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Umanità Nova, numero 9 del 13 marzo 2005, Anno 85

Libano
Strategie neocoloniali



Le dimissioni del Primo Ministro libanese, musulmano sunnita ed appartenente a uno dei clan più importanti di Tripoli storicamente filosiriano, Omar Karameh, in seguito a uno sciopero generale proclamato dalla destra cristiano maronita e dai socialisti drusi di Walid Jumblatt, il cui culmine è stato toccato lunedì 28 febbraio con una manifestazione a Beirut che ha coinvolto 50.000 persone sono la logica conseguenza della campagna contro la Siria avviata da Francia, Israele e USA fin dall'agosto del 2004. L'assassinio dell'ex premier Hariri, sunnita amico dei francesi e degli americani ma Primo Ministro in piena occupazione siriana e mediatore storico tra Damasco e l'Occidente, ha fatto esplodere una situazione solo apparentemente pacificata. La lunga guerra civile del paese dei Cedri era stata superata solo grazie agli accordi di Taif del 1991 che prevedevano una pace armata tra le varie comunità del paese sotto la supervisione della Siria che sarebbe restata in Libano con il beneplacito dei nemici storici Arabia Saudita, USA ed Israele. All'epoca Washington e Tel Aviv si piegarono a trattare con il regime nazionalista siriano per ottenerne l'appoggio nella prima campagna contro l'Iraq ed il coinvolgimento nel processo di stabilizzazione dell'area progettata dall'Amministrazione Clinton. Oggi, dopo il fallimento di quel piano e la sua sostituzione con l'occupazione dell'Iraq, la repressione della resistenza palestinese e l'avvio della ricolonizzazione dei paesi arabi, la Siria degli Assad non serve più, anzi è uno dei due ostacoli (insieme all'Iran) per il dispiegarsi del protettorato israelo-americano sul "Grande Medio Oriente" (dall'Egitto al Pakistan, dallo Yemen al Kazakistan). Così gli accordi dello scorso decennio sono stati messi in soffitta da Washington, Tel Aviv e anche Parigi. Il Libano e la sua fragile struttura politica assumono un ruolo di primo piano in questo progetto anche perché la realtà dell'occupazione del paese da parte di Damasco permette oggi agli aggressori occidentali di passare per liberatori e di trovare anche una concreta massa di manovra all'interno del paese mediorientale disposta ad appoggiare un eventuale intervento franco-americano.

Le aree di classe e religioso-comunitarie che puntano sul triangolo Washington-Tel Aviv-Parigi

