell'eguaglianza delle chance vitali è lo sport preferito dei tutori del disordine violento del mondo. Da anarchici ci siamo abituati, sappiamo che lo stato e i suoi sgherri non perdono alcuna occasione per criminalizzare, reprimere, incarcerare. D'altra parte come dar loro torto? Siamo o non siamo i loro più irriducibili nemici?
Ci sono periodi in cui la repressione agisce in modo chiaro, aperto, senza infingimenti, altri in cui lo strumento della provocazione è quello preferito: la strategia della tensione inaugurata con la strage di piazza Fontana e l'assassinio di Giuseppe Pinelli è l'esempio più netto di quest'attitudine sbirresca. Mirano ad un duplice fine: costringerci in difesa e screditarci pubblicamente. Infangare l'immagine dei libertari è un metodo sistematicamente applicato per depotenziarne la spinta sovversiva, le capacità comunicative tra gli oppressi e gli sfruttati.
L'attuale Ministro dell'Interno non si fa scappare alcuna occasione per porre sotto accusa gli anarchici, illustrando di volta in volta abili teoremi suggeriti dalla sua corte di spioni, quell'associazione che, al di là delle sigle in rapido mutamento, va sotto il nome di "servizi". Questi signori, oggi, dopo la morte in Iraq di Nicola Calipari, sotto i riflettori dei media a caccia di eroi nazionali, sono quelli incaricati dei lavori sporchi: dalla costruzione delle montature sin alle più esplicite provocazioni. Come dimenticare che questi stessi uomini dei "servizi" ci cucirono addosso l'abito del "mostro" nel dicembre del 1969 a Milano?
Noi anarchici abbiamo la memoria lunga e sentiamo presto la puzza di bruciato. La puzza di provocazione.
Così lo scorso anno, quando vennero recapitati pacchetti incendiari a Prodi e ad altri parlamentari europei firmati "FAI", non nutrimmo troppi dubbi sulla natura provocatoria dell'operazione. Nel documento titolato "l'anarchia è prioritaria ma non si fa per posta" dichiaravamo che "Se un'azione dovesse essere giudicata dai suoi risultati non potremmo avere dubbi sui mittenti di tale fumosa corrispondenza. E, diciamolo chiaro, per quel che ci riguarda poco importa se gli autori siano alle dirette dipendenze del Ministero dell'Interno o svolgano generosa opera di volontariato. Gratuito o retribuito, il loro è uno sporco lavoro. Infatti con i pacchi sono arrivate anche lettere che li rivendicano a nome di una neonata aggregazione informale il cui acronimo "FAI" è identico a quello della Federazione Anarchica Italiana. Evidente l'intento irrisorio, forse meno evidente ma ben più grave la volontà di mettere in difficoltà anarchiche ed anarchici impegnati in una dura lotta quotidiana per la costruzione di una società di libere ed eguali."
In quest'anno altre fumose corrispondenze hanno attraversato la penisola, talora ferendo i destinatari, più spesso deflagrando sui giornali ed animando sonnolente campagne elettorali. Alla moda dei pacchi postali si è aggiunta quella della distruzione dei cassonetti dell'immondizia. Fortuna che nessun passante notturno si è mai trovato nei pressi, perché altrimenti questa penosa pagliacciata avrebbe potuto trasformarsi in tragedia.
Chi ha memoria è certamente rabbrividito quando l'ultima "rivendicazione" di cassonetti incendiati a Milano e Genova si è accompagnata al sinistro annuncio di una bomba all'interno del Teatro Ariston di S. Remo, dov'era in corso il festival della canzone italiana. Come non pensare ad un altro teatro, dove incauti anarchici invece del questore di Milano uccisero una ventina di spettatori? Come non ricordare la strage del Diana che, nel 1921, diede il via alle violenze di polizia e fascisti? Una strage in cui l'ombra di una possibile provocazione ancor oggi incombe pesante?
