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Umanità Nova, numero 10 del 20 marzo 2005, Anno 85

Libano: una partita difficile
Manovre di piazza



La partita libanese si è ulteriormente complicata in quest'ultima settimana. Dopo l'attentato che a febbraio aveva tolto di mezzo Hariri, l'ex primo ministro sunnita, miliardario, uomo dei sauditi ma propenso alla mediazione tra i siriani che controllano il piccolo paese mediorientale e l'occidente, l'offensiva decisa di Francia, Stati Uniti ed Israele unita alla straordinaria mobilitazione della opposizione libanese nemica della Siria, sembrava dovesse imporre al Medio Oriente un nuovo protettorato occidentale e a Damasco una fuga dal paese dei cedri con la coda tra le gambe. Nei giorni seguenti, infatti, il presidente siriano Assad aveva annunziato e messo in moto la macchina del ritiro dei 14.000 soldati di Damasco che presidiano il ll Libano a partire dal 1990 anno dell'accordo di Taif che segnò la fine della guerra civile e l'avvio della riconciliazione nazionale. I soldati siriani si sono effettivamente ritirati da Tripoli e dal nord del paese occupato e si sono riposizionati all'interno della valle della Bekaa ancora all'interno del paese dei cedri ma al confine con la Siria. Al termine di questo ridispiegamento dovrebbe iniziare il ritiro vero e proprio da tutto il paese così come richiesto dall'opposizione libanese e dalla triade Francia-USA-Israele promotori della risoluzione 1559 dell'ONU che, il luglio scorso, diede spessore e rivestimento legale all'ultimatum lanciato dagli occidentali ai siriani perché questi ultimi abbandonassero il paese.

L'otto marzo, però è avvenuto uno di quegli eventi politici capaci di mutare il corso delle cose per la propria pesantezza e capacità di diventare in modo quasi automatico la pietra di paragone con la quale tutti i protagonisti di una determinata situazione si devono confrontare. Il leader del principale partito della comunità sciita libanese nonché alleato centrale di Damasco all'interno del paese, Hassan Nasrallah segretario generale di Hezbollah, dopo aver assistito in silenzio alla mobilitazione dell'opposizione anti siriana ha convocato una manifestazione a Beirut che ha visto la presenza di oltre un milione di persone. Se si tiene conto che le manifestazioni dell'opposizione sono considerate rappresentative perché riuniscono circa 30.000 persone (anche se questo avviene ogni giorno da tre settimane), ci si può rendere conto in modo preciso delle dimensioni delle dimensioni dell'evento e della sua straordinarietà. La manifestazione era stata indetta in modo esplicito su parole d'ordine di sostegno alla Siria alla quale veniva richiesto di "non abbandonare il paese", di ringraziamento a Damasco per aver liberato il Libano dall'occupazione israeliana iniziata nel 1982 e terminata solo nel 2000, di sostegno ai profughi palestinesi che vivono in Libano da quasi quarant'anni e che sono uno dei prossimi bersagli dell'offensiva israelo-occidentale nell'area e, naturalmente, di rifiuto di effettuare il disarmo delle milizie Hezbollah. Queste ultime sono oggi anche un partito parlamentare con una rappresentanza tutt'altro che ridicola ma continuano a mantenere una propria milizia armata nel sud del paese che fino ad adesso non è ancora stata integrata all'interno dell'esercito e predicano la continuazione della lotta di liberazione contro Israele perché quest'ultimo continua ad occupare una sottile zona di confine tra il Libano e il Golan siriano (occupato da Israele nel 1967) denominata "fattorie di Shebaa" che i libanesi ritengono parte del loro territorio (spalleggiati dai siriani) mentre Tel Aviv la considera parte dei territori strappati alla Siria e annessi nel 1981.

In realtà Nasrallah e la leadership politica di Hezbollah si rende perfettamente conto del fatto di non poter imporre all'opposizione libanese e ai suoi alleati occidentali la permanenza a tempo indeterminato delle truppe siriane. I veri obiettivi di Hezbollah sono riassumibili in due imperativi: mantenere il proprio braccio armato e impedire che il ritiro della Siria provochi la trasformazione del Libano in un protettorato israeliano. Non a caso uno degli slogan più gettonati della giornata di mobilitazione è stato quello che chiedeva ai futuri governi di non imporre ai profughi palestinesi la scelta tra la naturalizzazione libanese e la cacciata dal paese e quello che ribadiva il rifiuto di firmare qualsivoglia trattato di pace con Israele prima che questo paese si ritiri dalle fattorie di Shebaa, dal Golan e dai territori palestinesi. In altre parole Hezbollah ha messo tutto il suo peso politico sul piatto per impedire che Israele tornasse a determinare in modo pressoché completo i destini del Libano. Allo stesso tempo Nasrallah ha aperto all'opposizione proponendo la costituzione di un governo di unità nazionale, offerta subito presa in considerazione da Walid Jumblatt leader della comunità drusa. Gli altri due leader dell'opposizione, Ghinea Jallul leader del partito sunnita di Hariri e Qornet Shewan del partito cristiano maronita, non si sono espressi ma hanno riallacciato i rapporti con la leadership filosiriana.

Così la nomina il 9 marzo dell'appena deposto Karame come primo ministro da parte del presidente Lahoud, maronita ma filosiriano, non ha stupito nessuno: Hezbollah e Amal (altro partito sciita, di ispirazione laica) sono pronti a votarlo, allo stesso modo si sono espressi i maroniti filosiriani, la filiazione del Baath siriano e i partiti di ispirazione liberale presenti nel parlamento libanese. In tutto fanno 70 deputati su 127 mentre i restanti 47 appartenenti all'opposizione probabilmente non faranno muro totale davanti a questo reincarico accontentandosi di incassare delle risposte positive alle tre richieste fatte: verità sull'omicidio di Hariri, destituzione dei capi dei servizi di sicurezza, ritiro delle truppe siriane.

La situazione rimane quindi in bilico anche se le quotazioni dei filosiriani sono tornate a salire. Rimane da vedere se questo successo di Hezbollah è un prodromo a un nuovo compromesso tra le fazioni o l'avvio di una nuova guerra civile sulla quale stanno soffiando sul fuoco in molti a partire da USA, Francia ed Israele. Probabilmente le elezioni previste a metà maggio e il calendario del ritiro siriano saranno una prima risposta sul futuro del martoriato paese.

Giacomo Catrame

NdR Nel frattempo il fronte anti - siriano e filoccidentale ha a sua volta segnato un punto con una manifestazione di ottocentomila persone a Beirut, schierate per il ritiro della Siria dal Libano: la partita si fa sempre più difficile.








































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