Le manifestazioni che si susseguono dalla morte di Hariri (destinata a restare nel buio per chissà quanti anni) hanno d'altronde già delineato le aree di classe e religioso-comunitarie che oggi scommettono sul triangolo Washington-Tel Aviv-Parigi contro la Siria: in primo luogo i sostenitori di Hariri, miliardario sunnita legato oltre che a Parigi anche all'Arabia Saudita e alla stessa dinastia regnante a Riyad, che ha già dato l'assenso all'operazione contro Damasco, appartenenti alla comunità musulmano sunnita, clan del centro e del sud del paese impegnati da sempre nel commercio con la Francia ex potenza coloniale e banchieri dei Saud a partire dagli anni Cinquanta, in secondo luogo la comunità cristiano maronita che, dopo aver scommesso a fasi alterne sulla Siria e su Israele, mantenendo allo stesso tempo un rapporto preferenziale con Parigi, oggi scommette sul ritorno a una posizione di preminenza nazionale che le deriverebbe dall'espulsione dei vicini dal territorio libanese con la conseguente perdita di potere della comunità sciita legata a doppio filo con Damasco. In questo modo si ripristinerebbe il patto nazionale varato al momento dell'indipendenza nel 1945 e patrocinato dai francesi che vedeva il potere libanese suddiviso tra i clan maroniti e quelli sunniti più occidentalizzati e inseriti nelle reti commerciali francesi; esattamente quell'equilibrio rottosi negli anni Settanta a seguito dell'insurrezione di drusi, sciiti e sunniti non legati ai clan al potere, appoggiati dai profughi palestinesi giunti a migliaia dopo la cacciata dalla Giordania nel settembre Nero del 1970 e capaci di svolgere un preciso ruolo politico e militare nella crisi del paese mediorientale dallo scoppio della guerra civile nel 1975 fino alla cacciata dell'OLP da Beirut a seguito dell'invasione israeliana del Libano nel 1982. Ai due vecchi compari del potere libanese si aggiungerebbero questa volta i drusi, comunità dei monti del Libano e dell'Antilibano, musulmani sunniti legati a una versione locale della religione maggioritaria nell'Islam. Questi, organizzati nel Partito Socialista Libanese guidato da sempre da Walid Jumblatt, notabile locale di origini curde, si schierarono nel 1975 contro maroniti e sunniti maggioritari (all'epoca appoggiati dalla Siria che era soprattutto interessata a combattere l'OLP per la sua indipendenza da Damasco) e si appoggiarono ai palestinesi dei campi profughi e agli sciiti di Amal partito laico che rappresentava la più povera delle comunità del Libano. Oggi Jumblatt messo nell'angolo dai siriani ha colto l'occasione per tornare protagonista schierandosi con i vecchi nemici a favore dell'intervento occidentale e della cacciata di Damasco. L'alleanza che ne viene fuori scompagina le carte e fa presagire un accordo a tre tra i sunniti dei clan più ricchi, i drusi e i maroniti.

Sciiti, sunniti senza potere e palestinesi hanno tutto da perdere dal ripiegamento di Damasco

Ovviamente a farne le spese sarebbero in primo luogo gli sciiti che negli anni dell'occupazione siriana hanno ottenuto potere e risorse maggiori di quanto non avessero mai visto negli anni di dominio ottomano prima, francese poi e sunnita maronita negli anni dell'indipendenza. Ad Amal, laico e socialista si è aggiunto il "partito di Dio”, Hezbollah, a guida religiosa anche se quietista che si è guadagnato sul campo l'attuale preminenza con una guerra di logoramento contro l'occupazione israeliana del Libano del sud iniziata nel 1986 e conclusasi vittoriosamente con il ritiro di Tshahal nel 2000. La precedente marginalità e la disponibilità a rappresentare gli interessi di Damasco nella guerra contro Tel Aviv riguardo al sud del paese hanno permesso a questa formazione e alla comunità sciita in generale di saldare un'alleanza di ferro con la Siria. L'ipotesi di una cacciata dei siriani seguita dalla restaurazione dei vecchi padroni (con l'aggiunta dei drusi) non può che essere vista come il fumo negli occhi dagli sciiti che non cederanno facilmente al corso degli eventi decisi a Washington piuttosto che a Parigi o a Tel Aviv. Allo stesso modo le tribù sunnite come quelle di Karameh, escluse da sempre dal potere non sono particolarmente felici della prospettiva di cedere quanto acquisito negli anni di alleanza con Damasco e, non diversamente dagli sciiti sembrano oggi essere entrate nell'ombra in attesa di sviluppi prevedibilmente non positivi per loro.

