Umanità Nova, numero 17 del 15 maggio 2005, Anno 85
Al termine di alcune settimane di mobilitazioni il Presidente
ecuadoregno Lucio Gutierrez ha abbandonato il paese il 20 aprile scorso
e si è recato in esilio in Brasile. L'ultimo atto è stata
la mozione votata dal Parlamento definitivamente caduto in mano
all'opposizione con la quale è stata decisa la destituzione del
colonnello diventato presidente. L'abbandono definitivo è
avvenuto dopo dieci giorni durante i quali le forze mobilitate dalla
CONAIE (l'organizzazione sindacale che riunisce le popolazioni indigene
del paese) e dai sindacati degli agricoltori occupavano stabilmente la
capitale del paese, Quito, e assediavano il Parlamento chiedendo
l'immediata destituzione del presidente. La convulsa giornata del venti
ha segnato la fine di ogni appoggio per Gutierrez che, dopo la mozione
di sfiducia parlamentare, ha dovuto incassare il rifiuto del capo di
stato maggiore dell'esercito, il generale Victor Hugo Rosero, a
intervenire a suo sostegno e il progressivo abbandono da parte della
polizia della strategia di contenimento delle manifestazioni popolari.
A quel punto per Gutierrez è diventata chiara
l'impossibilità di continuare a occupare una sedia dalla quale
la popolazione lo stava scalzando mentre l'esercito non aveva alcuna
intenzione di impedirlo.
Gutierrez è stato sostituito da Alfredo Palacio suo vice che aveva da mesi preso le distanze dalla politica economica del presidente. Quest'ultimo era stato eletto nel 2002 da un'ampia coalizione di sinistra guidata dalla stessa CONAIE e dai sindacati. Gutierrez, infatti era stato tra i protagonisti nel 2000 di una sollevazione che aveva visto protagonisti indigeni, contadini e l'ufficialità minore dell'esercito, spesso di origine india. Quell'anno era stato dimesso il presidente Mahuad, di origini libanesi come gran parte delle classi commerciali del paese e dell'America Latina, che si era reso protagonista della dollarizzazione del paese e della progressiva svendita delle ricchezze naturali del paese. Quella insurrezione era fallita ma aveva lasciato la sua eredità nelle elezioni del 2002 quando Gutierrez aveva assunto la massima carica del paese proprio in rappresentanza di quella composizione sociale che aveva dato vita al movimento culminato con la rimozione di Mahud. Nel giro di pochi mesi, però, Gutierrez aveva deluso tutte le aspettative convergendo con il Fondo Monetario e la Banca Mondiale nel finanziamento di progetti di oleodotto destinati a trasferire il controllo degli idrocarburi dei quali il paese è ricco nelle mani delle compagnie petrolifere americane ed europee tra cui la ENI italiana che partecipa allo sfruttamento del petrolio amazzonico con una concessione dalla quale prevede entro due anni di estrarre 40.000 barili giornalieri.
La vicenda del petrolio amazzonico è significativa per leggere le sorti del paese equatoriale. L'Ecuador possiede sul suo territorio una riserva di greggio scarsamente sfruttata fino ad ora che potrebbe permettere un discreto grado di sviluppo del paese; questo petrolio è estratto e commercializzato esclusivamente da compagnie occidentali che pagano concessioni a prezzi favorevolissimi facilitate dal fatto di non dover acquistare il petrolio da una compagnia nazionale monopolista ma di poter gestire direttamente tutte le fasi dall'estrazione alla commercializzazione. Il colpo di grazia alla bilancia dei pagamenti dell'Ecuador è stato dato dalla costruzione di un oleodotto transamazzonico che ha devastato le ultime foreste del paese ed è stato realizzato interamente del Fondo Monetario che in cambio ha ottenuto di poter incamerare direttamente il 70% delle già scarse entrate petrolifere del paese. In questo modo gli stessi paesi che gestiscono il greggio ecuadoregno ne incassano le royalty sotto le spoglie del Fondo Monetario Internazionale.
