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Umanità Nova, numero 14 del 24 aprile 2005, Anno 85

Kater: per il tribunale una strage senza mandanti
La criminalità del potere



A 8 anni dalla tragedia del Canale d'Otranto - dove il 28 marzo 1997 persero la vita 108 emigranti albanesi – è arrivata la prima sentenza. Il tribunale di Brindisi ha condannato pochi giorni fa a 3 anni di reclusione il comandante della "Sibilla", la nave della Marina militare italiana che il venerdì Santo del '97 affondò la motovedetta albanese "Kater I Rades", partita dal porto di Valona con circa 120 clandestini a bordo che fuggivano dalla fame e dalla disperazione provocate dalla guerra cuvile che in quesi giorni sconvolgeva l'Albania. A 4 anni invece è stato condannato il comandante della "Kater".

La conseguenza del blocco navale: gli albanesi non devono passare!

Nel marzo del 1997 l'Albania vive una delle pagine più tristi della sua storia: le truffe finanziarie avevano provocato una protesta popolare contro il governo che alla fine sfociò in una guerra civile. Nel Paese regna il caos totale e lo Stato non controlla più la popolazione. Migliaia di persone fuggono verso la speranza più vicina, l'Italia. Il 3 marzo il Governo italiano, centrosinistra guidato da Prodi, decide di far evacuare dall'Albania i propri connazionali. Il 25 marzo viene firmato il trattato italo-albanese: dal 3 aprile, in cambio degli aiuti promessi, l'Italia si assicura la possibilità di rimandare indietro gli emigranti albanesi attraverso un rigido blocco navale attuato dalle navi della Marina Militare fin dalle acque territoriali albanesi. Un fatto che provoca fortissime reazioni internazionali come le accuse di incostituzionalità da parte dell'Unhcr, organismo Onu sui rifugiati.
La tragedia del Kater è la conseguenza inevitabile di questo criminale e illegittimo blocco navale. Intorno alle 15 del 28 marzo, la "Kater I Rades" salpa dal porto di Valona: si tratta di una vecchia motovedetta di costruzione russa, poco più di una bagnarola lunga 21m e larga 3,5, fatta per un equipaggio di nove persone, ma che quel giorno ne tiene circa 120. Donne, uomini e bambini che avevano pagato quel viaggio 800.000 lire a testa.
Alle 17,15, la motovedetta viene intercettata dalle navi della Marina Militare Italiana: la fregata  "Zeffiro" immediatamente informa le autorità militari. L'ordine è quello di effettuare il blocco e di non far passare la "carretta del mare" albanese. La Zeffiro intima il dietrofront - nonostante la "Kater" navighi ancora in acque territoriali albanesi – ma la motovedetta non obbedisce e prosegue per la sua rotta. Dalle 17,30, è la corvetta "Sibilla", più agile e quindi più adatta alle manovre di intimidazione, che si prende cura dell'operazione di blocco.
Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, alle 18,45, mentre siamo ancora in acque internazionali, la Sibilla si scontra per due volte contro la Kater: 1200 tonnellate contro le 56. Ore 19,03: la "Kater i Rades" affonda, mentre in coperta decine di donne e bambini stanno morendo affogati: 108 i morti, 84 i corpi recuperati.

Quando il processo ai responsabili politici dell'affondamento?

Dopo 8 anni, il 19 marzo scorso è arrivata la prima sentenza che condanna i comandanti della Sibilla e della Kater con l'accusa di "naufragio e omicidio colposo plurimo. Risarcimenti che vanno dai 13mila ai 20mila euro sono stati concordati con alcuni dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime. Cifre ritenute troppo esigue dalla stampa albanese e dall'opinione pubblica del Paese.
Nei loro commenti i media albanesi hanno evidenziato il fatto che il tribunale di Brindisi si è limitato a colpire gli esecutori materiali della strage senza neppure prendere in considerazione le responsabilità del governo e della marina italiani che, con la complicità del governo fantoccio albanese, avevano ordinato un'azione non consentita dal diritto internazionale. Per la stampa albanese rimangono ancora impunite le persone che diedero l'ordine di fermare ad ogni costo quella "carretta". Mentre resta ancora un grande punto interrogativo: su quali norme del diritto internazionale si basava la decisione di predisporre un blocco navale in acque internazionali dove il passaggio è permesso a tutti?

Dolore e rabbia

Abbandonati e sempre più soli. È cosi che si sentono i familiari delle vittime e i sopravvissuti di quella notte. Il 28 marzo scorso il Premier Nano si è recato a Valona per partecipare alla cerimonia commemorativa, ma ha dovuto fare fronte alla protesta dei presenti che hanno accusato lo Stato albanese e il suo Governo di non aver fatto abbastanza per portare a galla la verità. "Il Governo ci ha mentito", hanno detto i familiari a Nano, indignati ancora di più dai 45 minuti di ritardo del Premier. L'accusa ha coinvolto anche l'avvocato Natasha Shehu - che rappresentava al processo lo Stato albanese e parte dei parenti delle vittime – la quale "ci ha ingannati e ci sta rubando i soldi". Nano ha cercato di schivare le accuse, promettendo che "tali tragedie non accadranno mai più. In Albania nessuno crede che la sentenza di pochi giorni fa abbia fatto giustizia: ma l'Albania è ancora troppo debole ed italo-dipendente per alzare la voce e chiedere che la verità venga alla luce del sole.
La verità su quel maledetto "venerdì santo" è troppo scomoda perché la stampa italiana, così intrisa di stupido nazionalismo, possa aver il coraggio di mettere sotto accusa, o anche solo di porre semplici interrogativi, su uomini politici che, probabilmente, fra un anno ritorneranno "trionfalmente" al governo.

A.R.

Fonte: una corrispondenza di Indrit Maraku apparsa il 1 aprile 2005 sul sito www.osservatoriobalcani.org













































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