Gli Stati Uniti e la Francia hanno già annunciato che la loro intenzione è quella di costringere la Siria a ritirarsi dal Libano e di mettere in cantiere misure di stabilizzazione del paese. In altre parole vedremo presto marines e soldati francesi sostituirsi a quelli siriani nell'occupazione del paese. Lo scopo di tutta l'operazione sembra abbastanza chiaro: tornare dopo la fuga del 1984 seguita agli attacchi kamikaze di quell'estate a controllare un paese strategico per la stabilità neocoloniale del Medio Oriente, favorire l'impiantarsi di un governo libanese gestito dalle classi dominanti locali più compromesse con l'Occidente e più legate al circuito finanziario e commerciale europeo e americano, favorire la stabilizzazione israeliana cacciando i profughi palestinesi dal paese e costringendo i nuovi governanti a firmare con Tel Aviv un trattato di pace identico a quello del 1983 stretto tra Israele e il presidente maronita (e criminale di guerra responsabile quanto Sharon della strage nei campi profughi di Sabra e Chatila) Amin Gemayel, filosiriano nel 1975 e filoisraeliano dal 1982, che riconosceva la preminenza del paese ebraico in Libano e si impegnava a cacciare tutti i palestinesi presenti nel paese. I palestinesi insieme agli sciiti sono già oggi le vittime designate del nuovo ordine che il trio Francia-USA-Israele vuole imporre al Libano. Non a caso il Presidente palestinese Abu Mazen ha immediatamente solidarizzato con la Siria dopo l'avvio della strategia della messa sotto accusa di Damasco a seguito dell'attentato contro Hariri e di quello attribuito alla Jihad islamica a Tel Aviv. L'autorità nazionale palestinese teme, infatti, e a ragione che la liquidazione della presenza siriana in Libano e in prospettiva della stessa Siria nazionalista e baathista preluda alla liquidazione della questione palestinese con la dispersione dei profughi oggi concentrati in Libano, la concessione di Gaza e di poche città in Cisgiordania circondate da Muri e villaggi coloniali israeliani e la prospettiva per la maggior parte della popolazione palestinese di dover scegliere tra la vita in un ghetto e l'emigrazione.

Gli USA stanno segnando un altro punto nella costruzione di un nuovo ordine in Medio Oriente

Gli Stati Uniti stanno così mettendo un nuovo tassello alla costruzione del Nuovo Ordine Mediorientale centrato sul protettorato dei paesi arabi e sulla centralità politica, economica e militare di Israele nella regione, centralità che fa di Israele il braccio armato della politica USA in Medio Oriente con buona pace di chi (anche a sinistra) continua a sostenere che sia la politica di Washington ad essere decisa a Tel Aviv e non viceversa. La riduzione della vita politica interna dei paesi arabi al precario equilibrio tra comunità religiose e tribali differenti e la sistematica distruzione di ogni entità nazionale o sovranazionale capace di costruire legami sociali che travalichino quelli tribali e comunitari è la concretizzazione di questa strategia. Gli stati nazionalisti sorti negli anni sessanta, l'universalismo autoritario religioso degli integralisti sunniti, come quello degli sciiti laddove questi ultimi siano maggioritari, sono oggi i nemici di questo progetto neocoloniale perché rappresentano ideologie capaci di mobilitare la popolazione locale a prescindere dalle fedeltà di clan o di comunità a favore di un progetto di sviluppo del dominio di quei settori della classi dominanti locali non interne alle reti di potere finanziario globale gestite dall'occidente, o decise ad uscirne per giocare in proprio la partita del capitalismo globale fidando sul ruolo che la ricchezza energetica dei loro paesi potrebbe concedergli. Allo stesso modo le truppe occidentali svolgono un ruolo centrale nel reprimere ogni tentativo di costruzione di una solidarietà di classe tra i lavoratori del Medio oriente che superi i ristretti confini della tribù, del clan, della comunità religiosa e degli stressi confini nazionali e linguistici. In questo, come dimostrano le vicende dei sindacati di classe e dei consigli operai in Iraq, l'occidente trova gli stessi nazionalisti locali e gli islamisti solidali nella repressione di qualsiasi tentativo di protagonismo delle locali classi subalterne. Questo dato dovrebbe mostrare a quanti nella sinistra antagonista continuano a essere preda di facili fascinazioni per supposti stati "progressisti" (come per anni è stata considerata la Siria) o resistenze come quella irachena che si dimostra espressione di settori nazionalisti od islamisti interessati a "cambiare i commensali ma non a ribaltare la tavola" come disse riferito a Mandela e all'ANC un anticapitalista sudafricano ucciso nelle galere del regime razzista di Botha nel 1977 di nome Steven Biko.

Giacomo Catrame







































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