Umanità Nova, numero 19 del 29 maggio 2005, Anno 85
In Libano il processo di redifinizione dei poteri continua. Sul piano
internazionale la Siria ha definitivamente abbandonato il paese in cui
era entrata fin dal 1975 partecipando al gioco al massacro in compagnia
di Israele, Francia e Stati Uniti. La ritirata è stata imposta
da francesi e americani che hanno prima fatto approvare all'ONU una
risoluzione che chiedeva il ritiro delle forze di occupazione dal
Libano e, in seguito, utilizzato l'omicidio del leader sunnita ed ex
primo ministro Rafiq Hariri per mettere Damasco con le spalle al muro.
Per inciso non esiste alcuna prova che sia stata la Siria a colpire
quello che per Damasco era stato un alleato stretto ed indispensabile
nella gestione del paese e che, pur essendosi dimesso dalla carica di
premier per contestare l'appoggio siriano alla rielezione di Emile
Lahoud alla presidenza della Repubblica, rimaneva un punto di
riferimento per gli equilibri tra le classi dominanti libanesi e il
potente vicino. L'operazione franco-americana appoggiata da Israele era
destinata però a raggiungere altri due obiettivi che tuttora
restano non conseguiti per gli alleati occidentali: il disarmo di
Hezbollah e la chiusura dei campi profughi palestinesi con il
corollario della rinuncia al diritto al ritorno da parte di questi
ultimi. La posta in palio nelle elezioni che si terranno prossimamente
riguarda molto da vicino queste due questioni che decideranno molto dei
rapporti di potere interni dell'élite del paese dei cedri. La
reazione di Hezbollah alle manifestazioni di "Indipendenza 05", il
movimento unitario antisiriano composto dalla destra
cristiano-maronita, dai socialisti drusi di Jumblatt e dai sunniti di
Hariri, è culminata in una manifestazione di un milione di
persone in piazza a Beirut che ha segnato un monito per chiunque si
proponga di disarmare il partito sciita, mentre i palestinesi hanno
già fatto sapere che in caso di tentativi di sgombero dei loro
campi reagiranno come durante la guerra dei campi del 1986 quando
maroniti e sciiti di Amal dovettero ritirarsi da un assedio durato sei
mesi per leccarsi le ferite infertegli dalle milizie di Al Fatah e del
Fronte Popolare.
Da questo punto di vista la notizia più succosa delle ultime settimane è stata quella del ritorno in patria dall'esilio (peraltro dorato) francese di Michel Aoun, signore della guerra maronita e nemico giurato di Damasco. Fu lui nel 1989 a lanciarsi contro la Siria rompendo il fronte maronita che aveva trovato un modus vivendi con Damasco dopo essere stato abbandonato da Tel Aviv e a boicottare gli accordi di Taif del 1990 che sancirono la fine della guerra civile e la supremazia di Damasco sul paese. Giova ricordare che all'epoca Bush padre aveva benedetto l'intesa scambiando il Libano con l'appoggio della Siria nella prima guerra contro l'Iraq. La prima risistemazione del Medio Oriente, evidentemente, prevedeva, al contrario di quella attuale, un ruolo anche per i resti dei regimi nazionalisti arabi degli anni Sessanta e Settanta. Aoun era appoggiato dalla Francia che venne però messa in scacco dall'appoggio USA alla Siria e rinunciò a portare avanti il piano di destabilizzazione del paese del quale il generale maronita era il protagonista principale. Ora, espulsi i siriani e minimizzato il ruolo di Damasco nel paese Aoun ritorna a guidare il suo partito arancione che si pone all'estrema destra dello spettro politico maronita insieme alle milizie "Marada" che appoggiarono l'occupazione israeliana del sud del paese e che vennero sconfitte duramente da Hezbollah. Questi due soggetti politici sono stati i promotori, insieme alle tradizionali "Forze libanesi", partito della destra maronita formato nel 1975 dall'unificazione delle milizie di Gemayel, Hobeika e Geagea (per intenderci i macellai di Sabra e Chatila nel 1982), di una manifestazione benedetta dal patriarca maronita Boutros Sfeir con lo scopo di ottenere la creazione di circoscrizioni elettorale omogenee