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Umanità Nova, numero 22 del 19 giugno 2005, Anno 85

La matita spuntata e l'orgia clericale
Referendum: dibattito a bocce ferme



Che la carta referendaria sia ormai ben difficile da giocare con esiti positivi è un fatto tanto scontato da chiedersi quale impulso masochista induca qualcuno ad indirli. Non si contano ormai più i referendum invalidati per mancato raggiungimento del quorum, anche in assenza di forze politiche che abbiano puntato esplicitamente sull'astensione, come è appena avvenuto per il referendum sulla procreazione assistita e, prima, per quello sull'estensione dell'articolo 18, entrambi attestatisi intorno al 25% di votanti, nonostante gli schieramenti in campo fossero diversi.

Tentare di cancellare una legge, perché è questo il compito dell'istituto referendario, eliminare in tutto o in parte una norma non gradita servendosi del referendum è un po' come voler scalare l'Everest in ciabatte. Siccome solo pochi sono sherpa, per gli altri, i più, è impresa impossibile.

La matita spuntata dell'istituto referendario dimostra che non ci sono scappatoie all'azione diretta se si vuole avere una chance di mettere un po' di sabbia negli ingranaggi del potere.

Nonostante ciò, è ormai un passaggio obbligato il tormentone sull'opportunità di partecipare o meno alla gara referendaria. La confusione pare frutto dell'incertezza derivante dall'impulso di sentirsi, comunque, responsabili. 

Un impulso che, devo dire, capisco ben poco, perché si tratta pur sempre di partecipare ad un gioco truccato, in cui alla volontà popolare, ossia alla volontà della maggioranza, non viene lasciata che la facoltà di riconsegnare a quegli stessi deputati e senatori che una legge l'han emanata, la facoltà, se lo vorranno, di modificarla.

Quest'impulso diviene poi ancor più misterioso quando, come è ormai consuetudine, il maxisondaggio referendario viene effettuato con l'handicap. Votare astenendosi, lo sappiamo bene, porta in dote gratuitamente un buon 40% di vantaggio reclutando quelli che, usualmente, per i più svariati motivi, non esercitano il proprio diritto di voto. Una faccenda che, inutile negarlo, non può che far girare violentemente le scatole a chi, come gli anarchici, l'astensionismo lo pratica per scelta politica generale. 

Nel caso del referendum sulla PMA il trovarsi arruolati a forza tra le fila del Cardinal Ruini e del suo capo PapaRazzo era certamente una faccenda a dir poco fastidiosa. Tanto fastidiosa che qualcuno, pur targato A cerchiata DOC, a votare c'è andato, qualcun altro ha deciso di invalidare la scheda, sperando così di fare fessi sia lo stato che la chiesa.

Personalmente non ho votato e, nonostante la ghigna soddisfatta di Ruini produca un innegabile malumore, non mi pento di una scelta che, come anarchica e come femminista, mi sento di rivendicare a cuor leggero. Partecipare da pedoni ad una partita a scacchi non è di per se il massimo, quando poi il tutto si trasforma in una corsa truccata, mi pare chiaro che la ripulsa per la democrazia non ne può uscire che rafforzata. Molti di quelli che hanno votato, tra loro conto molte amiche ed amici che, pur non anarchici, hanno una marcata sensibilità libertaria, l'hanno fatto rispondendo ad un più che comprensibile impulso morale.

Un impulso che tuttavia, anche volendo mettere la sordina alle argomentazioni di chi rifiuta di sottostare al dominio della maggioranza, elude la ragionevole considerazione che, con o senza il naso turato, il referendum era perso in partenza.

La politica statuale, però con la morale c'entra come i classici cavoli a merenda, anche se preti con e senza tonaca in nome della loro morale liberticida hanno scatenato una vera e propria crociata, combattuta senza esclusione di colpi. Dalle parrocchie dove si minacciavano le fiamme dell'inferno e la scomunica sino ai cartelli pubblicitari dove alle immagini dei cosiddetti "embrioni" mancavano solo le cartelle scolastiche, i pattini a rotelle e la maglietta di Del Piero, per sembrare il figlio del barbiere all'angolo della mia via.