Il "presidente amico" ha sottoscritto tale accordo e permesso la realizzazione dei lavori. Inoltre si è ben guardato dal mettere in discussione la politica di dollarizzazione dell'economia varata da Mahud e realizzata da Noboa tra il 2000 e il 2002 che ha ridotto in miseria il paese. Tale politica consiste nel fissare la parità tra il dollaro e la moneta locale che naturalmente è molto meno forte. Come successo anche in Argentina (dollarizzata anch'essa da Menem) la scelta della dollarizzazione comporta in primo luogo una concentrazione dell'economia nel settore finanziario dominato dagli Stati Uniti, in secondo luogo l'internazionalizzazione dei prezzi e il loro conseguente impennarsi verso la parità in dollari a fronte del decurtamento dei salari che precipitano verso la parità in pesos. La conseguenza è stata quella cercata dalle classi dominanti del paese che volevano abbattere l'inflazione in modo da trasferire ricchezza dai salari alle rendite e ai profitti aumentando la massa monetaria investibile nei mercati finanziari. Il processo di dollarizzazione è stato drastico in Ecuador tanto che il 65% della popolazione è stimato dalla stessa CIA vivere sotto il livello di povertà.
Gutierrez è andato ancora più in la nella politica di asservimento alle esigenze dei gruppi dominanti finanziari e petroliferi apprestandosi a firmare un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti che avrebbe ulteriormente favorito la colonizzazione del paese sia dal punto di vista dell'estrazione del petrolio sia da quella dell'invasione del mercato interno da parte delle merci prodotte negli USA.
La cacciata di Gutierrez segna oggi un punto d'arresto in questa strategia che è quella tramite cui l'America cerca di aggirare l'opposizione dei grandi paesi latinoamericani alla costituzione di un'unica area americana di libero scambio per tutto il continente che favorirebbe l'espansione commerciale USA e il controllo delle risorse locali da parte delle multinazionali a stelle e strisce. Il nuovo presidente si è detto disponibile a riaprire i negoziati con la Casa Bianca per firmare il trattato ma, come già in Bolivia, le classi dominanti si rendono oggi conto di non poter far finta di nulla di fronte a un'opposizione popolare capace nel giro di otto anni di destituire tre presidenti (Bucaram 1997, Mahud 2000 e Gutierrez oggi). La cacciata di Gutierrez, quindi, si configura a questo punto come una sconfitta per gli Stati Uniti che si aggiunge a quelle subite in Venezuela e in Bolivia negli ultimi cinque anni e che hanno disegnato per la prima volta un continente sudamericano capace di opporsi con successo alle scelte economiche della vecchia oligarchia dominante e degli Stati Uniti.
Le lotte che scuotono l'America Latina e che in questo momento stanno producendo un sommovimento all'interno delle classi con la crescita di un proletariato diffuso tra città e campagna capace di rifiutare il ruolo di massa di manovra e di porsi precisi obiettivi di reddito e garanzia di vita, e un nuovo settore di classe dominante che progetta una sorta di sviluppo socialdemocratico per il continente in decisa rottura con il modello di rapina delle risorse, immiserimento della popolazione e dipendenza dagli USA portato avanti dalla vecchia oligarchia. Queste lotte sono di una modernità sorprendente e si articolano su piani di classe ed economici con riferimenti nazionali ed internazionali. La stessa dimensione nazionalista di queste mobilitazioni è positivamente contraddetta dalla disponibilità ad appoggiare movimenti simili nei paesi vicini e lo statalismo di fondo non coincide con una pratica di autogestione economica e sociale dalle fabbriche argentine ai servizi sanitari venezuelani. Un calderone in cui bollono possibilità anche diverse ma ad oggi l'America Latina è l'unico vero tallone d'Achille per l'ordine imperiale americano e, soprattutto l'unico punto in cui una rottura di questo ordine potrebbe dare luogo a trasformazioni sociali ed economiche dello stesso capitalismo globale.
Giacomo Catrame