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Umanità Nova, numero 12 del 10 aprile 2005, Anno 85

Un lupo vestito da agnello
Un pontificato all'insegna della restaurazione teocratica



La normale straordinarietà dell'era Wojtyla

Il delirio necrofilo scatenato dai media intorno all'agonia e alla morte di Wojtyla non è terminato e per non poco tempo ancora, sull'ondata emotiva che la morte di Giovanni Paolo II trascina con sé, sentiremo parlare a ruota libera del papa che ha fatto crollare il comunismo, del grande comunicatore, dell'uomo moderno ed innovativo, del difensore dei diritti dei deboli, del valorizzatore del ruolo della donna nella società.

A testimonianza di queste affermazioni, tanto vaghe quanto altisonanti, vengono portate immagini e aneddoti, mai argomenti veri e propri. Per chiunque non si riconosca nell'apologia che il regime tesse intorno alla figura del pontefice scomparso non esistono spazi pubblici di comunicazione e di qualsivoglia espressione di dissenso.

L'immagine di Giovanni Paolo II, per come ci viene trasmessa, è una costruzione mediatica che è stata ed è utile al progetto di restaurazione del potere tradizionale della chiesa e nella chiesa. Se, quindi, tentiamo di reinterpretare questo pontificato alla luce della ribadita centralità del ruolo monarchico del pontefice romano, non possiamo fare a meno di vedere come una simile progettualità abbisogni di una rete fittissima di "attori", formata da vescovi, parroci, "laici militanti", politici consenzienti, mezzi di comunicazione manipolabili.

Il ruolo politico di questa fetta consistente e forte della società occidentale è stato sintetizzato dai gesti e dalle azioni simboliche del papa, ma sarebbe incomprensibile se ci limitassimo a tenere presente il solo operato di Wojtyla, il quale è stato continuamente coadiuvato dagli ambienti più reazionari della chiesa tradizionale.

In effetti la chiesa romana, legata al modello tridentino ribadito nel Concilio Vaticano I (1868/1870), era uscita piuttosto malconcia dal secondo Concilio vaticano, voluto da papa Giovanni XXIII.

Nelle sessioni che si svolsero dal 1962 al 1965 i partecipanti definirono in chiave più liberale la natura missionaria della chiesa, la sua apertura al mondo, l'importanza dell'ecumenismo, la possibilità di una salvezza "extra ecclesiam".

Più che i documenti del Concilio, però, osannati come avanguardisti e quasi "rivoluzionari", ma in realtà ben lungi dal prospettare e favorire aperture stravolgenti rispetto alle esigenze di emancipazione che si andavano profilando nella società civile, furono proprio i cambiamenti sociali in corso, e la rivoluzione culturale e politica che accompagnò il movimento del '68, a spingere la chiesa ufficiale ad una riflessione interna sulle proprie istituzioni e sul bisogno di democrazia che veniva avvertito dal clero "minore".

Una parte non indifferente del clero secolare, appoggiata da un sempre maggiore protagonismo del laicato cattolico, spingeva affinché si aprissero dibattiti circa il ruolo della donna nella chiesa e nella società, sul matrimonio dei preti, sulla possibilità da parte dei laici di accedere senza mediazioni sacerdotali al culto divino.

Queste spinte di emancipazione interna, ostacolate da una gerarchia che, a dispetto del Concilio preteso modernizzatore, restava chiusa a ipotesi seppur minimamente moderniste, dette vita a vere e proprie scissioni e alla nascita di comunità cristiane di base, all'interno delle quali veniva abolita la distinzione tra laico e sacerdote e incentivata una militanza politica progressista degli aderenti.

Importante fu anche l'esperienza dei preti "giovannei" che, pur non rompendo ufficialmente con la chiesa ufficiale, favorirono la nascita di un diffuso dissenso cattolico, arrivando a proclamare la legittimità del divorzio tra coniugi, l'illegittimità del concordato tra chiesa e stato, la possibilità per le donne di ufficiare il culto divino. I più arditi affermarono anche la moralità, come estrema ratio, dell'aborto.
Una parte consistente del mondo cattolico, contrariamente a quanto la chiesa aveva sempre fatto, intraprese la "pericolosa china" della manifestazione libera della propria coscienza, avendo come slogan "l'obbedienza non è più una virtù".

Il riflusso dei movimenti sociali e l'ondata reazionaria che travolse la società italiana dopo il 1977 permise ai settori più retrivi della chiesa di riprendere forza e capacità di iniziativa.