Se a questo si aggiunge il fatto che il "fronte" laico si muoveva con l'irruenza di un pachiderma addormentato non ci voleva la palla di cristallo per vedere che non solo i promotori del referendum avrebbero perso ma ne sarebbero usciti anche con le ossa rotte. E che il rischio fosse quello di restare in mutande era scritto nella legge stessa, una trappola ben congegnata per iniziare l'affondo contro la 194, la legge che regolamenta l'aborto e la cui cancellazione venne impedita 24 anni fa con un celebre referendum. Oggi, con un 25% di partecipanti al voto che induce al più che ragionevole sospetto che la banda Ratzinger potesse spuntarla anche senza ricorrere all'astensione, il referendum si rivela un boomerang ancor più forte del previsto.

Dopo questo referendum in mutande ci siamo rimasti tutti e, quel che è peggio, ci tocca camminare con una mano davanti e l'altra dietro per evitare che qualche prete allunghi troppo le zampe.

L'orgia mediatica della dipartita di Wojtila, le folle impazzite che lo scorso anno correvano al cinema per assistere all'horror cristiano "Passion", le continue litanie su una civiltà che non può fare a meno delle sue radici cristiane hanno lasciato il segno.

D'altra parte i "laici" di una sinistra imbelle, dimentica delle proprie ragioni, priva di prospettive per un futuro migliore su questa terra, non perdono occasione per inginocchiarsi al trono di Pietro, lasciando dilagare l'invadenza clericale.

Questa legge schifosa, questa legge costruita in Vaticano, questa legge che mortifica le donne, i gay e la libertà di tutti, ha avuto un percorso lento, durato anni. Chi segue il nostro giornale sa che ce ne occupiamo sin da quando venne proposta e l'abbiamo seguita per l'intero iter parlamentare. In questi anni né dentro né fuori dal Parlamento l'opposizione a questa legge ha mai oltrepassato ristretti circoli di femministe e di gay.

Pochi, pochissimi hanno compreso che la posta in gioco era molto alta: in troppi l'hanno ritenuta una questione secondaria, che riguardava solo poche persone, magari anche un po' antipatiche (perché negarlo) in quest'ossessione del figlio biologico a tutti i costi, mentre il mondo pullula di marmocchi già confezionati e bisognosi di cure. Una miopia pericolosa: e nessuna campagna referendaria avrebbe potuto colmare il deficit di visione, inforcando tardivamente le lenti culturali necessarie.

La chiesa ha poi agito con oculata spietatezza: il fantasma dell'eugenetica agitato a più riprese in sostegno al divieto di diagnosi pre-impianto ha coniugato le antiche paure sulla certezza della discendenza con il moderno timore verso gli "eccessi" della scienza. Si dimentica, si dimentica troppo spesso, che gli "eccessi" della scienza non sono che gli eccessi dell'umanità. Il razzismo ed il sessismo esistono indipendentemente dall'eugenetica in provetta: ne sanno qualcosa le bambine soppresse alla nascita nei tanti luoghi della terra dove il mio genere è considerato una maledizione per la famiglia. Il mostro non abita nelle provette ma alberga nei nostri cuori. I preti, che di queste faccende se ne intendono, lo sanno e ci marciano senza pietà.

Sono gli stessi preti che di fronte all'insostenibilità umana dell'accanimento terapeutico sono sin troppo propensi ad affidarsi ai tecnocrati della medicina, per prolungare la vita oltre la vita, mostrando una paura della morte, poco consona a chi, nelle proprie botteghe, vende vita eterna.

I tecnocrati della medicina sono equiparati a Mengele solo quando non operano secondo le direttive del Vaticano. D'altra parte il lavoro della scienza è pur sempre umano, troppo umano in qualche occasione, e gli indirizzi che vengono presi dipendono dalle "spinte" di chi paga. Il mostro in questo caso ha un nome ben noto: si chiama logica del profitto, si chiama capitalismo.

All'indomani di questo referendum la domanda vera riguarda la cultura laica, quella cultura che si è sviluppata nella convinzione che la libertà sia l'orizzonte in cui l'umanità - tutta l'umanità nella sua molteplicità - può darsi un futuro che abbia salde radici terrene, senza timore della sperimentazione che, ben più e ben prima che nelle provette degli scienziati, è sperimentazione sociale della libertà come orizzonte politico possibile, fuori dalle gabbie dello stato e della chiesa.

Questa cultura oggi appare piegata, subalterna, timorosa di fronte all'offensiva clericale, al punto di non saper più quello che solo vent'anni fa era lessico familiare, che l'umanesimo si compie nell'affermazione dell'autonomia delle donne, con la quale giunge a compimento il processo di secolarizzazione. Un processo, che ben al di là delle urne referendarie, rischia di subire una battuta d'arresto.

Maria Matteo





















































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