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Umanità Nova, numero 21 del 12 giugno 2005, Anno 85

Situazione esplosiva
Bolivia: la rivolta sociale "dimissiona" il presidente




A due anni dall'insurrezione del 2003 che depose l'allora Presidente Sanchez de Lozada la situazione in Bolivia è di nuovo caldissima. Gli eventi sono precipitati al punto che il presidente Carlos Mesa è stato a sua volta obbligato alle dimissioni il 7 giugno.

La miccia che ha fatto esplodere il precario equilibrio costruitosi tra i movimenti di base ed indigenisti, il parlamento nazionale e le province ricche dell'est del paese è costituita da due diversi provvedimenti presi dal governo di Mesa, ex vice del deposto Sanchez de Lozada ed innalzato alla carica dalla fuga precipitosa di quest'ultimo.

Il primo di questi riguarda il casus belli dell'insurrezione del 2003 ossia il gas naturale del quale la Bolivia è ricca. Dopo l'abbandono del piano di trasporto del gas verso gli USA transitando dal Cile, il Presidente Mesa ha ottenuto nel 2004 una parziale vittoria con l'approvazione del referendum che nazionalizzava parzialmente la proprietà del gas permettendone però l'esportazione. In pratica un intelligente raggiro della volontà popolare che aveva dato vita all'insurrezione del 2003 non per rivendicare la proprietà nazionale degli idrocarburi ma per ottenere, tramite quest'ultima, che le ricchezze energetiche del paese servissero innanzitutto a garantire un radicale miglioramento del tenore di vita della popolazione degli altopiani, indigeni e minatori che tuttora devono scaldarsi e cucinare con la legna raccolta nei dintorni di cittadine e villaggi della Cordigliera. La "nazionalizzazione" del gas varata da Mesa ovviamente non garantisce in nulla la parte più povera e maggioritaria del paese ma costituisce solo un baraccone di proprietà statale incaricato di fare quanto i movimenti sindacali ed indigenisti hanno impedito alle multinazionali del settore. La retorica populista e nazionalista al servizio della rapina delle risorse del paese. Niente di nuovo sotto il sole.

Contro questa nuova beffa i movimenti indigenisti, la COB (Central Obrera Boliviana), sindacato dei minatori e il MAS (Movimento al Socialismo) l'opposizione parlamentare di sinistra hanno iniziato una durissima mobilitazione il cui fulcro sono, come al solito, gli abitanti della zona di El Alto, città sulla Cordigliera delle Ande a poche decine di chilometri dalla capitale La Paz, centro di cocaleros in lotta contro la campagna di distruzione delle coltivazioni ingaggiata dal governo su ordine di Washington e di contadini poverissimi. 

La nuova legge sugli idrocarburi non è passata grazie a questa opposizione durissima che si è ripetutamente scontrata con la polizia nelle piazze della capitale e, per bocca del dirigente sindacale Jaime Solares, ha minacciato di portare cinquecento minatori armati di dinamite in città per fare esplodere il parlamento. L'obiettivo dell'opposizione indigenista e classista era chiaro e semplice: la cacciata del Presidente Mesa, il ritiro della legge sugli idrocarburi e la promulgazione di una nazionalizzazione pura e semplice del gas boliviano finalizzata ad evitarne l'esportazione e alla distribuzione gratuita dello stesso a tutti i boliviani. Come si può notare si tratta di un programma riformista avanzato che nel martoriato paese necessita del passaggio ad una pratica sovversiva persino di sindacalisti e deputati di un partito non certo rivoluzionario come il MAS per essere realizzato.

Se la legge sugli idrocarburi ha mobilitato nuovamente il fronte classista boliviano, la legge sull'autonomia delle province sta vedendo l'affermazione di una sorta di leghismo in salsa boliviana agitato dai ceti imprenditoriali dell'est del paese. Quest'area, denominata "Nazione Camba" comprende le Prefetture di Tarija, Santa Cruz, Potosì e Cochabamba e controlla le maggiori risorse energetiche e naturali del paese, dal gas al petrolio allo stagno. I Comitati Civici sorti nella città di Santa Cruz, la Milano della Bolivia, e animati dai maggiori imprenditori locali puntano al controllo delle risorse economiche dell'area. Si tratta di un fenomeno molto simile a quello leghista anche perché riesce a mobilitare la popolazione creola locale anche sulla base del razzismo nei confronti della maggioranza indigena del paese. Dietro agli imprenditori locali si sono raccolti i ceti medi e la piccola gente creola dell'est del paese che contesta soprattutto il fatto che l'insurrezione dl 2003 abbia mutato l'origine del personale politico, militare e diplomatico del paese. L'élite creola di Santa Cruz e dell'est del paese ha infatti perso l'esclusiva sulle grandi carriere pubbliche a favore di una forte inclusione della maggioranza indigena e degli abitanti dell'ovest del paese. In sostanza il ceto medio cruceno pretende di mantenere l'esclusiva sugli impieghi pubblici e appoggia il tentativo degli imprenditori locali di sottrarsi alle imposte e al controllo politico della capitale. Naturalmente un simile modello non poteva mancare di produrre forme esplicite di razzismo anti indigeno e così sono nati movimenti che rivendicano esplicitamente la formazione di una nazione indipendente nell'est del paese e la segregazione per legge degli indigeni.

Il casus belli che sta portando il paese sull'orlo della rottura interna è la decisione del dipartimento di Santa Cruz di procedere in agosto alla votazione del referendum sull'autonomia in contemporanea con le elezioni dei prefetti dei villaggi del paese. Se le elezione di figure come i prefetti prima decisi direttamente da governo è una forma di democratizzazione del paese e del tentativo dell'ex governo Mesa di riconciliarsi con i settori più poveri della popolazione concedendo spazi di determinazione della rappresentanza locale, il tentativo di Santa Cruz di forzare questo processo inserendo elementi di autonomia economica radicale potrebbe portare alla precipitazione della situazione e alla rinascita della rivendicazione indigena di trasformazione dell'ovest del paese in una nazione aymara e quechua. Uno scenario possibile sarebbe, quindi la secessione della Bolivia tra un ovest indigeno e mineros, povero e montagnoso e un est creolo e ricco e soprattutto possessore della maggioranza delle risorse energetiche. 

La Costituente convocata da Mesa e dal Parlamento per il 2006 avrebbe dovuto evitare questo rischio, cercando di creare un nuovo patto sociale e regionale che consentisse alla Bolivia di evitare l'alternativa tra la secessione, la guerra civile o una combinazione di entrambe. Il goffo movimento adottato dal presidente sulla questione degli idrocarburi e la sempre più scoperta volontà dell'élite dell'est di rendersi indipendente almeno economicamente hanno giocato contro il presidente, obbligato a rassegnare le dimissioni dalla protesta popolare, ancora protagonista ad un anno dalla cacciata di Lozano.

Giacomo Catrame




















































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