Umanità Nova, numero 11 del 27 marzo 2005, Anno 85
In questi anni di guerra il movimento di opposizione, pur mai
scomparso, ha perso gran parte dello slancio iniziale che aveva portato
milioni di persone in piazza, contro la guerra senza se e senza ma.
L'ineffettualità delle manifestazioni, la consapevolezza che
l'opinione pubblica non aveva la capacità di mettere in
difficoltà il partito della guerra, che, sul piano
istituzionale, è fronteggiato da una sinistra "pacifista" con
molti se e troppi ma, è indubbiamente alle radici di una crisi
della partecipazione popolare alle iniziative contro la guerra.
Significativa in tal senso la scarsa partecipazione alla manifestazione
romana del 19 marzo: lontano è il ricordo delle folle oceaniche
degli scorsi anni. Certamente non poco ha giocato il basso profilo
tenuto dalla sinistra istituzionale, forse timorosa dell'effetto
boomerang di un flop a pochi giorni dalle elezioni, forse già
proiettata verso altre prospettive, in cui la carta pacifista
verrà giocata nel registro dell'operazione "umanitaria", come
già avvenne in Kosovo, dove le bombe "intelligenti" trovarono il
loro coronamento nella famigerata missione "Arcobaleno". Le aperture
agli USA del segretario dei DS la dicono lunga in merito.
In questi anni gli anarchici sociali sono scesi più volte in piazza, sia con manifestazioni proprie sia all'interno di iniziative più ampie, con contenuti e proposte di segno antimilitarista.
Nonostante oggi i numeri non siano più quelli di un paio di anni orsono possiamo dire che la crisi che ha colpito il pacifismo moderato non ci ha investito con la stessa forza, permettendoci, nonostante le indubbie difficoltà del momento, nonostante il clima pesante che il ministero dell'Interno ed i suoi apparati ci stanno costruendo intorno, di costruire un'iniziativa di lotta in una città come Rimini, dove il militarismo incide profondamente il territorio. A Rimini c'è, accanto a quello civile, il Fellini, un aeroporto militare in cui ha sede la Brigata Vega, gli elicotteristi di stanza a Nassirija, dove nella battaglia dei "ponti" i militari italiani si sono distinti per l'assassinio di uomini, donne e bambini inermi. Da Rimini per quella stessa "missione di pace" sono partiti gli elicotteri da guerra Mangusta.
In Iraq, dove di guerra sono morte centomila persone, il governo italiano con i soldi sottratti alle scuole, agli ospedali, ai trasporti ed a tutti i servizi mantiene un corpo di occupazione. Uno dei tanti, perché truppe italiane sono piazzate ai quattro angoli del pianeta e, in particolare, in ex Jugoslavia e Afganistan, luoghi di cui si parla poco perché le guerre di "sinistra" non provocano la stessa indignazione di quelle di "destra".
La sinistra delle anime belle, pacifiste o guerrafondaie, a seconda delle poltrone occupate, si indigna per i misfatti atroci i cui echi perforano la coltre di disinformazione che avvolge l'Iraq e l'Afganistan. L'indignazione, la rivolta morale sono tuttavia inutili se si disgiungono dalla chiara consapevolezza che l'orrore di Abu Graib, Bagram, Guantanamo, i massacri di Falluja e Ramadi, il feroce accanimento contro la popolazione civile, sono il risultato della guerra. Di tutte le guerre. Di quelle di destra (Iraq), di quelle di sinistra (Kosovo), di quelle di destra e di sinistra (Afganistan).
Il nostro pacifismo, quello degli anarchici, non si disgiunge mai dalla ferma critica di ogni forma di militarismo: la pace non può essere intesa come una tregua armata tra una guerra e l'altra, come un "civile" accordo tra assassini in divisa. La pace, quella vera, diviene prospettiva realistica solo in assenza di eserciti che possano far cessare la tregua, riprendendo i massacri. Il belletto di cui i guerrafondai ricoprono gli orrori della guerra, non possono cancellarne l'orrendo lezzo.
La consapevolezza antimilitarista è critica della gerarchia, dell'oppressione, dello stato che in nome della "libertà" ci opprime ogni giorno.
Siamo sfilati per le strade di Rimini, dove manifestammo già nel '99 contro la guerra in Kosovo, perché sappiamo che la guerra umanitaria non è che un orrendo ossimoro, perché non ci sono poteri buoni, guerre giuste e guerre sbagliate.
Il giorno precedente uno striscione (via gli eserciti dall'Iraq, dall'Italia, da Rimini!) era stato affisso sulla recinzione dell'aeroporto militare, accanto all'ingresso chiuso da guardie armate e dal filo spinato. Si è in tal modo voluto sottolineare che la battaglia contro il transito dei marines da Rimini non può che essere che una tappa di una più vasta lotta per la smilitarizzazione totale della città: la guerra vede le truppe italiane in prima fila, la guerra va inceppata sui nostri territori. Da dove assassini in divisa partono per le loro "missioni" di morte.
La lotta antimilitarista, l'opposizione alla guerra, potrà essere vincente solo se saprà estirpare le radici del militarismo là dove sono saldamente piantate: tra le nostre case, nelle nostre città, coste, montagne.
Per questo in questi anni abbiamo manifestato nei luoghi dove il militarismo più saldamente pianta le proprie radici: a Livorno, La Spezia, Aviano, Rimini. Siamo tuttavia consapevoli che le manifestazioni costituiscono un punto d'arrivo non di partenza, poiché occorre che le ragioni dell'antimilitarismo si facciano lotta concreta quotidiana contro basi, porti e aeroporti militari, contro caserme, poligoni di tiro e campi di addestramento… contro il filo spinato tricolore con cui marcano il territorio e le coscienze di chi vive in questo paese.
L'antimilitarismo non può limitarsi ad essere, pur nella
estrema radicalità delle prospettive che apre, mero movimento di
opinione, ma deve farsi pratica di opposizione, boicottaggio e
sabotaggio capillare. Occorre ridar forza alla prospettiva dello
sciopero contro la guerra, del boicottaggio di chi la sostiene e la
finanzia, delle campagne contro l'industria e il commercio di armi,
contro la propaganda militarista.
La guerra è una faccenda che "ci" riguarda, che riguarda ogni
essere umano. L'afflato etico ci spinge alla solidarietà con le
vittime delle bombe e delle torture si accompagna alla consapevolezza
che tutti siamo vittime della guerra, perché i carabinieri che
operano a Nassirija sono gli stessi che tutelano il disordine statale
nelle nostre piazze, perché ogni soldo speso per la guerra
è sottratto alle nostre vite. Perché non c'è pace
senza giustizia.
Lo abbiamo ribadito a Rimini, occorre continuare a farne pratica quotidiana, occorre che l'antimilitarismo si faccia sempre più impegno di tutti e di ciascuno.
Il 19 marzo a Rimini, dal ponte di Tiberio, lasciando il piazzale dedicato all'anarchico disertore Pedrizzi, uno sguardo è caduto sull'albero a lui dedicato. Una pianticella ancora fragile, ma ben radicata. Un buon auspicio per i mesi a venire.
Mortisia