Umanità Nova, numero 20 del 5 giugno 2005, Anno 85
Sono passati pochi mesi dalla fine di gennaio, quando il parlamento ha
convertito in legge il decreto che apre le porte, pur riservando alle
singole regioni la possibilità di moratoria, alla coltivazione
degli Ogm in pieno campo. A così breve distanza da questa
improvvida decisione il ministro delle Politiche agricole, Gianni
Alemanno, si scopre nuovamente paladino del principio di cautela,
annuncia che l'Italia chiederà una politica di maggior rigore
all'Europa e dichiara: "Bisogna cambiare le regole, non c'è
altro da fare è necessario adottare procedure più
cautelative a difesa dei cittadini europei. Non si può decidere
esaminando solo ricerche fornite dai produttori di organismi
geneticamente modificati. Prima di consentire che un cibo ogm finisca
sulla nostra tavola occorre valutare studi scientifici prodotti da
terzi, da studiosi che non siano parte in causa".
Ma cosa rende così inquieto il ministro?
Nutriti con un mais geneticamente modificato il "Mon 863", che potrebbe presto entrare in commercio in Europa, topi da laboratorio hanno sviluppato reni più piccoli del normale, anomalie nella composizione del sangue e altri problemi fisici contrariamente alle cavie del gruppo di controllo che, nutrite con mais tradizionale, non hanno manifestato alcun problema. La scoperta non viene dagli oppositori del biotech in campo alimentare ma dalla multinazionale Monsanto che produce, tra l'altro, il mais in questione e lo ha somministrato agli animali in laboratorio a scopo sperimentale.
L'azienda non aveva mai reso pubblici i risultati della ricerca, ma un suo rapporto è pervenuto al quotidiano "Independent", che lo ha pubblicato in prima pagina (Independent da qualche anno conduce una campagna contro gli ogm).
Ufficialmente, la Monsanto rifiuta di rendere pubblico lo studio perché conterrebbe "informazioni riservate che possono giovare alla concorrenza" (ovviamente loro si preoccupano che si possa avvantaggiare la concorrenza e non sono minimamente sfiorati dal pensiero che si possa preferire la tutela della salute umana). Un portavoce della società specifica che: "Il Mon 863 è stato decretato sicuro da nove autorità internazionali nel 2003".
Ma come operano queste autorità internazionali? Consideriamo, ad esempio, l'Efsa (European food safety authority / agenzia europea di sicurezza alimentare), l'authority europea lavora solo sui dati che le industrie biotech le mettono a disposizione, integrandoli con una verifica del materiale scientifico pubblicato. Se dai carteggi non emergono contraddizioni il via libera alla commercializzazione è garantito.
Scoppiato il caso, l'Efsa ha dichiarato di aver dato il suo giudizio favorevole dopo aver letto lo studio sulle possibili malformazioni e di considerare, ciò nonostante, "il mais Mon 863 sicuro come quello tradizionale". Secondo l'Efsa, i dati forniti dalla Monsanto, l'azienda produttrice, sono quindi sufficienti per esprimere un giudizio che poi, elegantemente, l'azienda stessa utilizza a conferma della bontà dei propri risultati, a questo punto il gioco è fatto.
Ecco spiegata l'agitazione del ministro che "certo non poteva immaginare un metodo di verifica così raffinato".
Vi ricordate di Arpad Pusztai?
Ma per meglio renderci conto di quante brave persone circolino negli ambienti del "potere scientifico" ricordiamo una vicenda di qualche anno fa.
La vicenda richiama un esperimento, simile a quello citato, condotto sette anni fa dal ricercatore Arpad Pusztai su topi nutriti con patate ogm. Allora, il dr.Pusztai venne accusato di aver violato tutti i canoni della sperimentazione scientifica, la sua colpa quella di aver diffuso i risultati di una sua ricerca che evidenziava danni al sistema immunitario, al cervello, ai reni e al fegato di topi nutriti con patate transgeniche, peccato ancor più grave quello di aver riferito questi risultati in un programma televisivo prima che la ricerca fosse ufficialmente pubblicata. Infatti, 48 ore dopo la sua intervista il Rowett Institute sconfessò i risultati, il gruppo di ricerca che faceva capo a Pusztai venne smantellato, lo stesso ricercatore vilipeso e diffamato da gran parte della comunità scientifica fu "avviato" ad un rapido pensionamento.
Pusztai non era un giovane ricercatore inesperto che voleva farsi pubblicità, aveva lavorato per 37 anni presso il prestigioso Rowett Research Institute, con 270 pubblicazioni era considerato un'autorità nel suo settore e, per sua stessa affermazione, un sostenitore delle biotecnologie. Queste convinzioni di partenza non gli impedirono di denunciare i risultati della sua ricerca che secondo le aspettative del governo doveva, invece, affermare la sicurezza alimentare dei cibi transgenici.
Certo non possiamo scommettere sulla sicura validità del suo lavoro, ma restiamo "sorpresi" di fronte al fatto che nessun altro ente di ricerca abbia mai riproposto quella sperimentazione…alla faccia del metodo scientifico!