Nel 1978, di conseguenza, viene eletto papa Karol Wojtyla.

La scelta di un sacerdote polacco a "successore di Pietro" non fu certo casuale. Noto per il suo viscerale anticomunismo e per le rigide posizioni morali più volte pubblicamente espresse, Wojtyla incarnava un modello di conservatore classico, rigidamente ancorato al magistero cattolico e al dogma dell'infallibilità papale stabilito nel Concilio Vaticano I quale ultimo colpo di coda del potere teocratico della chiesa, che di lì a poco avrebbe subito lo scacco di Porta Pia.

La "normale straordinarietà" del pontificato di Wojtyla consiste nella riedizione sfacciata di un progetto che la chiesa aveva solo momentaneamente abbandonato, perché costrettavi dalle spinte socialiste e liberali dell'Ottocento e dai movimenti di emancipazione proletaria del secondo Novecento: l'organizzazione del potere in forma teocratica, attraverso la negazione e la repressione di qualsiasi spinta democratica all'interno della chiesa stessa e della società civile, e l'abolizione della separazione borghese tra chiesa e stato. Definisco questa progettualità "normale" perché l'accettazione individuale del vangelo di Cristo porta con sé, come naturale conseguenza, il progetto sociale teocratico. La straordinarietà dell'azione di Wojtyla, invece, consiste nell'aver rivestito di forme moderne e accattivanti un progetto politico tanto antico, reazionario e liberticida.

Per inquadrare il ruolo del pontefice scomparso è importante analizzarne la politica delle punizioni, la strategia delle santificazioni, il magistero morale e quello sociale.

In questo numero del giornale affronto la politica delle punizioni, gli altri aspetti saranno trattati in successivi articoli.

Lo spettacolo del dialogo e la realtà della punizione

Televisioni e giornali hanno sempre presentato Giovanni Paolo II come "uomo del dialogo", attento a valorizzare le differenze, rispettoso nei confronti delle religioni altre, propugnatore del dialogo ecumenico con ortodossi ed evangelici. In realtà egli ha effettuato un drastico giro di vite nei confronti di tutte le culture religiose non cattoliche e ha fortemente perseguitato gli stessi teologi cattolici che si spendevano per un dialogo interreligioso ed ecumenico che non fosse solo messinscena buona per lo spettacolo mediatico. 

La necessità del dialogo ecumenico era tanto sentita dove più le chiese "sorelle" erano costrette alla convivenza: in Germania, Inghilterra, Russia e mondo slavo, Stati Uniti.

Già nel 1979, appena un anno dopo l'elezione, Giovanni Paolo II sospendeva dall'insegnamento Hans Kung, noto teologo svizzero, che in qualità di esperto aveva partecipato al Concilio Vaticano II. La punizione inflitta a Kung non era affatto casuale: il teologo, infatti, aveva sempre sostenuto posizioni scomode e indicato con chiarezza gli errori e le gravi colpe storiche della chiesa.

Inoltre Kung era un propugnatore del dialogo ecumenico in Svizzera e Germania, dove protestanti e cattolici dividono in due la società.

L'ecumenismo predicato da Kung, come qualsiasi ecumenismo che pretenda di avere un minimo di plausibilità e di possibilità dialogica, si basava su un ridimensionamento della centralità del "vescovo di Roma" e una valorizzazione del "popolo di dio", secondo una lettura progressista dei documenti del Concilio.

Inoltre egli era tra i fondatori di Concilium, rivista teologica radicata su posizioni non papiste, molto vicina, pur essendo di area cattolica, ad alcune tesi protestanti.

L'intervento del vaticano era volto ad annullare l'attività di Kung e la sua influenza, ma con lui intendeva condannare un'intera area del cattolicesimo che del dialogo con gli evangelici aveva fatto il proprio obiettivo principale.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, dando vita al caso Kung, è stata un articolo scritto dal teologo come bilancio del primo anno dell'era Wojtyla. 

Kung, dopo solo un anno di pontificato, aveva notato come la politica di Wojtyla tendeva ad accentrare tutto il potere nelle mani della curia romana. Inoltre, come egli ebbe occasione di ribadire in seguito, dopo ogni viaggio del papa, nei territori che egli aveva visitato scoppiavano conflitti politico/dogmatici tra le varie confessioni cristiane, conseguenti al tentativo del pontefice di riaffermare con la propria presenza la supremazia della chiesa romana.

