Umanità Nova, numero 19 del 29 maggio 2005, Anno 85
Il tenente dei Regi Carabinieri Mario Castellani così relaziona
il 5 febbraio 1945 ad una Commissione d'Inchiesta italiana sui crimini
di guerra nella Jugoslavia: "Il 28 ottobre 1941 una pattuglia di nostri
militari cadeva in un'imboscata tesagli presso il villaggio di Vodizze
e i quattro militari vennero uccisi. Nella stessa giornata, per
rappresaglia, il villaggio veniva incendiato dalle nostre truppe e 26
uomini del villaggio, vagamente indiziati di aver partecipato al fatto,
deferiti al Tribunale. Il Tribunale si riuniva e dopo un'ora e mezza di
seduta condannava a morte 14 e alla deportazione gli altri". (Fonte:
Costantino Di Sante, a cura di, Italiani senza onore. I crimini in
Jugoslavia e i processi negati. 1941-1951, Verona, Ombre corte, 2005,
p. 20). Questa è una delle numerose testimonianze, dal tono
burocratico, raccolte con lo scopo di scagionare tutti i responsabili
della dura occupazione condotta dalle truppe italiane nella Jugoslavia
dopo l'invasione del 6 aprile 1941.
È molto istruttivo seguire le tappe dello svolgimento delle indagini militari che avrebbero dovuto scoprire i colpevoli di incendi di villaggi, di stupri di massa, di torture e sevizie di ogni genere contro la popolazione civile e contro, presunti o reali, partigiani antifascisti. (Per i particolari rinviamo ovviamente al documentatissimo volume sopra citato).
La pratica dell'insabbiamento di inchieste scomode ai potenti non è evidentemente iniziata con le tristi vicende recenti della Strage di Stato di piazza Fontana del dicembre 1969. Nel caso dell'Italia postfascista, con la complicità di militari di alto grado, di magistrati compiacenti, di politici conniventi o distratti, fu steso un velo di silenzio e di omertà sulle colpe attribuite a centinaia di appartenenti alle truppe di occupazione italiana in Jugoslavia. Il governo di Tito, ufficialmente uno dei vincitori nella cruenta lotta contro il nazifascismo, aveva richiesto allo Stato italiano, ufficialmente sorto dalla Resistenza antifascista, più di 750 criminali di guerra, indicati per nome e cognome e per ruolo avuto nella repressione sanguinaria condotta tra il 1941 e il 1945 ad est dell'Adriatico. D'altro canto anche la Grecia (oggetto del mussoliniano "Spezzeremo le reni") chiese la consegna di 180 nominativi e l'Albania ne incriminò circa 140.
In un primo tempo le autorità italiane si appellarono agli accordi con gli Alleati ed evidenziarono la propria dichiarazione di guerra alla Germania nazista del 14 ottobre del 1943, poi affermarono che gli eventuali delitti sarebbero stati giudicati dalla magistratura militare italiana, poi misero insieme una serie di autogiustificazioni che attribuirono eventuali eccessi al clima reso particolarmente duro dai "proditori" attacchi dei partigiani di Tito. Ridussero quindi la lista degli imputati e infine, nel 1951, affossarono ogni processo utilizzando l'ennesimo cavillo giuridico.
La tattica dilatoria fu evidentemente conseguenza di un clima politico ormai dominante dopo l'aprile del 1948, ma che già prima aveva rivelato un dato indiscutibile: la continuità dello Stato! Al di là dei bei discorsi sulla Resistenza, negli apparati amministrativi e repressivi dello Stato fascista non vi era stata alcuna seria epurazione ed esponenti, anche a livello dirigenziale, formatisi nel ventennio continuavano una carriera che solo in pochi casi era stata rallentata dal cambio di regime.
Il presunto terremoto del 25 aprile del 1945 finì ben presto malgrado oggi si cerchi di ingigantire episodi marginali di violenza partigiana in zone circoscritte. La destra al governo, con la complicità di una sinistra revisionista che la insegue sul terreno nazionalista, propaganda in ogni modo l'opinione che gli italiani siano stati vittime della cattiva violenza altrui e che essi, ingenui e generosi, abbiano solo cercato di aiutare le popolazioni occupate durante la Seconda guerra mondiale limitando i danni inevitabili di un conflitto che in Jugoslavia avrebbe assunto soprattutto i caratteri della guerra civile interetnica.