Ribadendo il concetto della non neutralità della scienza,
ricordiamo che Tony Blair, in quel periodo, premeva perché il
Regno Unito assumesse un ruolo preminente nella rivoluzione biotech,
per questo le dichiarazioni di Pusztai suonarono alquanto stonate nelle
stanze di Downing street (pare sia stato proprio il governo ad
"invitare" un gruppo di scienziati affinché si attivassero in
un'opera di demolizione della credibilità scientifica del loro
collega). Ma i cittadini non sono del tutto lobotomizzati: in seguito
alla controversia suscitata dalle ricerche di Pusztai, la fiducia dei
consumatori verso gli ogm è ulteriormente diminuita e, ancora
oggi, l'84 % dei britannici si dichiara contrario all'uso alimentare di
organismi manipolati geneticamente.
I risultati dell'agricoltura neocoloniale: il caso argentino
Nonostante la potenza economica delle multinazionali e i continui tentativi, legali ed illegali, di penetrazione nel mercato europeo, il dibattito nel vecchio continente è ancora aperto, la resistenza dei consumatori all'uso di prodotti contenenti ogm ha arginato la loro diffusione. In altri paesi, dove l'introduzione delle colture di organismi geneticamente modificati è avvenuta in modo rapido e massiccio si possono già osservare i risultati di quella che possiamo definire agricoltura neocoloniale. Prendiamo ad esempio l'Argentina che, nel 1997, fu il primo paese latino americano ad autorizzare l'uso della soia Roundup Ready della Monsanto nelle sue coltivazioni. Questa è una soia modificata geneticamente per resistere all'erbicida Roundup, prodotto e venduto dalla stessa Monsanto.
La soia, come noto, è ormai l'alimento principale degli animali da allevamento, di cui l'Argentina è gran produttore. Da qui una rapida espansione delle coltivazioni: c'erano 37.700 ettari a soia nel 1971, diventarono 11,6 milioni nel 2002 e oggi sono circa 15 milioni, una superficie più o meno pari a metà del territorio italiano. La coltivazione intensiva della soia (il 98% della soia argentina è transgenica) potrà, in un prossimo futuro, mettere in crisi l'intero modello agricolo argentino. L'Argentina è il primo esportatore mondiale di soia e per rispondere alla domanda del mercato internazionale ha iniziato da tempo a distruggere le sue foreste. Basti pensare che la domanda crescente di soia da parte della Cina ha permesso all'Argentina di riprendersi parzialmente dalla crisi del 2001 registrando una crescita dell'8%.
Ettari di terreno destinati alla coltivazione di soia sostituiscono le piantagioni di colture tipiche dell'area, circa il 50% del territorio coltivabile è oggi sfruttato per le monocolture, il consumo argentino di glyphosate (la sostanza chimica su cui è basato il Roundup) che era di 13,9 milioni di litri nel 1997 ha raggiunto quota 150 milioni di litri nel 2002. La distruzione delle foreste di Yungas e Grande Chaco provoca danni alle comunità locali e ai popoli indigeni anche perché i "baroni della soia" pagano la polizia locale per minacciare la gente e spingerla a lasciare la propria casa, i piccoli e medi produttori agricoli non riescono a fronteggiare la concorrenza dei grandi proprietari, la biodiversità si è drasticamente ridotta.
La Monsanto ha pompato l'espansione della monocoltura di soia in Argentina in perfetta sintonia con le esigenze del mercato globale che richiede il prodotto da impiegare per l'alimentazione del bestiame allevato in Europa e nel Sud-est asiatico, nulla importa dei gravi problemi sociali e ambientali che ricadono sulla popolazione e sul territorio argentino, bisogna garantire i profitti!
Nella consapevolezza dell'imminente difficoltà nella gestione di queste devastanti conseguenze il governo e le imprese agricole del settore hanno richiesto la collaborazione delle ong ambientaliste per la definizione del progetto "soia sostenibile". È in questo sconcertante contesto che la Fundacion Vida Silvestre, Farn, WWF, Greenpeace e la facoltà di agronomia dell'università di Buenos Aires si sono sedute intorno ad un tavolo per cercare delle soluzioni "sostenibili".
Come ulteriore elemento di riflessione è bene ricordare che un ettaro di terreno fertile (senza pratica della monocoltura) fornisce alimenti per 8 persone, in Argentina 15 milioni di ettari sono utilizzati per la soia transgenica, un'estensione sufficiente per garantire cibo a 120 milioni di abitanti. In Argentina vivono 37 milioni di persone la metà delle quali soffre la fame o è denutrita.
Come può essere sostenibile l'utilizzo di milioni di ettari per coltivare soia transgenica destinata alla produzione di foraggi o, come prevedono alcuni progetti, di biodiesel?
Sarà sostenibile per gli sfruttatori ma non per gli sfruttati!
MarTa
Ringrazio Alicia per la collaborazione