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Umanità Nova, numero 15 del 1 maggio 2005, Anno 85

Somalia: lo tsunami ha scoperchiato la pattumiera
Rifiuti tossici, un business all'italiana




C'è voluto il terrificante maremoto del 26 dicembre per far tornare di tragica attualità i rifiuti tossici interrati negli ultimi vent'anni di fronte alle coste somale. "Sappiamo che le onde prodotte dallo tsunami hanno distrutto i fusti che contenevano rifiuti tossici e sparso il loro contenuto. Sappiamo anche che questo materiale si è disperso sul territorio. Ma quel che non sappiamo è la vera estensione del problema". Con un'intervista pubblicata il 5 marzo sul londinese Times, Nick Nuttal, portavoce dell' Unep, l'agenzia Onu per l'ambiente, ha denunciato quanto riportato a proposito della Somalia dal rapporto redatto dall'Unep sulle conseguenze dello tsunami. Il rapporto era stato pubblicato il 22 febbraio ma, evidentemente, nessuno lo aveva letto con attenzione perché c'è voluta l'intervista al Times, ripresa in Italia dal WWF, per far parlare degli ingenti quantitativi di rifiuti tossici, alcuni anche radioattivi, inabissati o semplicemente interrati nella battigia della Somalia del nord. Il rapporto dell'ONU mette sotto accusa dispersioni di uranio, cadmio, mercurio, rifiuti ospedalieri e delle industrie farmaceutiche. Le zone individuate dall'Unep sono soprattutto le zone costiere situate a nord della capitale Mogadiscio. Secondo l'Unep la contaminazione ha già fatto strada, causando problemi ambientali e di salute nelle comunità di pescatori della costa. Il dossier cita il fatto che molti somali lamentano malanni inusuali, infezioni respiratorie acute e problemi dermatologici. Effetti sull'uomo che si aggiungono alla contaminazione dei suoli agricoli causati dall'acqua marina. L'inquinamento potrebbe avere effetti devastanti per l' intera costa orientale africana compromettendo non solo la salute degli abitanti di oggi, ma anche attività fondamentali di sostentamento come la pesca e l'agricoltura con danni irreversibili anche alle generazioni future.

Quello che sta accadendo nella martoriata regione ha le sue radici nei traffici che dalla metà degli anni '80 hanno trasferito quantità enormi di rifiuti tossici e nocivi di origine industriale dall'Europa ai paesi del cosiddetto "terzo mondo". In questi traffici la Somalia era uno dei terminali preferiti dei trafficanti. "Fin dal 1987 l'area della Spezia è stata un punto di transito fondamentale. Sia per le armi che per i rifiuti. Quando in Somalia c'era ancora Siad Barre, i rapporti erano a tre: Governo italiano, Governo somalo e gruppi industriali, concentrati soprattutto nel Nord Italia. Gli accordi miravano allo smaltimento di scorie radioattive, rifiuti tossico-nocivi e materiali chimici altamente inquinanti. La via dell'Africa, e in particolare della Somalia, è stata utilizzata per la merce più pericolosa, il resto finiva soprattutto nelle discariche spezzine" ha rivelato nell'aprile 1998 una "gola profonda", un ex "gladiatore", già agente dei servizi segreti divenuto poi una fonte riservata della Direzione investigativa antimafia. "La Francia e la Germania", dice, "traboccavano di scorie nucleari. Gli imprenditori italiani non sapevano come disfarsi a basso prezzo dei materiali inquinanti. Il business da migliaia di miliardi era facile da fiutare: ci si sono buttati sopra personaggi senza scrupoli, gruppi mafiosi, collegamenti internazionali della massoneria occulta che dovevano curare l'organizzazione e la mediazione, elementi deviati dei servizi che avevano il compito di proteggere il traffico, i leader locali africani che finanziavano la guerriglia o la repressione, cedendo brandelli di territorio. Il meccanismo messo in piedi in quegli anni funziona ancora, alla perfezione". I carichi non sono partiti solo dalla Spezia, ma anche da Livorno, Massa Carrara, Castellammare di Stabia, Trieste, Chioggia. "In Somalia sono state fatte le cose peggiori", aggiunge. "Sugli acquitrini dei fiumi Juba e Shebeli furono ad esempio effettuati lanci aerei di fusti. Nel 1990 abbiamo saputo che in quell'area morirono per contaminazione migliaia di persone. Il fatto fu occultato sparando sui cadaveri per far credere che si trattasse di vittime di scontri fra clan". 

Ma la verità sull'intreccio fra traffici di rifiuti, commerci di armi e tangenti al potere politico italiano è però ancora lontana. La guerra civile somala, iniziata nel `91 con la caduta di Siad Barre, offriva ottime opportunità per scaricare nel paese i rifiuti dell'Europa. In cambio di armi, i signori della guerra sacrificavano pezzi di territorio alle industrie occidentali che in questo modo eliminavano a bassissimo costo sostanze micidiali. Secondo alcune fonti, contratti siglati a nome di Ali Mahdi Mohamed, signore della capitale, parlavano, ad esempio, di 10 milioni di tonnellate di rifiuti scambiate per 80 milioni di dollari, una cifra che consentiva alle eco mafie un guadagno quasi del 100%. Secondo lo studioso somalo Abdullahi Elmi Mohamed, citato dal Times, la cifra di 8 dollari per tonnellata significava un risparmio di circa 992 dollari, considerato che il costo per smaltire in Europa questo genere di sostanze si aggirava sui mille dollari a tonnellata. Su questi traffici stavano indagando Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin, ammazzati in Somalia il 20 marzo 1994 appena pochi giorni dopo il loro ritorno da un viaggio a Bosaso, il maggior porto della Somalia del nord: la loro storia è divenuta uno dei tanti "misteri d'Italia" che vede protagonisti agenti dei servizi segreti, faccendieri, ufficiali delle forze armate uniti nell'impedire ogni tentativo di conoscere la verità. Perché una cosa, almeno, è certa: il porcaio somalo era ben noto alle autorità italiane, sia negli aspetti politico-economici (lo scandalo della cooperazione, con un'inchiesta parlamentare finita nel nulla), sia negli aspetti imprenditoriali-criminali (il business dei rifiuti tossici). I traffici di rifiuti tossici non possono passare inosservati alle autorità politiche e ai loro servizi segreti, se non altro perché richiedono notevoli impegni sia finanziari che logistici. I governanti italiani degli anni '80 e '90 sapevano benissimo delle navi che salpavano dai maggiori porti italiani, piene zeppe di veleni prodotti dai colossi della chimica italiana e dirette in Africa o in Asia. Sapevano e tacevano perché in realtà erano complici di quei traffici che hanno scaricato sulle popolazioni povere le scorie tossiche di un modo di produrre che considera ambiente e uomo solo come oggetti di sfruttamento al fine di massimizzare i profitti.

Sarebbe però un errore vedere le conseguenze di quei traffici come un tragico e prevedibile rigurgito del passato. In un suo documento redatto nell'ottobre 2000 la Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività ad esso connesse "ritiene" che "i traffici di rifiuti siano ancora in corso, che alcuni Paesi, specie dell'Africa, siano ancora mete di destinazione "privilegiate" di tali rifiuti pericolosi e che l'intero traffico, pur con qualche alternanza, ruoti attorno agli stessi soggetti che in passato sono rimasti coinvolti". Ogni commento ci pare francamente inutile.

M. Z.














































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