Secondo Kung nella politica di Giovanni Paolo II: "Ha vinto il paradigma della controriforma e la chiesa è divenuta un baluardo. Questo papa e il suo fedele cardinale Ratzinger vogliono ritornare al Medioevo". Il ruolo della curia romana, in questo caso rappresentata dall'intransigente Cardinale Ratzinger, sarà sempre più rafforzato dall'azione politica di Wojtyla a scapito del dialogo interecclesiale, ecumenico e interreligioso che può nascere solo dalla possibilità di una relativizzazione del "primato di Pietro".

Quello che colpisce nell'azione orchestrata dalla "brigata Wojtyla" è l'assoluta incongruenza tra il dialogo proclamato a parole e la certosina azione di repressione di ogni voce dissenziente. 

In ogni caso, e in barba alle operazioni repressive portante avanti dall'autorità vaticana, il dissenso nella chiesa cattolica si diffondeva a misura dell'accentramento autoritario portato avanti da Wojtyla: il teologo Bernard Haering, il cui peso nel campo della teologia morale cattolica era indiscusso, nel 1989 criticava duramente le posizioni del pontefice sulla contraccezione. In seguito 163 teologi tedeschi, olandesi, austriaci e svizzeri pubblicavano la "Dichiarazione di Colonia", in cui si leggono frasi come "il papa fa cose che non rientrano nel suo ufficio", "il papa impiega erroneamente il suo potere", "per questo il papa deve aspettarsi dissenso".

La contestazione viene portata su tre punti: la scelta dei vescovi da parte del papa, contro le esigenze locali; l'attribuzione di cattedre nelle facoltà cattoliche fatta secondo le simpatie di Roma; una posizione papale sulla contraccezione, che mortifica la coscienza dei laici.

Benché tutta la curia romana, per voce dell'arcinoto Joaquin Navarro, tentasse di limitare l'episodio di contestazione ad un fatto locale, in realtà la rivolta dei teologi si estese a macchia d'olio e apparvero documenti di dissenso firmati da centinaia di teologi italiani, spagnoli, brasiliani.

Alcuni intellettuali cattolici francesi scrivevano: i vescovi e il Vaticano uccidono la libertà. Il 1989 è un anno di fermento e rivolte all'interno della chiesa, nel tentativo di bloccare il progetto teocratico di accentramento del potere portato avanti dall'"uomo del dialogo".

Con una celerità inconsueta Ratzinger e la congregazione per la dottrina della fede (l'ex sant'uffizio dell'inquisizione) da lui presieduta emanano il documento "Donum veritatis", in cui si ribadisce la vocazione ecclesiale del teologo, che tradotto in termini laici significa l'impedimento pratico di ogni insegnamento che non fosse in linea con il magistero del papa e del sant'uffizio.

La pubblicazione del documento dette il via ad una serie di sospensioni "a divinis" (cioè l'impossibilità per il sacerdote indegno di esercitare il proprio lavoro) e circoscrisse in maniera drastica i fenomeni di acceso dissenso che si erano verificati nella chiesa attraverso minacce, persecuzioni, sentenze di condanna.

Tappata la bocca ai dissidenti, fu facile per Wojtyla fermare ogni iniziativa di modernizzazione della chiesa, di dialogo ecumenico (ribadendo il divieto di celebrare l'eucarestia con gli evangelici) e ogni forma di sincretismo interreligioso, attraverso la persecuzione di teologi asiatici e latinoamericani. 

In particolare il rogo morale del sant'uffizio di Ratzinger si è abbattuto sul teologo Tyssa Balasuriya, cingalese, direttore della rivista "Voices from the third world", dell'associazione dei teologi del terzo mondo, di tendenza socialista radicale. Il teologo, scomunicato nel 1996, fu riammesso nella chiesa l'anno seguente, dopo essersi pubblicamente umiliato e aver fatto ammenda dei propri errori dottrinari.

La colpa del teologo, a parte alcune questioni di lana caprina, era essenzialmente quella di aver favorito un sincretismo religioso capace di avvicinare tra loro le varie religioni asiatiche (i cattolici, in Asia, raggiungono a malapena il 2% della popolazione). 

Per chiudere questa prima parte del mio intervento mi limito a considerare come "l'uomo del dialogo" abbia perseguitato con accanimento proprio coloro che, all'interno della chiesa cattolica, facevano del dialogo ecumenico e interreligioso la propria ragione di vita.

Paolo Iervese










































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