dal punto di vista confessionale. Insomma si chiede di istituzionalizzare la suddivisione religiosa e clanica del paese trasformandolo definitivamente in un insieme di feudi guidati dai signori delle varie comunità confessionali in lotta tra di loro ora apertamente ora sotterraneamente in un caleidoscopio di alleanze e tradimenti che potrebbe ricordare il Medio Evo europeo o il periodo dei signori della guerra seguito alla disintegrazione del Celeste Impero cinese. Lo scopo ultimo dei leader cristiani come di quelli sunniti o drusi è quello di dividersi le spoglie del paese dietro il paravento delle comunità confessionali e per raggiungere questo obiettivo si stanno legittimando tra di loro dopo essersi sparati addosso per oltre vent'anni. Particolarmente vergognosi sono gli accordi con i quali i drusi di Jumblatt e i sunniti di Saad Hariri (il figlio di Rafik) hanno risposto alla richiesta cristiana. Dal momento che, per evitare il riaprirsi immediato della guerra civile, avevano raggiunto un accordo con Amal e Hezbollah finalizzato al mantenimento della legge elettorale e delle circoscrizioni miste decise sotto pressione della Siria nel 2000, hanno aperto le loro liste alla presenza di membri dell'estrema destra maronita come Solange Gemayel, ex moglie del becchino presidente Bechir, e George Radwan comandante della milizia "Guardiani del cedro" nota per l'abitudine di squartare i palestinesi e gli sciiti legandoli a più macchine che partivano in direzioni diverse.
Il risultato di questi accordi sarà sempre di più un
Libano cantonalizzato su base confessionale in modo similare alla
Bosnia e all'Iraq "americano". Un paese inesistente, in mano alle
solite famiglie gestite dai vecchi capoclan, dipendente in tutto e per
tutto dai protettori esterni e quindi incapace di opporre una forma di
interesse nazionale agli interessi occidentali massicciamente presenti
nel paese.
Il vero volto della democrazia di esportazione americana è questo: un nuovo colonialismo che non abbisogna di funzionari coloniali mandati dalle capitali occidentali perché utilizza come tali le élite in parte tribali e in parte mafiose dei vari paesi in cui si insedia, che legittima i governi locali sulla base di riti elettorali assolutamente ridicoli dal momento che servono esclusivamente a fotografare la forza dei vari clan e delle confessioni religiose o delle appartenenze etniche. Il fine di questa forma di neocolonialismo è quello di evitare che si formino élite locali che utilizzando il discorso nazionalistico si ribellino allo sfruttamento intensivo del loro paese da parte dei capitali occidentali e si pongano l'obiettivo di controllare in proprio le ricchezze del paese. La colpa dei nazionalisti arabi agli occhi di Washington è stata questa. Gli USA hanno utilizzato ogni mezzo per combatterli e ci sono riusciti in alleanza con il fondamentalismo. Ora lo stesso fondamentalismo si propone come catalizzatore di un progetto di riscatto non più solo nazionale ma allargato a tutta l'area islamica ed è quindi diventato il nuovo nemico delle mire USA sulla regione.
I regimi nazionalisti come la Siria, però, sono anch'essi da considerare a rischio proprio perché gestiscono il paese in modo unitario e pretendono di controllare i movimenti dei capitali occidentali al loro interno. L'Iran, fondamentalista sciita ma soprattutto nazionalista, è un altro problema sulla strada della realizzazione del "sogno americano" di ricolonizzazione della regione. Per questo quanto sta avvenendo in Libano non è che un anticipo del modello di risistemazione del Medio Oriente che avanzerà nei prossimi anni. Le contraddizioni però non mancano e la stessa resistenza nazionalista in Iraq è un anticipo delle difficoltà che il piano di Washington è destinato a trovare nel suo dispiegarsi. Per tornare al Libano, infatti, il pressing su Hezbollah e sui palestinesi è destinato a sfociare prima o poi in un confronto armato il cui esito finale appare assolutamente non scontato.
Giacomo Catrame