Umanità Nova, numero 12 del 10 aprile 2005, Anno 85
Il 23 marzo 2005 il senato ha approvato il testo definitivo della riforma della costituzione della repubblica italiana del 1948. Perché detta riforma diventi definitiva è necessario che sia riapprovata nuovamente da camera e senato, il doppio passaggio parlamentare voluto dall'art. 138 della costituzione in vigore per le sue modifiche. Questa norma prevede anche la possibilità di un referendum approvativo, ad iniziativa parlamentare o popolare.
I punti qualificanti della riforma costituzionale del governo Berlusconi sono stati ampiamente dibattuti negli ultimi mesi e qui vengono solo accennati. Al sistema bicamerale perfetto (camera e senato hanno stessa potestà legislativa e le leggi sono approvate da entrambi i rami del parlamento) subentrerà un sistema in cui alla camera spetterà, diciamo, la legislazione di interesse nazionale (moneta, difesa, politica etsera, ecc.), mentre al senato federale (eletto in concomitanza con le elezioni regionali) sarà devoluta l'approvazione della normativa generale delle materie di competenza regionale; ci saranno poi alcune leggi che dovranno essere approvate da entrambi i rami del parlamento; è previsto un complicato meccanismo per i casi di conflitto di competenza (che saranno all'ordine del giorno), nonché per l'approvazione di norme che il governo ed in particolare il primo ministro riterrà fondamentali per l'attuazione del suo programma.
Alle regioni spetterà la competenza esclusiva in materia di assistenza e organizzazione sanitaria, organizzazione scolastica, polizia amministrativa e locale e ogni altra materia non di competenza espressa della legislazione statale. Ruolo centrale assume il primo ministro, eletto direttamente e con ampi poteri, tutti guadagnati a scapito del presidente della repubblica; alla sorte del primo ministro è legata anche quella della camera, che viene sciolta se il primo ministro viene sfiduciato dalla stessa camera. La corte costituzionale, sempre formata da quindici giudici, vede modificata la sua composizione a favore dei giudici di nomina parlamentare (ora sette contro i precedenti cinque).
I tempi di attuazione: la nuova competenza delle regioni in materia di sanità ecc. entra in vigore subito, a riforma definitivamente approvata; solo dal 2011 scatteranno invece i nuovi poteri del primo ministro e del presidente della repubblica; nel 2016 la contestualità di elezioni regionali e elezione del senato federale.
Alcune osservazioni. Questa riforma costituzionale tocca quello che è definito l'ordinamento democratico del nostro paese, perché modifica le norme sull'approvazione delle leggi (chi e come approva le leggi e su quali materie) e ridisegna i rapporti tra i poteri dello stato, in particolare i rapporti tra potere legislativo e potere esecutivo e i rapporti tra organi costituzionali di controllo (presidente della repubblica e corte costituzionale) e poteri controllati.
Va tenuto presente che questa riforma fa parte di un disegno più ampio attuato attraverso la riforma della magistratura, nonché una nuova legge elettorale e l'abolizione della normativa sulla cosiddetta par condicio in campagna elettorale. Ma mentre queste norme o sono già state approvate o lo saranno molto probabilmente da qui al 2006, anno delle elezioni politiche, la riforma di cui parliamo ha tempi decisamente dilatati, salvo che per il passaggio alle regioni della competenza esclusiva in alcune materie. I tempi lunghi di attuazione stanno un po' nelle cose, ma sono anche la spia del disagio tutto interno al centrodestra soprattutto di AN e UDC che sono state piegate da Forza Italia ai diktat della Lega Nord, la quale ha fatto della riforma costituzionale in senso federale il motivo (apparentemente) determinante del suo stare nel governo Berlusconi.
Una costituzione è l'insieme delle norme base di uno stato. Non è certo indifferente quali sono i soggetti che scrivono dette norme e in che condizioni storiche. Basta fare il confronto tra la costituzione del 1948, scritta da un'assemblea costituente eletta a suffragio universale con metodo proporzionale, dove erano rappresentate le anime cattolica, socialista e comunista, nonché liberale della società italiana uscita da vent'anni di fascismo e dalle distruzioni e i lutti della seconda guerra mondiale, conclusasi con l'esplosione della bomba atomica e che aveva visto compiersi su suolo europeo la shoa.