Insomma è la riproposizione, che ora i media impongono con i loro potenti mezzi di manipolazione di massa, dello stereotipo dell' "italiano-brava-gente", un po' gaglioffo e inesperto ma sostanzialmente innocuo e dallo spirito profondamente umanitario. D'altronde questo quadretto idilliaco è riproposto anche per le attuali "missioni di pace" dall'Iraq ai Balcani (ancora una volta!), dal Libano all'Afganistan. Verrebbe da dire che non vi è niente di nuovo sul fronte della propaganda bellicista ed imperialista, ieri razzista (Libia ed Etiopia) oggi espansionista e filoamericana.
La destra suona le trombe delle foibe quale dimostrazione della ferocia degli altri, gli "slavocomunisti" che in Istria e a Trieste avrebbero ucciso migliaia di innocenti colpevoli solo di "essere italiani" e costretto all'esodo centinaia di migliaia di istriani. Lasciamo stare, per ora, un'analisi di questo fenomeno storico che, rispetto ad altri eventi del 1945-46 con decine di migliaia di morti e milioni di profughi, andrebbero perlomeno ridimensionati e contestualizzati. Ricordiamo invece che i nazionalisti, vecchi e nuovi, dimenticano volutamente di aprire altre pagine che grondano vergogna per lo Stato italiano fascista e militarista. Oltre alle note vicende dell'uso dei gas contro le tribù etiopi nel 1935, è il caso di rammentare che l'aviazione italiana, la celestiale "Arma Azzurra", massacrò migliaia di civili nei bombardamenti effettuati durante la guerra civile spagnola. Pochi sanno che dal febbraio 1937 alla fine della guerra civile a Barcellona si effettuarono decine di bombardamenti da parte dei piloti italiani alleati di Franco. Molto più noto è il caso di Guernica dell'aprile 1937, immortalato da Picasso ,dove la responsabilità principale fu della squadriglia nazista Condor. I 2428 morti di Barcellona non trovarono un pittore altrettanto capace e famoso per essere degnamente ricordati. Sono però disponibili, e riprodotte in diversi libri, le fredde e terribili fotografie, scattate direttamente dagli aerei italiani, in cui si notano le nuvole di fumo che provengono dagli edifici colpiti.
Nessuno si è mai ricordato di questo esempio di crimine di guerra contro la popolazione civile. Di sicuro non il franchismo che dal 1939 strinse la Spagna, e in particolare Barcellona, in una morsa di ferro e criminalizzò tutti gli oppositori al golpe del luglio 1936. Non lo Stato italiano, nemmeno all'epoca dei governi sorti nel 1945 in nome dell'antifascismo. Non un'istituzione internazionale come l'ONU che si divise quasi subito in nome della guerra fredda. Insomma i criminali di guerra italiani l'hanno fatta franca grazie ai forti appoggi politici e diplomatici.
Vale rammentare, sul piano della fitta rete di complicità internazionali, come due dei principali accusati per le sanguinarie repressioni in Jugoslavia avessero trovato un rifugio molto accogliente nella penisola iberica.
Il gen. Mario Roatta (a cui si attribuisce l'appunto "si ammazza troppo poco" vergato su un rapporto sulle fucilazioni in Jugoslavia) dopo una facile fuga dall'Ospedale militare dov'era detenuto durante un processo trova rifugio nella Spagna franchista. Qui si incontra con il gen. Gastone Gambara, anch'esso ricercato per crimini di guerra e già comandante delle truppe italiane schierate con Franco nel 1936-39, e realizzano ricchi affari commerciali. (Il primo tornerà in Italia nel 1966 e morirà di morte naturale a ottanta anni).
Vi è di più: il gen. Moci, partecipante al bombardamento di Guernica, è stato qualche anno fa insignito di una medaglia per la carriera militare dal Presidente della Repubblica, quel Carlo Azeglio Ciampi a cui si rivolgono i politici di sinistra per difendere la lotta partigiana e per ridurre lo strapotere berlusconiano. Proprio un bel protettore della democrazia…
Al di là dei cambiamenti di facciata, la natura violenta e truffaldina dello Stato si è manifestata, ieri e oggi, anche nella riscrittura della storia e nella copertura dei suoi agenti implicati in loschi fatti di sangue che tranquillamente e agiatamente vivono al riparo di istituzioni pressoché onnipotenti ed eterne.
Claudio Venza