Umanità Nova, numero 17 del 15 maggio 2005, Anno 85
Alessandro Aruffo, Breve storia degli anarchici italiani, 1870-1970, Roma, Datanews, 2005, pp. 255, euro 12,50
Il titolo è allettante, ma soprattutto lo è il periodo indagato, che arriva fino al 1970. Se infatti non mancano le opere sul periodo aureo dell'anarchismo italiano, gli studi sul nostro movimento nel dopoguerra sono assai più rari, e se si eccettua qualche ottima opera, però specialistica o settoriale, un lavoro complessivo che arrivasse fino alla Strage di stato e all'assassinio di Pinelli ancora mancava. Peccato, però, che non si possa essere contenti di questo lavoro, e che alla fine della lettura si arrivi alla conclusione che di libri simili non ce ne fosse affatto il bisogno. Del resto non si capisce con quale intenti e, soprattutto, con quali competenze l'autore, esperto più che altro di problemi afroasiatici, si sia accinto a questo impegno.
L'opera, infatti, nonostante il titolo ambizioso, non sembra essere nulla di più che un affrettato collage di ritagli di documenti o di altri lavori, con nomi, date e notizie affastellati alla rinfusa, spesso evidentemente solo orecchiati, e comunque riportati in modo disordinato, inconcludente, se non, a volte, addirittura incomprensibile. Per cui il quadro che emerge non riesce minimamente a mostrare o ad offrire una passabile capacità di comprensione dell'argomento trattato, nonostante l'evidente intenzione dell'autore di guardarvi con una certa simpatia. E gli strafalcioni, inesorabili, si inseguono con una frequenza sconcertante.
Per chiarezza, e per comodità del lettore, mi limiterò a riportarne alcuni particolarmente "divertenti". A p. 53, ad esempio, laddove si parla della frattura definitiva fra anarchici e socialisti intorno al 1880, si può leggere che "l'evoluzione pacifico-deterministica [fu] respinta dagli anarchici - la cui posizione risulterà vincente - fermi sulla cancellazione della proprietà privata, condizione per il trasferimento della proprietà ai comuni e allo Stato". Più avanti, a p. 95, trattando del dibattito che nei primi anni del Novecento oppose organizzatori e individualisti, ci si informa che Fabbri "diffida dell'autosufficienza del movimento operaio. Al contrario, distante dal marxismo - parzialmente recuperato da Malatesta - propende per una capillare presenza anarchica in campo socio-culturale". E venendo a giorni più vicino a noi, e a scelte che ancora appartengono alle forme organizzative dell'attuale generazione di militanti, fra le pagine 195 e 197 si può leggere che nel 1965 la Fai "viene ricostituita su basi associative e [...] il suo statuto è articolato in norme (Patto di Associazione) che vincolano gli aderenti" e che "il Convegno internazionale di Carrara fu promosso da organizzazioni comuniste anarchiche d'Italia, Spagna, Francia e Bulgaria sull'accettazione del principio della 'responsabilità collettiva'".
Insomma, il quadro di un movimento che faceva affidamento sulle funzioni gestionali dello Stato, guidato da un criptomarxista come Malatesta, e sfociato, ai giorni nostri, in una organizzazione che, per comodità di sintesi, potremmo definire piattaformista. Penso non sia necessario infierire con altri esempi.
Un lettore