Umanità Nova, numero 17 del 15 maggio 2005, Anno 85
Di lezioni, dalla grande democrazia americana, ce ne vengono tutti i
giorni, e pure questa settimana, così come le altre e come
saranno le prossime, non ne è stata avara.
Molti lettori ricorderanno le immagini, agghiaccianti, di quella moschea di Falluja nella quale un marine, sorriso sulla bocca e chewing gum fra i denti, sparava su un resistente iracheno che giaceva a terra, ferito, e che chiedeva di essere risparmiato. Immagini che hanno fatto il giro del mondo suscitando la sorpresa e l'indignazione di chi resta convinto che la guerra sia un gioco da collegiali e che un esercito, nella fattispecie quello statunitense ma qualunque esercito, non sia una macchina di morte e di alienante depravazione, ma un'opera pia fatta per portare pace e serenità ai popoli affamati di democrazia.
Da più parti, di fronte alla brutalità di quell'omicidio in diretta, tanto gratuito quanto provocatorio, si levarono voci di condanna, appena attenuate dalla certezza che la grande democrazia americana sarebbe stata in grado di riparare a questa poco fotogenica "caduta di immagine", punendo in modo esemplare quell'assassino. O meglio, quel tipo che, sì, eseguiva diligentemente il proprio dovere di soldato, ma era tanto coglione da farsi riprendere nell'atto.
E infatti... e infatti è dell'altro ieri la notizia che il valente marine è stato assolto "per non aver commesso il fatto", per avere, in sostanza, rispettato gli ordini e le regole relative alle operazioni di rastrellamento. E se poi, come si è saputo in seguito, quell'omicidio non fu l'unico della giornata ma fu preceduto da altri due che non hanno avuto l'onore delle cineprese, invece di aggravare la posizione del soldato potrebbe persino valergli un encomio per la diligenza dimostrata. Di fronte alla corte marziale, infatti, il suo superiore ha sentenziato che il comportamento tenuto "fu compatibile con le leggi del conflitto armato, le regole d'ingaggio e il diritto all'autodifesa dei nostri soldati". Insomma, prima spara e poi chiedi. E soprattutto... niente prigionieri. Altrimenti cosa siamo americani a fare?
Del resto, per quel poco che è potuto filtrare da Falluja, la "Dresda" dell'Iraq, pare che questo episodio, per quanto ripugnante, non sia nemmeno di media gravità rispetto a quanto si è verificato in quella città; e non a caso chi ha cercato di raccontarlo all'opinione pubblica occidentale è stato vittima di minacce, rapimenti e uccisioni.
Quest'ultimo "scandalo" - che va ad aggiungersi all'assoluzione dei comandi del carcere di Abu Ghraib e al disprezzo altezzoso mostrato per gli "amici" italiani nel caso Sgrena - non dimostra, però, solo la determinazione delle autorità statunitensi a non tenere conto delle proteste internazionali pur di "proteggere" ad ogni costo la tenuta di morale di truppe sempre più soggette a stress e crisi depressive (e non facciamo fatica a capirne i motivi), ma vuole comunicarci anche qualcosa d'altro. E con una spudoratezza fino a poco tempo fa abbastanza impensabile.
In sostanza, mi pare, che la periodica e sempre più frequente denuncia di comportamenti scandalosi, brutali, disumani, tenuti dalle truppe statunitensi di ogni ordine e grado abbia due ordini di finalità. La prima, più immediata e scontata, di solleticare il voyeurismo degli scandalizzati di professione e ricordarci a ogni piè sospinto che la grande democrazia americana è superiore a qualunque altra proprio per questa sua capacità di denunciare e correggere i propri misfatti. E questo, al di là che tali misfatti siano effettivamente puniti, ci deve convincere della inarrivabile grandezza di quel sistema democratico, e quindi della sua più assoluta legittimità. Con il corollario non da poco che dato che tali infamie, prima o poi, saltano fuori e vengono denunciate, allora, paradossalmente, si può continuare a farle.
La seconda finalità, più subdola e pericolosa, ha piuttosto una valenza "strategica". Da qui in avanti, infatti - e l'Iraq deve essere il banco di prova in vista di ben altri conflitti - l'America si sentirà sempre più libera da qualsiasi vincolo di "diritto internazionale" e le regole che dovranno valere per gli altri - e che agli altri si imporranno, se necessario, con la forza - in casa saranno solo carta straccia. Talmente alta, infatti, è la missione civilizzatrice ed esportatrice di libertà e democrazia (o meglio, talmente grandi sono le incombenze politico-militari che attendono la superpotenza impegnata a mantenere la sua egemonia economica) che non sarà possibile accettare alcuna limitazione al dispiegamento della propria forza. E della propria impunità. Insomma, non saranno certo i richiami alle regole berciati dai vassalli che potranno costringere la fortezza America a limitare le proprie capacità di "convincimento": quindi, ogni tanto ci buttano l'osso e poi continuano a fare come gli pare!
Del resto, che la macchina capitalista americana non intenda subire limitazioni alla propria impudente strapotenza, lo apprendiamo anche da cronache provenienti dal cuore stesso dell'impero. E sempre questa settimana. Milletrecento orfani residenti negli istituti di sette stati americani, sono stati utilizzati come cavie da laboratorio per ricerche farmacologiche sull'Aids. Naturalmente senza esserne minimamente informati, un po' meno naturalmente senza nessuna forma di controllo da parte dei tutori statali che per legge sono loro assegnati. Naturalmente non pochi di loro hanno avuto pesantissimi effetti collaterali o sono morti durante la sperimentazione, un po' meno naturalmente "nessun decesso è stato direttamente collegato alle cure sperimentali".
Come si vede, si tratti di un miliziano ferito in una moschea di Falluja o di un orfano in un civile orfanotrofio del Colorado, le regole se le fanno "loro", e solo loro sono tenuti a (non) rispettarle.
Naturalmente!
Massimo Ortalli