Ma, forse, in questo ha ragione il Marx de "Il 18 brumaio", la storia, quando si ripete, spesso si volge da tragedia in farsa. Agli anonimi autori della rivendicazione probabilmente importava solo conquistare un posto sul palcoscenico, i titoli di giornali e telegiornali. Sono stati accontentati: Giuseppe Pisanu ha tuonato in prima serata contro il pericolo anarchico, invocando provvedimenti contro il "terrorismo". Così in un paese che mantiene truppe di occupazione in Iraq e Afganistan, un paese impegnato in una guerra feroce, basta un po' di immondizia bruciata per gettare fumo negli occhi. In un paese dove l'altra guerra, quella sociale, diviene ogni giorno più dura, lo sfruttamento selvaggio, gli incidenti sul lavoro, i lager per immigrati, la repressione del dissenso scompaiono nel polverone mediatico sollevato da un cassonetto andato a fuoco.
Se si dovessero valutare le azioni dai risultati ben pochi sarebbero i dubbi possibili sulla matrice di certe azioni per cui tutto entra a far parte dello spettacolo che illumina e brucia nello spazio di un telegiornale qualsiasi vicenda.
Ma in questa storia di cassonetti e pacchi sin dall'inizio
v'è stato un doppio livello comunicativo, cui corrispondono
differenti obiettivi.
I vari messaggi sono stati rivolti sia ai media, che li hanno macinati
come è loro piaciuto e convenuto, sia al movimento anarchico, la
cui componente maggioritaria è stata sottoposta ad un attacco
diretto.
Usare la sigla della Federazione Anarchica ha fatto sì che, nei fatti, la criminalizzazione mediatica del movimento facesse passi da gigante. Il quotidiano "La Repubblica" dell'8 marzo è giunto ad attribuire le rivendicazioni alla Federazione Anarchica tout court, senza alcuna distinzione, tra FAI e "FAI". Criminalizzare gli anarchici e, in generale, l'intera opposizione sociale è funzionale a chi, a destra come a "sinistra", in questi anni si è impegnato in un'operazione di normalizzazione della vita sociale indispensabile a far accettare le politiche liberticide ed antipopolari attuate dai vari governi.
Nonostante l'operazione "cassonetti" fosse sin troppo chiara, in siti e forum di discussione taluni hanno dichiarato esplicitamente di considerare "attendibili" le rivendicazioni dei cosiddetti "informali". Una tale ipotesi appare del tutto inverosimile a meno di non assumere il delirio a categoria politica. Solo un delirio potrebbe far scambiare la lotta contro lo stato con la lotta contro la Federazione Anarchica. Ci pare pertanto improbabile che "anarchici" accendano micce al mero scopo di rendere più visibile la critica verso altri anarchici. Nei fatti dando fiato alla tesi, tanto cara a Giuseppe Pisanu, che "di notte tutte le vacche sono nere", e, nel contempo, additando al pubblico ludibrio gli anarchici sociali, rei di non condividere l'avanguardismo intrinsecamente autoritario di chi crede di poter accelerare i tempi della rivolta bruciando un po' di rifiuti in mezzo alla strada.
Questi signori, "programmaticamente" spettacolari, che siano al servizio del Ministero dell'Interno o, come già dicevamo, svolgano opera di volontariato, sono nemici, perché solo un'attitudine profondamente autoritaria può indurre ad attaccare chi lotta, con le proprie idee ed i propri metodi, per la libertà e l'uguaglianza. Il rispetto per la diversità, per scelte ed opzioni diverse sul cammino dell'emancipazione sociale è uno dei cardini dell'anarchismo, senza il quale non vi è che l'intollerabile anomia statuale, comunque vestita, foss'anche con gli abiti nuovi di un'aggregazione "informale" che fa il verso alla FAI.
Il prossimo anno ci auguriamo vogliano invitarli direttamente sul palcoscenico dell'Ariston di San Remo. Hanno meritato di stare in una simile congrega di servizievoli pagliacci.
Mortisia