Di tutt'altra pasta gli attuali costituenti. Le forze coagulate da Berlusconi sono in gran parte forze, letteralmente, eversive dell'attuale ordine democratico, in quanto, da un lato, estranee allo stesso o in aperto conflitto. La colla dello schieramento berlusconiano è il fastidio per quell'Italia che trova nel risorgimento e nella resistenza i punti di forza storici; nella partecipazione della più gran massa di cittadini all'esercizio del potere e nella inscindibile connessione di diritti politici e sociali il programma mai definitivamente attuato (in questo la DC e il PCI avevano pur nella loro radicale opposizione un punto di contatto non irrilevante). C'è come un rumore di fondo nella storia italiana, un sordo rancore mai sopito, un radicale fastidio per le regole e l'allargamento dei diritti a tutti i ceti sociali: c'è, nella storia italiana, il fascismo, che non è stato un incidente di percorso. L'Italia non ha compiuto il dolorosissimo percorso che ha compiuto la Germania dopo la seconda guerra mondiale, quello della denazificazione dello stato e della nazione dopo un processo come quello di Norimberga. 'Italia non ha mai fatto veramente i conti con la sua storia, l'esaltazione dei valori della resistenza non ha fatto altro che calare un velo sul fascismo come fenomeno sociale, oltre che storico e politico. Il fascismo è rimasto sottopelle a questo paese e ora rispunta fuori.
Vale la pena ricordare alcune tappe del percorso per arrivare alla situazione attuale.Il fastidio per gli stanchi riti democratici trova nel decisionismo di Craxi una prima manifestazione; e chi dimentica le picconate di Cossiga alla costituzione nella direzione di un accentramento dei poteri sempre nell'ottica dell'efficienza e rapidità delle decisioni? Venne poi la commissione bicamerale in cui D'Alema si esercitò nelle riforme costituzionali con Berlusconi allora all'opposizione: l'idea che la costituzione fosse da cambiare nel senso di un primato dell'esecutivo sugli altri poteri era passata, così come l'elezione diretta del primo ministro ecc.
Il fatto è che non esiste un solo tipo di ordinamento democratico e che non tutti gli ordinamenti vanno bene per qualunque paese. Si vuol dire che una costituzione è soprattutto la stipulazione di una tregua tra forze contrapposte che si muovono in una società e che trovano nella costituzione stessa un punto di equilibrio: la cosa pare evidente leggendo la costituzione del 1948 che media tra istanze anche contrapposte di forze che potevano pesare una nei confronti delle altre.
Riscrivere una costituzione come è stato fatto in questi giorni significa che non sono presenti nella società forze che possano interdire quelle che hanno messo mano alla riscrittura; è chiaro quindi che alcune forze stanno prevalendo nella società e si sentono abbastanza forti da dettare le regole di un nuovo patto fondativo dell'ordinamento democratico nel senso di una democrazia autoritaria che ha nel presidente del consiglio il perno dell'ordinamento in quanto troverebbe nell'elezione diretta la legittimazione popolare: la sovranità appartiene sempre al popolo che però anziché esercitarla attraverso organi collegiali la conferisce in gran parte al primo ministro. Ma un'elezione diretta di capo di stato o primo ministro dagli ampi poteri sta, negli altri ordinamenti democratici, sempre accanto aalla presenza di altri poteri che hanno il compito e le forze per interdire e controllare l'esecutivo. L'esecutivo ha nella sua natura di allargarsi e quindi il gioco degli ordinamenti democratici sta tutto nell'equilibrio e bilanciamento dei poteri. Non va poi taciuto che sale degli attuali ordinamenti democratici è la possibilità che si formi un'opinione pubblica attraverso l'accesso ad una pluralità di mezzi di comunicazione di massa e che quindi il controllo sugli stessi sia diventato di fondamentale importanza: la lezione dei totalitarismi del '900 e del loro uso dei mass media è davanti agli occhi di tutti. Allora, in un paese come il nostro, nell'attuale situazione, la disarticolazione dell'attuale assetto ha un netto segno autoritario. Il nocciolo del discorso è costituito dal venir meno del livello nazionale come spazio condiviso dove trovano tutela i diritti sociali: se, come insegna l'art. 3 della costituzione del 1948, gli squilibri sociali impediscono un pieno accesso ai diritti civili e politici, l'aver consegnato ad istanze locali l'accesso a casa, sanità, assistenza, istruzione, significa solo ratificare lo squilibrio sociale, anziché impegnarsi a rimuoverlo. Al tempo stesso, messe in un angolo le assemblee legislative, il rapporto diretto popolo/primo ministro è nella scia del fastidio per il parlamento come fulcro della decisone politica che sta dentro la storia italiana e che ha avuto nel fascismo la più chiara manifestazione.
Simone Bisacca